Venerdì 26 Aprile 2019 ore 16:00
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I Santi e i morti
La beatitudine degli umili
Il capocordata

Le prossime ricorrenze liturgiche della festa dei Santi e della Commemorazione di tutti i fedeli Defunti hanno in comune la lettura del Vangelo (Mt. 5, 1-12), il famoso brano delle Beatitudini che apre con solennità il primo dei cinque grandi discorsi che strutturano tutta l’opera dell’evangelista Matteo. Le beatitudini, chiamate anche macarismi (dal greco: macarioi, beati), che saranno proclamate nella celebrazione eucaristica sono otto: cercheremo di analizzarle una per una e comprenderne il messaggio che Gesù ci propone anche oggi. L’ Antico Testamento costituisce lo sfondo di non poche di queste beatitudini che troviamo nel Vangelo: consolare gli afflitti, ereditare la terra, essere chiamati figli di Dio, sono espressioni che già esistono nella Bibbia. Nell’interpretazione dovremo porre attenzione a come Gesù è riuscito a dire qualcosa di “nuovo” pur ricorrendo a formulazioni antiche e in parte bibliche.

“Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (v. 3). Chi sarebbe disposto a considerare fortunati i poveri? Il termine “i poveri” designa l’estrema povertà, il mendicante, uno che deve abbassarsi o curvarsi, non di rado con l’aggiunta di una vita errabonda. I poveri vengono detti beati riguardo al loro spirito, al loro atteggiamento mentale. Per Gesù i “poveri nello spirito” sono coloro che si reputano mendicanti davanti a Dio, che sanno di non poter provocare a forza l’avvento del regno dei cieli, ma che deve essere Dio a concederglielo. Il loro atteggiamento è come quello del  bambino che nella predicazione di Gesù diventa il presupposto per entrare nel regno dei cieli. Questo atteggiamento di attesa non è passività, ma il punto di partenza per essere certi di avere il suo regno, per avere la salvezza in Gesù.

“Beati gli afflitti, perché saranno consolati” (v. 4). C’è afflizione perché la comunità è insignificante, perseguitata e oppressa; ma afflizione non tanto per la propria miseria, quanto perché il nome di Dio è disprezzato. Ebbene, Dio stesso apporterà la consolazione ai suoi figli che piangono.

“Beati i miti perché erediteranno la terra” (v. 5). In tempo di oppressione e di persecuzione della comunità, la mitezza diviene la regola di saggezza ad imitazione dell’esempio di Cristo “mite e umile di cuore”. Il prendere possesso la terra come eredità era l’aspirazione del popolo durante la marcia attraverso il deserto. Qui la terra è sinonimo di vita, di salvezza per colui che in circostanze avverse reagisce con la bontà e la mitezza.

“Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati” (v. 6). Chi sono coloro che hanno fame e sete di giustizia? In Matteo la giustizia va identificata con l’agire richiesto all’uomo, con il volere di Dio che egli deve adempiere in concreto con le esigenze presentate da Gesù in particolare nel discorso della montagna. Poiché bisogna aspirare ad una giustizia superiore a quella mosaica, non sono ammesse riduzioni. Chi si adopera intensamente per la giustizia ha bisogno di una spinta interiore, di una motivazione: essa è data con Gesù, con la sua venuta, con la sua parola, col suo esempio.

“Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia” (v. 7). Questa beatitudine è caratterizzata da una letterale corrispondenza tra agire umano e ricompensa divina. Usare misericordia spetta in primo luogo a Dio, a Gesù a cui coloro che chiedono aiuto si rivolgono gridando: abbi pietà di me! Gesù dice di volere la misericordia e non il sacrificio, di fronte a una condotta senza misericordia, come quella che in modo impressionante è rappresentata anche nella parabola del servo spietato (Mt. 18, 33).

“Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (v. 8). Il cuore puro corrisponde all’animo limpido e sincero, alla coscienza innocente. Il cuore puro è attribuito a chi è immune dall’idolatria e dallo spergiuro e può quindi concernere tanto i rapporti dell’uomo con Dio quanto quelli con gli altri uomini. La visione di Dio quale definitiva beatificazione dell’uomo corrisponde ad un’attesa di tutto il cristianesimo. Gesù esige una purità che riguarda tutto l’uomo e respinge quella purità ipocrita che rimane attaccata alle esteriorità.

“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (v. 9). La pace costituisce la sintesi della salvezza ed è quindi realizzabile solo da Dio. Il discepolo, per incarico di Gesù, può solo annunciare questa pace. La pace realizzata dagli uomini sta in intimo rapporto con la pienezza della pace che viene da Dio: essa è, per così dire, una parte dell’effetto terreno della pace donata da Dio. La pace è caratteristica propria di Dio, che dona “salom” (pace) e vuole condurre gli uomini sulle vie della pace. Chi si fa operatore di pace tra gli uomini partecipa della peculiarità di Dio: essi saranno chiamati figli di Dio. Si ha quindi uno stretto rapporto tra il Figlio per eccellenza (Gesù) e gli operatori di pace, che saranno chiamati figli di Dio.

“Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli” (v. 10). La giustizia è ancora una volta quella richiesta da Gesù, in pratica l’appartenenza a lui e alla sua comunità. La persecuzione a causa della sequela cristiana è un costante e necessario contrassegno dei discepoli. Dietro alla persecuzione c’è un’esperienza immediata: essa induceva evidentemente i perseguitati a fuggire di città in città. La persecuzione per causa della giustizia è caratteristica del vangelo di Matteo. I discepoli oppressi sono consolati con la prospettiva di una grande ricompensa celeste: i perseguitati sono invitati alla gioia e alla esultanza, perché essi partecipano alle sofferenze di Cristo. Infine, con la ricompensa si parla ancora del regno dei cieli, che nessun uomo può pretendere, ma che solo Dio darà. La loro ricompensa è grande, poiché anche i profeti prima di essi furono ingiustamente perseguitati e ne ebbero grande ricompensa.

Per cercare di fornire una sintetica definizione contenutistica delle beatitudini, nel loro duplice aspetto di esigenza e promessa, si può affermare che esse sono i tratti caratteristici del discepolato e l’esposizione del vangelo del regno dei cieli annunciato da Gesù. Esse sono dono di Dio e responsabilità del discepolo: Gesù ha incarnato per primo tutti i tratti delle beatitudini e il discepolo raggiunge la santità nella imitazione di Gesù come viene descritto nelle otto beatitudini.                           

Bibliografia consultata: Gnilka, 1990.


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