Antonella Lattanzi a Valmontone venerdì 12 giugno: con “Chiara” l’infanzia ferita diventa letteratura

Antonella Lattanzi presenta “Chiara” a Valmontone il 12 giugno alle 18 per “Le parole per dirlo”, rassegna curata da Mariagloria Fontana
Di Mariagloria Fontana
Antonella Lattanzi
Antonella Lattanzi

E’ un romanzo che non si limita a raccontare una storia, ma apre una stanza segreta nella memoria di chi legge. Chiara, il nuovo romanzo di Antonella Lattanzi pubblicato da Einaudi, appartiene a una categoria rara e necessaria. È un libro che entra nell’infanzia senza idealizzarla, che guarda l’adolescenza senza nostalgia, che mette al centro un’amicizia assoluta e dolorosa, nata in un’età in cui si dovrebbe essere protetti e invece si impara troppo presto a difendersi dal mondo.

Venerdì 12 giugno, alle 18, Antonella Lattanzi sarà a Valmontone, nelle sale affrescate di Palazzo Doria Pamphilj, nell’ambito della rassegna letteraria Le parole per dirlo, presentata e curata da Mariagloria Fontana e promossa dal Comune di Valmontone, dalla sindaca Veronica Bernabei e dall’assessore alla Cultura Matteo Leone. L’appuntamento assume un valore particolare proprio per la natura del romanzo: Chiara è un libro che parla di ciò che spesso resta senza voce, delle ferite che si formano in famiglia, dei legami che salvano e insieme consumano, di quella zona dell’infanzia in cui l’amore e la paura possono convivere nello stesso respiro.

La rassegna di Valmontone trova in questo incontro uno dei suoi momenti più intensi. Le parole per dirlo è una dichiarazione di intenti e dare parole significa creare uno spazio in cui il dolore possa essere riconosciuto, nominato, condiviso. Con Antonella Lattanzi, questa idea prende corpo attraverso una narrativa che non cerca scorciatoie emotive e non addolcisce la materia che affronta. La sua scrittura va dritta verso il punto più sensibile delle relazioni, lì dove l’affetto può diventare dipendenza, la famiglia può trasformarsi in luogo di ferita, l’amicizia può assumere la forza di un destino.

Al centro di Chiara ci sono Marianna e Chiara, due bambine che crescono nella Bari popolare degli anni Novanta, vicine nello spazio e lontane solo in apparenza per ambiente familiare, carattere, provenienza emotiva. Le loro case sembrano diverse, i loro mondi sembrano non somigliarsi, ma entrambe imparano presto che gli adulti non sempre proteggono, che la famiglia può tradire, che certe paure non hanno bisogno di essere spiegate per lasciare un segno. Tra loro nasce un legame potente, quasi febbrile, fatto di intesa, bisogno, riconoscimento reciproco. Non è soltanto amicizia. È rifugio, alleanza, ossessione tenerissima, promessa muta di non lasciarsi cadere.

Antonella Lattanzi racconta questo rapporto con una lingua insieme precisa e bruciante. Non indulge mai nella commozione facile. Non cerca di rendere “bella” la sofferenza. La lascia nuda, con le sue asperità, con la sua violenza sotterranea, con quella capacità di modificare per sempre il modo in cui una ragazza guarda se stessa e gli altri. La forza del romanzo sta proprio qui: nel rifiuto di trattare l’infanzia come un luogo innocente per definizione. In Chiara, l’infanzia è anche esposizione, pericolo, vulnerabilità. È il tempo in cui certe frasi entrano nella pelle, certi silenzi diventano una seconda lingua, certe assenze cominciano a costruire il futuro.

Marianna e Chiara si scelgono perché si riconoscono. Forse non sanno ancora dare un nome a ciò che le unisce, ma avvertono di appartenere a una stessa zona d’ombra. Il loro legame nasce nei gesti minimi: la scuola, le merende, le confidenze, gli sguardi, le piccole fedeltà quotidiane che nell’infanzia valgono come giuramenti. Poi cresce, si complica, si carica di desiderio, paura, esclusività. Lattanzi sa raccontare con grande finezza quel momento in cui un’amicizia tra ragazze smette di essere soltanto compagnia e diventa mondo intero, luogo mentale, dipendenza emotiva, specchio in cui cercare disperatamente la propria immagine.

