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8 marzo: la retorica politica sulle donne e sul lavoro, ignora quanto costi educare e far crescere un figlio

Celebrare l’8 marzo con discorsi sulla parità di genere e la natalità senza affrontare il rapporto lavoro-famiglia e il costo della crescita di un figlio è pura propaganda
a cura di Lina Gelsi
Mimosa, 8 marzo

Ogni anno, l’8 marzo, il mondo delle istituzioni e della politica si riempie la bocca con discorsi sulla parità di genere, sul valore delle donne nella società e, immancabilmente, sulla necessità di favorire la natalità. Vengono proclamate iniziative, avanzate proposte e talvolta distribuite mimose in segno di celebrazione. Ma dietro queste dichiarazioni di principio, c’è una realtà ben più amara: il sistema continua a ignorare i problemi concreti delle donne che lavorano e che vorrebbero, ma spesso non possono, diventare madri senza pagare un prezzo altissimo in termini di carriera, stabilità economica e qualità della vita.

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Conciliare lavoro e famiglia: una promessa vuota

Parlare di parità di genere senza affrontare seriamente il tema della conciliazione tra lavoro e famiglia è pura ipocrisia. Molti politici e rappresentanti istituzionali promuovono incentivi alla natalità senza minimamente preoccuparsi di come le donne possano effettivamente gestire un figlio mentre lavorano. L’orario di lavoro rigido, l’assenza di flessibilità nelle aziende, la difficoltà nel trovare servizi adeguati di assistenza all’infanzia rendono la maternità un lusso che molte non possono permettersi. In assenza di un vero supporto statale per i servizi di cura, il peso ricade interamente sulle spalle delle madri, che spesso devono scegliere tra il proprio impiego e la crescita dei figli.

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Il costo della maternità: un fardello sulle spalle delle donne

In Italia, fare un figlio è una spesa esorbitante. Dalla nascita fino alla maggiore età, il costo per crescere un bambino è stimato tra i 150.000 e i 250.000 euro. Il problema principale è che queste spese sono sostenute quasi interamente dalle famiglie, senza un adeguato supporto da parte dello Stato. Gli asili nido pubblici sono insufficienti, le rette di quelli privati proibitive, e i bonus elargiti sono solo pannicelli caldi rispetto alla realtà dei costi.

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Ma non è solo una questione economica: il sistema fiscale italiano penalizza le famiglie monoreddito e non riconosce il valore del lavoro di cura, costringendo molte donne a rimanere a casa perché il costo di una babysitter o di un nido supera quello che guadagnerebbero lavorando. Se davvero si volesse incentivare la natalità, bisognerebbe partire da un sistema di welfare che garantisca servizi accessibili, congedi parentali paritari e agevolazioni fiscali reali per chi sceglie di avere figli.

Scuola e istruzione: percorso ad ostacoli

Anche una volta superata la fase dell’infanzia, la situazione non migliora. Le famiglie si trovano a dover affrontare spese continue per materiale scolastico, trasporti, attività extrascolastiche e, nei casi peggiori, persino per servizi che dovrebbero essere garantiti dallo Stato, come la mensa o il tempo pieno. Il diritto allo studio è spesso subordinato alla capacità economica della famiglia, e questo non fa che aumentare le disuguaglianze sociali.

Se le istituzioni fossero realmente interessate a favorire la natalità, investirebbero pesantemente nella scuola pubblica, nelle mense gratuite, nei trasporti agevolati e nelle attività extracurricolari accessibili a tutti. Ma questo non avviene, perché i bambini e le famiglie non sono una priorità se non quando fa comodo per un discorso da campagna elettorale.

Celebrare l’8 marzo con discorsi sulla parità di genere e la natalità senza affrontare il problema della conciliazione lavoro-famiglia e il costo della crescita di un figlio è un’operazione di pura propaganda. La politica dovrebbe smettere di usare le donne come simboli e iniziare a riconoscerle come cittadine con diritti reali. Servono azioni concrete: più asili, più congedi retribuiti per entrambi i genitori, più flessibilità nel lavoro, più investimenti nell’istruzione. Fino ad allora, la retorica sulla natalità e sulla parità di genere rimarrà solo un esercizio di vuoto paternalismo istituzionale.

 
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Cronaca

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