Agricoltura Lazio, report Confeuro: calano le aziende ma cresce l’occupazione

Il report Confeuro sull’agricoltura del Lazio segnala meno imprese, più occupati dipendenti e una forte presenza giovanile, ma il ricambio resta debole
Di Lina Gelsi
Andrea Tiso, presidente Confeuro
Andrea Tiso, presidente Confeuro

L’agricoltura del Lazio perde aziende, ma aumenta il lavoro dipendente e conferma una presenza giovanile che resta superiore alla media di molte altre regioni. È questo il dato più interessante che emerge dal report Confeuro, che mette insieme i numeri dell’Osservatorio statistico Inps sul mondo agricolo e le elaborazioni Ismea dedicate ai giovani. Il punto non è soltanto statistico: in una regione che comprende Roma, il comune agricolo più grande d’Europa per estensione con i suoi 63 mila ettari, si misura una parte rilevante del futuro del settore primario italiano.

Report Confeuro sull’agricoltura del Lazio: cosa dicono i numeri sulle imprese

Secondo Andrea Tiso, presidente nazionale Confeuro, il quadro regionale restituisce un settore in trasformazione, segnato da indicatori contrastanti ma anche da elementi di vitalità. Il primo dato riguarda le imprese con operai agricoli dipendenti. Nel Lazio erano 8.024 nel 2019, sono salite lievemente a 8.075 nel 2021, poi hanno imboccato una fase di flessione fino a 7.544 nel 2023. Nel 2024, però, si registra una risalita a 7.768 unità, con oltre 200 imprese in più nell’arco di un anno.

È un passaggio che merita attenzione perché, secondo Confeuro, si muove in controtendenza rispetto al dato nazionale, che nello stesso periodo segna un calo dell’1,1%. Questo non cancella il saldo complessivo del quinquennio 2019-2024, che resta leggermente negativo, con circa 250 aziende in meno. Però indica che la discesa non è lineare e che nel Lazio si sta aprendo una fase nuova, almeno sul versante della capacità di tenuta del tessuto produttivo.

Il dato, letto in profondità, racconta anche altro. Meno imprese non significa automaticamente meno agricoltura. In molti casi può voler dire concentrazione, riorganizzazione, crescita dimensionale, maggiore specializzazione e una diversa capacità di stare sul mercato. Proprio qui si colloca una delle chiavi del report: il Lazio, pur dentro una contrazione strutturale del numero delle aziende, mostra segnali di miglioramento sul piano della competitività e della proiezione verso i mercati.

Occupazione agricola nel Lazio: perché il balzo dei dipendenti pesa più del calo delle aziende

Il dato più forte del report riguarda infatti il lavoro dipendente. Secondo i numeri richiamati da Confeuro, gli operai agricoli del Lazio passano da 43.693 nel 2023 a 47.034 nel 2024. L’aumento è del 7,6%, nettamente superiore alla media italiana, ferma al 2,4%. È qui che il settore agricolo laziale manda il segnale più netto: pur con meno aziende rispetto a qualche anno fa, assorbe più manodopera e mostra una capacità espansiva maggiore rispetto al trend nazionale.

Per i territori questa dinamica ha un peso concreto. Vuol dire più occupazione stagionale e stabile, più reddito nelle aree rurali, più possibilità di mantenere in attività filiere che vanno dalla produzione alla trasformazione fino alla distribuzione. In una regione dove convivono grandi aree urbane, distretti ortofrutticoli, produzioni di qualità e una forte identità agroalimentare, il rafforzamento del lavoro dipendente può diventare un elemento di tenuta sociale oltre che economica.

Nel frattempo, il dato suggerisce anche un cambio di assetto interno alle imprese. Se cresce il numero degli addetti, mentre il totale delle aziende non torna ancora ai livelli di cinque anni fa, significa che una parte del sistema sta cercando una massa produttiva maggiore, forse con strutture più organizzate e con una domanda di lavoro più stabile. È uno dei passaggi più delicati per il futuro dell’agricoltura laziale, perché porta con sé opportunità ma anche il bisogno di governare qualità del lavoro, formazione e sicurezza.

Lavoro autonomo e divario di genere: il nodo ancora aperto del settore primario

Diverso, secondo Confeuro, è il quadro del lavoro autonomo. A livello nazionale, fra il 2023 e il 2024 si registra una flessione dell’1,9%, con la sola eccezione degli Imprenditori agricoli professionali, in lieve crescita. Nel Lazio gli autonomi sono 23.681, di cui 14.562 uomini e 9.119 donne. Il dato mette in evidenza un divario di genere ancora marcato, che resta uno dei punti più sensibili del comparto.

Il tema non riguarda soltanto la rappresentanza femminile. Riguarda accesso al credito, continuità d’impresa, peso delle imprese familiari e possibilità di innovazione. Un’agricoltura che vuole consolidarsi non può permettersi di lasciare ai margini una parte così rilevante del potenziale imprenditoriale. Per questo la lettura del report non si ferma alla fotografia numerica, ma chiama in causa politiche di sostegno, accompagnamento e valorizzazione delle competenze.