Il romanzo lavora su una domanda profonda: che cosa resta di noi quando qualcuno, da piccoli, ci ha visti davvero? Per Marianna, Chiara non è solo un’amica. È la persona che la guarda quando il resto del mondo la fraintende, la giudica, la trascura o la ferisce. E Chiara, a sua volta, sembra portare dentro una fragilità che non chiede pietà, ma presenza. In questa reciprocità imperfetta, Lattanzi costruisce una delle parti più emozionanti del libro: l’amore come bisogno di essere finalmente riconosciuti, anche quando quel riconoscimento non basta a salvarsi del tutto.

La scrittura di Antonella Lattanzi ha una qualità rara: riesce a essere emotiva senza diventare sentimentale. Ogni pagina sembra trattenere una tensione interna, come se qualcosa potesse spezzarsi da un momento all’altro. La sua prosa non consola, ma accompagna. Non giudica i personaggi, li segue nel punto in cui diventano più contraddittori. Marianna e Chiara non sono figure costruite per piacere al lettore. Sono vive, spigolose, piene di fame affettiva, attraversate da impulsi che a volte commuovono e a volte inquietano. Proprio per questo restano vere.

Dentro Chiara c’è anche un racconto potente degli anni Novanta, non come semplice sfondo generazionale, ma come paesaggio emotivo. Bari non è soltanto una città: è un corpo urbano fatto di strade, case, scuole, appartamenti, confini sociali, rumori familiari. È il luogo in cui le due protagoniste imparano a crescere portandosi addosso ciò che non hanno scelto. Lattanzi utilizza l’ambiente non per decorare la vicenda, ma per farne emergere la pressione. Ogni luogo sembra partecipare alla storia, custodire un segreto, segnare una distanza.

In questo senso l’incontro di Valmontone sarà un’occasione per interrogarsi sul modo in cui la letteratura riesce a dire ciò che spesso nella vita resta confuso, interrotto, impronunciabile. Mariagloria Fontana, con la rassegna Le parole per dirlo, porta al centro del confronto pubblico una narrativa che parla di fragilità giovanili, di infanzie esposte, di diritti emotivi negati, di relazioni che possono diventare salvezza o ferita. La scelta di Antonella Lattanzi appare per questo particolarmente felice: Chiara è un romanzo che chiede ascolto, non soltanto lettura.

Il libro colpisce perché non offre una morale semplice. Non dice al lettore da che parte stare in modo comodo. Lo costringe piuttosto a sostare nella complessità dei sentimenti. L’amicizia tra Marianna e Chiara è luminosa e dolorosa, necessaria e pericolosa, tenera e assoluta. È uno di quei rapporti che segnano l’esistenza perché arrivano quando l’identità è ancora fragile, quando si è pronti a consegnare all’altro una parte enorme di sé. Lattanzi racconta questa consegna con una precisione che fa male, perché chi legge riconosce qualcosa di universale: il bisogno di essere scelti, la paura di essere abbandonati, la vergogna di non sentirsi abbastanza amati.

Valmontone accoglie, dunque, venerdì 12 giugno, una voce tra le più intense della narrativa italiana contemporanea. Antonella Lattanzi arriva con un romanzo che non si dimentica facilmente, perché non resta sulla superficie dei fatti. Scende nella materia viva dei rapporti, là dove l’infanzia diventa radice, l’adolescenza diventa prova, l’amore diventa domanda. Chiara è un libro sul desiderio di essere viste, sulla violenza delle famiglie quando smettono di essere riparo, sulla forza dei legami che nascono tra chi non ha ancora gli strumenti per salvarsi da solo.

Ed è forse proprio questo il cuore più profondo del romanzo: nessuno cresce davvero senza portarsi dietro qualcuno. Una voce, un volto, una compagna di banco, un’amica incontrata quando la vita faceva già paura. Antonella Lattanzi restituisce a quel legame tutta la sua grandezza e tutta la sua ombra. Lo fa con una scrittura che non arretra, che commuove perché non forza mai la commozione, che lascia addosso la sensazione di aver guardato da vicino una verità scomoda: a volte le persone che ci salvano sono anche quelle da cui non riusciamo più a liberarci.

 
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Cultura

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