Venerdì 26 Aprile 2019 ore 11:59
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Dall'esperienza del Risorto alla fede nella risurrezione
di Il capocordata
Il capocordata

Il capitolo 20 del vangelo di Giovanni, da cui è tratto il brano ( Gv. 20, 19-31 ) di domenica prossima, presenta una unità solidamente strutturata sotto l’aspetto letterario e tematico e narra alcune apparizioni del Cristo risorto, che ebbero luogo a Gerusalemme. Un’idea principale ne costituisce la trama: il passaggio, nella vita cristiana, dall’esperienza fisica alla fede spirituale. Se Maria Maddalena occupa un posto importante nella prima parte del capitolo, Tommaso è il personaggio principale nella nostra pericope di domenica II di Pasqua. Se la Maddalena piange alla vista del sepolcro vuoto, Tommaso in maniera spontanea ma impaziente dubita della realtà del Cristo risorto. Maria di Magdala confessa la propria fede allorché il Signore si rivela a lei, così Tommaso crede in maniera appassionata ed entusiastica quando Gesù si degna di apparirgli nella domenica successiva. Si tratta del passaggio dall’esperienza fisica alla fede spirituale: la voce familiare del Maestro per la Maddalena, vedere le ferite e mettere la mano nel suo costato per Tommaso.

L’apparizione di Cristo risorto a Tommaso (vv. 24-29)

Tommaso (Didimo: gemello) appare come un uomo tutto di un pezzo, che giudica le cose secondo un suo modo di vedere e stenta ad entrare nel pensiero degli altri. Fondamentalmente generoso e leale verso il suo maestro. L’atteggiamento di dubbio di cui dà prova Tommaso non ha nulla di eccezionale. L’evangelista Giovanni, fissandosi sul dubbio di Tommaso, vuole mettere in luce la duplice natura fisica e spirituale del corpo del Cristo risorto, e farci comprendere come si passi dalla esperienza fisica alla fede spirituale. Ma soprattutto ha in mente la condizione di coloro che credono nel Risorto e vivono di lui senza averlo visto. Il dubbio che opprime il cuore di Tommaso proviene da uno spirito ben intenzionato e generoso non da una cattiva volontà. E’ vero: egli ricusa di credere alla testimonianza dei suoi fratelli reagendo con un freddo rifiuto; vuole verificare con i suoi occhi e toccare la realtà del corpo di Gesù risorto. Ma il suo dubbio così radicale, ha un grande valore apologetico, in difesa della risurrezione di Cristo nel suo vero corpo.

“Otto giorni dopo… i discepoli… a porte chiuse…”: la domenica successiva alla Pasqua, Gesù appare agli apostoli nel Cenacolo entrando a porte chiuse. L’autore vuole mettere in evidenza la condizione particolare e misteriosa del Risorto, abbastanza corporea perché siano visibili le sue piaghe e il suo costato, e abbastanza immateriale per consentirgli di passare attraverso porte chiuse.

“Pace a voi”: non solo un saluto convenzionale, un saluto dal significato più profondo e più cristiano, con risonanze sia spirituali che materiali. “Poi dice a Tommaso…”: Gesù accetta la prova a cui Tommaso annetteva tanta importanza: toccare per accertarsi che non si tratti di un essere immaginario ma di un corpo reale e vivo. Ma poi, Gesù lo rimprovera dicendogli che deve diventare un vero credente nella realtà del Cristo risorto. “Rispose Tommaso: Signore mio e Dio mio”: questa fulgida confessione di fede cristiana spunta sulle labbra dell’incredulo Tommaso dall’evidenza della risurrezione.

In maniera spontanea, anzi appassionata, Tommaso esprime in essa la sua fede totale nella divinità del Cristo. Essa costituisce l’apice, il punto culminante di tutto il IV Vangelo, che su questa affermazione esso può concludersi e si conclude di fatto in bellezza.Tommaso quindi esalta il Cristo, il Figlio, con gli stessi termini usati abitualmente dai giudei, gelosamente monoteisti, per onorare Dio.

Per l’evangelista Giovanni, dunque, la fede cristiana nasce dalla vista, dall’incontro con l’esperienza del Cristo. A suo avviso, il punto di partenza del cristianesimo si trova in fatti storici che è stato possibile costatare, controllare, stabilire e dei quali alcuni testimoni scelti hanno reso testimonianza; il Cristo della fede cristiana implica e presuppone il Gesù della storia. Egli tiene i piedi ben piantati nella storia, in una storia autenticata da testimoni. In lui, teologia e storia non si contraddicono, ma sono intrecciate l’una nell’altra. Teologo per temperamento, per vocazione e per l’azione dello Spirito, S. Giovanni affonda le sue radici nella storia.

“Beati quelli che credono senza aver veduto”: al di là dell’apostolo Tommaso, si intravede la chiesa credente dei secoli futuri. La beatitudine, la felicità, la gioia sono promesse a tutti i credenti che non sono stati testimoni oculari dei fatti riportati, a tutti i cristiani che, di generazione in generazione, suppliranno con l’ardore della fede a ciò che loro manca di presenza visibile del Cristo. Ma Giovanni pensa soprattutto ai cristiani del suo tempo: uomini e donne che non erano stati testimoni delle apparizioni del Cristo glorioso, ma che credevano nella sua presenza e la vivevano intensamente: viene ancora espressa la unità e la continuità tra il Gesù della storia e il Cristo della prima comunità credente.

L’epilogo (vv. 30-31)

Si tratta della conclusione di tutto il libro: Giovanni non si è prefisso di raccontare tutti i “segni” compiuti da Gesù; egli ha operato una cernita, una scelta tra questi miracoli, conservando ciò che gli sembrava più atto a generare e a nutrire la fede: “Affinché crediate”. Giovanni si rivolge a coloro che credono già nel Cristo ma che devono progredire sempre più in questa vita di fede. Infatti, non solo i miracoli sono “segni” della divinità di Gesù, ma tutto il ministero del Cristo durante la vita pubblica tende verso il “segno per eccellenza” che è “l’ora finale”, la passione-risurrezione del Cristo Signore, manifestazione definitiva e totale della sua gloria. “Abbiate la vita nel suo nome”: per mezzo suo, attraverso la sua opera e in unione con lui. L’oggetto della fede cristiana è: credere che Gesù è il Cristo, è il Figlio di Dio! Questa fede è già la vita: una vita spirituale che si realizza oggi e tende verso una perfezione sempre più grande; una vita presente attualmente nel credente e insieme tensione verso l’avvenire definitivo.           

Bibliografia consultata: Seynaeve, 1971.


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