Intanto, il lavoro autonomo resta uno dei termometri più chiari della fiducia nel settore. Se chi sceglie di investire in proprio rallenta, il segnale va preso sul serio. Significa che il peso dei costi, l’incertezza dei mercati, l’accesso alla terra, la pressione burocratica e la redditività continuano a condizionare le scelte di chi vorrebbe aprire o consolidare un’attività agricola.

Giovani in agricoltura nel Lazio: alta presenza sul lavoro, ma calano le imprese under 40

Il capitolo forse più delicato riguarda i giovani. Secondo le elaborazioni Ismea richiamate da Confeuro, nel Lazio le imprese agricole condotte da under 40 scendono da 3.561 nel 2018 a 2.913 nel 2023, con una diminuzione del 18,2%. È un dato pesante, perché tocca il tema del ricambio imprenditoriale e segnala che entrare in agricoltura o restarci da titolari è sempre più difficile.

Eppure, accanto a questo arretramento, ce n’è un altro che racconta una realtà meno semplice di quanto sembri. Nel 2022 gli under 40 rappresentano il 41,9% degli occupati agricoli del Lazio, una delle quote più alte d’Italia. In altri termini, i giovani nel settore ci sono e pesano molto sul mercato del lavoro agricolo regionale, ma fanno più fatica a diventare imprenditori o a mantenere nel tempo la guida di un’azienda.

Anche la quota delle aziende giovanili sul totale aiuta a capire la tendenza. Nel 2018 il Lazio era intorno all’8%, con 3.561 imprese giovanili su 43.914 aziende complessive. Nel 2023 la percentuale scende al 7,2%, con 2.913 imprese under 40 su 40.355 totali. Il dato resta sostanzialmente in linea con la media nazionale del 7,5%, ma il problema non scompare. Anzi, diventa più chiaro: il Lazio regge bene sul lavoro giovanile, meno sulla costruzione di una nuova generazione di imprenditori agricoli.

Il punto è che senza ricambio vero il settore rischia di indebolirsi proprio nella sua capacità di programmare il futuro. Avere giovani occupati è importante. Avere giovani che investono, innovano, prendono in mano aziende, costruiscono reti commerciali e presidiano i territori lo è ancora di più.

Roma agricola e vocazione del Lazio: perché il settore resta strategico

In questo quadro pesa molto la natura stessa del Lazio. La regione conserva una vocazione agroalimentare storica e diversificata, con produzioni che uniscono quantità e qualità e con una centralità logistica che in Italia ha pochi confronti. Il fatto che al suo interno ci sia Roma, il comune agricolo più grande d’Europa per estensione, rende ancora più evidente la dimensione strategica del comparto.

Non si parla soltanto di campagna in senso tradizionale. Si parla di approvvigionamento, filiere corte, export, occupazione, presidio del territorio, manutenzione ambientale e capacità di legare agricoltura, turismo e identità dei luoghi. Per questo il report Confeuro non può essere letto come un semplice bilancio annuale. È piuttosto un indicatore dello stato di salute di una parte decisiva dell’economia regionale.

Secondo Tiso, il Lazio sta vivendo una fase di riorganizzazione in cui a una lieve contrazione del numero delle imprese si accompagna un miglioramento della competitività, della proiezione sui mercati internazionali e un rafforzamento occupazionale tangibile. È una lettura che tiene insieme prudenza e fiducia. Prudenza, perché il ridimensionamento delle aziende e la fragilità del ricambio generazionale restano problemi veri. Fiducia, perché il sistema mostra ancora energia, capacità di adattamento e una base giovanile che non si è dissolta.

Cosa serve adesso all’agricoltura laziale per trasformare i segnali in crescita stabile

Il report, in controluce, indica anche la direzione delle prossime scelte. Servono misure che rendano più semplice l’ingresso dei giovani nell’impresa agricola, strumenti che riducano il peso degli ostacoli economici e amministrativi, interventi capaci di sostenere l’imprenditoria femminile e percorsi che trasformino il lavoro agricolo in prospettiva stabile e qualificata.

Secondo Confeuro, rafforzare il rapporto fra nuove generazioni e agricoltura non è una questione numerica, ma una scelta che riguarda il futuro del Paese. Significa difendere l’Italia come eccellenza agroalimentare, valorizzare produzioni di qualità, sostenere il rispetto dell’ambiente e la sicurezza alimentare. Non basta dire ai giovani che l’agricoltura può offrire occasioni. Bisogna renderle visibili, accessibili e sostenibili nel tempo.

Intanto il Lazio manda un messaggio preciso: il settore non è fermo. Sta cambiando pelle, prova a consolidarsi, crea lavoro più della media nazionale e conserva una presenza under 40 ancora significativa. Ma il rilancio vero passerà dalla capacità di trasformare questa energia in nuova impresa. È su quel passaggio che si giocherà la partita più importante dei prossimi anni.

 
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