Lunedì 23 Gennaio 2017 ore 01:27
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Il Battesimo di Giovanni e il Battesimo di Gesù
Il capocordata

Nella domenica che segue la festa della Epifania del Signore, la Chiesa celebra la festa del Battesimo di Gesù nel fiume Giordano da parte del Precursore Giovanni, il predicatore e il battezzatore. Secondo una tradizione antica utilizzata da Luca per comporre il suo Vangelo, Giovanni Battista predicava l’imminenza del giudizio divino e quindi la necessità della conversione. Questa penitenza si concretizza nel ricevere il suo battesimo: immergersi nell’acqua del Giordano in sua presenza attestava pubblicamente la volontà di purificazione interiore, nell’attesa della venuta del Signore. E’ in questo contesto che si presenta la dichiarazione del Battista in cui fa intravedere il messia che viene, con la sua eminente dignità (“è più forte di me”) e la sua particolare attività battesimale (“in Spirito Santo e fuoco”). Gesù agirà in virtù dello Spirito Santo, perché rivestito della stessa potenza divina, e per mezzo del fuoco che brucerà la pula del grano e che consumerà ogni albero che non porta frutto, significando la punizione che alla fine dei tempi annienterà i peccatori che avranno rifiutato di far penitenza.

Questa predicazione di Giovanni Battista aveva una vasta risonanza: numerosi erano, infatti, i giudei che si presentavano per ricevere il suo battesimo. Anche Gesù viene a ricevere questo “battesimo di penitenza”, perché vuole dimostrare la sua solidarietà con noi peccatori. In verità questo gesto di Gesù ha soprattutto una rilevanza più importante in rapporto ad ogni altro battesimo ricevuto sino ad allora, perché è in funzione della manifestazione della voce del Padre e della discesa dello Spirito Santo su Gesù (cfr. Lc. 3, 21-22).

Per l’evangelista Luca, mentre Gesù viene battezzato e si trova in preghiera, si aprono i cieli, discende su di lui lo Spirito Santo e si ode una voce dal cielo. La preghiera riempie la vita del Cristo: essa costituisce la preparazione più appropriata e la risposta più efficace alle comunicazioni divine. La preghiera è il respiro della vita di figlio di Dio in cui il nostro battesimo ci ha posto. Senza la preghiera la nostra figliolanza divina, invece di crescere e svilupparsi fino alla sua misura piena, si atrofizza e cada su se stessa.

“Fu aperto il cielo “ (v. 21). E’ il risultato della preghiera, sul quale Luca richiama la nostra attenzione. Il cielo si era chiuso sulla terra per la disobbedienza di Adamo che aveva chiuso il suo cuore a Dio. Il grande desiderio dei profeti dell’Antico Testamento era che Dio squarciasse il cielo e mostrasse all’uomo il suo volto benigno: ora è esaudito questo desiderio. Nell’obbedienza di Gesù il cielo si è aperto sulla terra: la sua vita terrena è la finestra di Dio sul mondo. Il discepolo, mediante l’annuncio del Vangelo, porterà a tutti gli uomini questa luce di Dio.

“E discese lo Spirito Santo” (v. 22). Per Luca l’oggetto primario della preghiera è quello di ricevere il dono dello Spirito Santo, come bene essenziale del regno di Dio. Inoltre, il pensiero religioso della comunità primitiva, conservato solo da Luca, considerava la venuta dello Spirito su Gesù al momento del suo battesimo come la sua “unzione”, la sua “consacrazione”, la sua “investitura” come il Messia, come l’Unto (Cristo) del Signore (cfr. Lc. 4, 18).
Dio discende definitivamente tra noi nella persona dello Spirito Santo, il dono di Dio: la vita stessa di Dio è donata all’uomo. Cambia la nostra vita egoista e la rende capace di amare.

“In forma corporea” (v. 22). Questo Spirito non è impalpabile, scende su Gesù in forma corporea. In lui, infatti, abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (san Paolo). Il corpo di Gesù è rivelazione piena di Dio, in lui realmente la vita di Dio si è resa visibile, ha preso forma corporea. L’espressione si riferisce anche al battesimo di ogni credente, in quanto egli diviene abitazione dello Spirito Santo, il suo tempio e riverbero visibile della gloria. Ogni cristiano diventa corporalmente portatore di Dio, a somiglianza di Cristo: la dignità del corpo umano è in rapporto allo Spirito che lo abita e lo anima.

“Come di colomba” (v. 22). La figura corporea di questo Spirito è come quella di una colomba. Questo aleggiare della colomba su Gesù e sul neobattezzato richiama quello dello Spirito di Dio sulle acque del caos primordiale dando vita alla creazione del mondo. Ma la colomba è anche l’immagine della fedeltà di Dio che da sempre canta il suo canto di amore per l’uomo, in attesa di risposta.

“E venne una voce dal cielo: Tu sei il Figlio mio, l’Amato: in Te ho posto il mio compiacimento” (v. 22). Queste parole rimandano semplicemente al salmo 2, 7: un oracolo di investitura messianica e di figliazione divina. Questa affermazione, che al primissimo stadio delle formulazioni della fede veniva applicata alla resurrezione di Cristo, in seguito essa è stata trasferita al suo Battesimo. In Gesù, il Padre riconosce il Figlio, il Messia liberatore. Gesù è l’amato figlio unico del suo cuore, è il servo oggetto del compiacimento di Dio, è il servo obbediente che nel suo sacrificio sarà principio del nuovo popolo.

Nel figlio amato il Padre può manifestare in pienezza la misericordia e il suo amore per ogni uomo e apre la porta della sua casa, perché possano tornare a lui tutti i figli. Sarà proprio la forza dell’amore a rendersi visibile nella missione di Gesù: un amore palpabile nei suoi gesti di compassione, di misericordia, di guarigione; un amore che va fino in fondo, fino ad affrontare la cattiveria e la morte a mani nude. Non c’è limite a questo amore che lega indissolubilmente il Padre al Figlio e si riversa sull’umanità.

La salvezza portata da Gesù, l’amato figlio unico del cuore di Dio, si è compiuta nella nostra storia attraverso il Battesimo che abbiamo ricevuto. Con il Battesimo, la “porta della fede”, abbiamo iniziato un cammino che dura tutta la vita e che si conclude con il passaggio attraverso la morte alla vita eterna. In questo anno della fede siamo invitati a riscoprire questo cammino per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia e il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo. Questa fede rinnovata ci condurrà fuori dal deserto della indifferenza religiosa, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita in pienezza.

Bibliografia consultata: Jacquemin, 1969; Fausti, 2011; Benedetto XVI; 2011; Andreozzi, 2013.


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