Martedì 20 Agosto 2019 ore 06:23
Le apparizioni del Risorto nel Vangelo di Luca
di Il capocordata
Il capocordata

In Luca, i racconti delle apparizioni di Gesù risorto sono inquadrati dalla narrazione del sepolcro vuoto e da quella dell’Ascensione. Il loro scopo è duplice: fornire delle prove della risurrezione e fondare così la fede dei discepoli; affidare agli apostoli la missione di testimoni e fare così conoscere il Vangelo a tutte le nazioni. Noi ascolteremo domenica III di Pasqua il brano delle apparizioni agli apostoli e ai loro compagni riuniti nel Cenacolo (Lc. 24, 35-48). Tre sono i temi presenti nel nostro brano: il segno, l’apparizione e la spiegazione delle Scritture. L’evangelista Luca esplicita in forma di racconto quanto, originariamente, era forse racchiuso dentro gli avvenimenti: occorre distinguere tra il nucleo storico dei fatti riportati dall’evangelista e quello che è frutto del suo lavoro letterario e teologico.

Nucleo storico

“E’ risorto” (v. 6): il grande fatto della risurrezione sta al centro di tutto il racconto del capitolo 24. I rimanenti versetti hanno lo scopo di fornire testimonianze a favore di questo fatto e di trarne le conseguenze. Le testimonianze sono soprattutto le Apparizioni: alle donne, ai discepoli di Emmaus e ai discepoli nel Cenacolo, la sera del giorno di Pasqua. I discepoli sono rinchiusi nel Cenacolo perché hanno motivo di temere che i nemici di Gesù, dopo aver messo a morte il Maestro, cerchino di sterminare i suoi discepoli. Entrando a porte chiuse, è evidente che il corpo di Gesù risorto sfugge alle leggi del mondo materiale.

Con la risurrezione, il Cristo entra in un mondo nuovo, e questa trasformazione ci permette di comprendere perché i discepoli non lo riconoscono né sulla strada di Emmaus né nel Cenacolo. Non dobbiamo meravigliarci che, nello smarrimento e nel turbamento in cui si trovano, i discepoli abbiano creduto di vedere un fantasma. Gesù fornisce perciò i segni che provano la sua vera identità: “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono io! Toccatemi e vedete: uno spirito non ha carne e ossa come vedete che ho io” (v. 39). Per dar loro ancora una prova della realtà della sua Risurrezione, chiede da mangiare: Gesù mangia davanti a tutti un pezzo di pesce arrostito.

Gli autori concordano nell’affermare che Luca ha condensato nel quadro di una sola giornata tutti i racconti relativi alla risurrezione. In tutto il suo vangelo Luca ci ha abituato a questo genere di libertà nella presentazione dei fatti.

Nell’apparizione al Cenacolo, Gesù affida agli apostoli la missione di testimonianza fino agli estremi confini della terra: il risorto ha dato agli apostoli prove tangibili della sua risurrezione, proprio perché erano necessarie al compimento della loro missione.

Insegnamenti teologici

La risurrezione di Gesù e le sue apparizioni servono per suscitare di nuovo la fede negli apostoli che, dopo la morte di Gesù, è venuta meno. I loro occhi non potevano riconoscerlo: i discepoli pensano a un fantasma. Il loro non credere deriva soltanto dalla loro mancanza di fede. Gesù di Nazareth è stato ucciso dai giudei: che delusione! Si sperava che egli liberasse Israele dalla dominazione straniera dei Romani. La sua morte finiva per apparire un fallimento irreparabile. La speranza di salvezza temporale e politica è ormai apertamente annientata.

Dopo la sepoltura del Cristo, i discepoli non credono più: persistono nel rifiuto anche di fronte all’annuncio delle donne sulla tomba vuota. E’ vero che il sepolcro vuoto non costituisce una prova della risurrezione, ma soltanto un segno. Tuttavia i segni non sono inutili: sembrano necessari per riconoscere Gesù dopo la Risurrezione. Per la Maddalena basta il suono della voce di Gesù che la chiama per nome, per Giovanni è sufficiente il sepolcro vuoto con le bende e il sudario in ordine, per i discepoli di Emmaus basta lo spezzare il pane nella loro casa, per gli apostoli sono necessarie le piaghe da vedere e il corpo da toccare. La necessità dei segni deriva dal fatto che il riconoscimento di Gesù non si esaurisce nell’identificare Gesù di Nazareth, ma implica un atto di fede. Si tratta di una conoscenza che non si ferma all’umanità del Cristo. Era così durante il suo ministero terreno: a maggior ragione lo è adesso, dopo  la trasformazione della morte e della risurrezione.

Tuttavia, Gesù non cessa di rimproverare i discepoli che esigono queste prove tangibili del suo corpo risorto. Ma allora, da quale sorgente avrebbe dovuto scaturire la fede? Luca lo ripete con insistenza: dalla testimonianza delle Scritture: Mosè, i profeti e i Salmi avevano annunciato tutto ciò che era avvenuto in quei giorni; e Gesù l’aveva spiegato ai discepoli, ma essi non avevano capito. Questa intelligenza delle Scritture, il Risorto non la diede ai discepoli in un discorso, ma nell’evento pasquale che dissipò d’improvviso tutte le ombre di una preparazione durata secoli. Nel giorno di Pasqua la luce incomincia a brillare. Il lavoro di interpretazione proseguirà durante tutta la vita della Chiesa.

D’ora in poi bisognerà vivere soltanto nella fede. Gesù non è apparso ai discepoli per consolarli, ma unicamente perché ciò era necessario alla loro fede. D’altronde, la gioia sensibile della sua presenza non dura che un istante. Ma se, nonostante la separazione, rimane la fede, rimangono anche la gioia e la pace. Il Cristo è morto e risorto per tutta l’umanità; quindi la “buona novella” deve essere annunciata a tutti gli uomini, affinché tutti possano credere ed essere salvati. Ma solo pochi privilegiati hanno potuto verificare personalmente i fatti. Sulla testimonianza degli apostoli si fonderà la fede di tutte le generazioni future. Tra gli apostoli, Pietro gode ovviamente di un posto privilegiato: Luca ha voluto menzionare l’apparizione a Pietro prima di quella del cenacolo: “Il Signore è davvero risorto, ed è apparso a Simone” (v. 34).                                                                                                                                                           

Bibliografia consultata: Gaide, 1970.


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