La notizia della morte di Furio Focolari, oggi, 28 settembre 2025, lascia una grande amarezza. Giornalista di grande esperienza e acume, voce di eventi sportivi tra i più seguiti dal pubblico italiano, 78 anni, malato di Sla, è scomparso oggi: una fine terribile e crudele, che porta via non solo un uomo di comunicazione brillante e pungente, ma una persona che ha combattuto fino all’ultimo respiro. E un amico caro, sempre affettuoso.
Il cammino verso l’ultima battaglia
Nato a Roma nel 1947, Focolari aveva costruito una carriera solida, con tappe prestigiose: dalla Rai, nella quale ha ricoperto ruoli apicali, al commento leggendario delle gare di sci, fino a diventare volto di Radio Radio, dove la sua voce – chiara, tagliente – ha accompagnato generazioni di ascoltatori.
Negli ultimi due anni la malattia ha inferito su di lui, consumandone il corpo ma non piegandone lo spirito. Il direttore di Radio Radio, Ilario Di Giovambattista, in un saluto di commiato, ha raccontato come Furio abbia scelto di non ricorrere a una tracheotomia che gli avrebbe prolungato la vita, preferendo una fine accompagnata dalla coscienza e dal rispetto della sua libertà. Le figlie, la moglie, gli amici, i colleghi hanno assistito a un percorso dolorosissimo, condiviso con lui: ogni giorno un pezzo del corpo che tradisce, ogni giorno un lembo di autonomia che svanisce.
Morire di Sla, perdere la capacità di muovere un muscolo, di articolare una parola, essere prigionieri dentro il proprio corpo: è un destino spietato, che costringe la ragione ad arrendersi all’incomprensibile. È un modo di morire che rende ancor più atroce la perdita.
Furio e il ruggito della sfida: coraggio, comunità, resistenza
Ciò che rimane di Furio è il suo spirito combattivo. Non si è mai arreso davvero, neanche negli ultimi mesi. Lo rivediamo nei suoi interventi radio, nella schiettezza con cui affrontava temi sportivi e umani, nell’ironia tagliente che stemperava anche gli argomenti più duri. I suoi ascoltatori – numerosissimi, appassionati – erano compagni di viaggio: diventava comunità con loro, ne sentiva il battito, li stimolava al confronto. Radio Radio era per lui al centro del mondo.
Quando, negli ultimi mesi, le condizioni sono precipitate, abbiamo immaginato lo sforzo che doveva costare ogni fiato, ogni parola non detta, ogni micro-movimento che si arresta. Eppure, anche lì, non è mancato il coraggio: una scelta lucida, difficile quanto dolorosa, di non ricorrere a scorciatoie mediche — una scelta che ha detto qualcosa di profondo su chi fosse quell’uomo. In quel rifiuto di essere tenuto in vita artificialmente c’è forse la massima manifestazione del suo controllo su quello che restava: non farsi vittima passiva, non scendere a compromessi con ciò che restava di dignità.
L’ingiustizia di una perdita annunciata
È ingiusto morire, lo sappiamo. Ma è ancora più terribile morire così: sottratti alle proprie membra, rinchiusi in un carcere silenzioso. Quando la malattia cancella gradualmente i gesti, ruba la parola, consuma l’identità.
E noi amici, colleghi, ascoltatori, familiari, tutti addolorati, possiamo però non renderci pienamente conto di quel che abbiamo perso. Perché non è solo un amico che salutiamo: è una porzione di memoria, una tessera della nostra storia, un interlocutore con cui avevamo insegnato un dialogo. E’ sempre così quando ci lascia un affetto. Ogni morte che viviamo è una sottrazione: una parte della vita cessa di esistere, e resta in noi un vuoto che non può essere riempito. Poi, noi stessi valiamo di meno.
Ma il ruggito di Furio — lo abbiamo sentito forte, anche nelle sue pause, nelle sue ultime parole dette, nei pochi gesti che riusciva a compiere — è un grido contro l’ingiustizia. È la voce di un uomo che non accetta la resa in silenzio. È la protesta di chi chiede, fino all’ultimo, che qualcuno ascolti le ragioni di una vita che ha ancora da dire.
Un’eredità dolorosa, ma necessaria
Il giornalismo sportivo perde una voce. La radio perde un capitano. La comunità perde un uomo che sapeva trasmettere passione, equilibrio, rabbia, comprensione. Ma chi lo ha ascoltato – ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni sera – porta con sé qualcosa di Furio: un frammento di stile, di coerenza, di verità che non si lascia arrugginire.
In prossimità della sua morte, Radio Radio ha diffuso note commosse e Ilario Di Giovambattista, sempre completamente e amorevolmente coinvolto nelle sofferenze dei suoi amici e collaboratori, ricorda quei momenti, quel saluto finale, gli occhi che si aprivano ancora, quel pianto che non si trattiene: un dono, nel mezzo della sofferenza.
Che il ruggito di Furio ci ricordi quanto fragile sia la vita, quanto prezioso il presente, quanto indispensabile il coraggio di chi affronta l’oscurità senza nascondersi. E quanto sia ingiusta la vita che conosciamo. Che ci sottrae senza motivo gli affetti più profondi.