Venerdì 18 Ottobre 2019 ore 10:39
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Corpus Domini, Eucaristia di Cristo e del cristiano
di Il capocordata
Il capocordata

Il Vangelo della domenica del Corpus Domini, per l’anno B, è tratto da Marco (14, 12-16.22-26): il brano ci narra la preparazione dell’ultimo banchetto pasquale e l’istituzione dell’Eucaristia.

La preparazione dell’ultimo banchetto pasquale (vv. 12-16)

In prossimità della Pasqua, quando si immolavano gli agnelli, i discepoli chiedono al Signore dove preparare per mangiare la Pasqua. L’interrogativo dei discepoli è formulato in modo da far convergere tutta l’attenzione sulla pasqua di Gesù. Molte sono le cose che rientrano nella preparazione del banchetto pasquale: un posto adatto, immolare l’agnello, preparare il pane non lievitato, coprire il tavolo e procurare i necessari accessori. Gli abitanti di Gerusalemme favorivano con somma generosità i pellegrini perché trovassero un posto per la festa: non chiedevano denaro per l’affitto del locale dove poter celebrare la Pasqua.

Dopo che i discepoli ebbero chiesto, come fanno i servi, Gesù manda due di loro con un compito particolare: di seguire un uomo con la brocca d’acqua che entra in una casa e di chiedere al padrone dov’è la stanza per il Maestro, perché vi possa mangiare la Pasqua. La definizione di “Maestro” che Gesù dà di se stesso, non solo richiama la sua funzione di insegnare ma anche il fatto di essere diventato un titolo di grandezza. Può avere il suo aggancio nel titolo “Rabbi” con cui il popolo si rivolgeva a Gesù. Il padrone di casa offrirà ai discepoli una grande sala al piano superiore: di solito la stanza più grande si trovava al piano superiore; essa doveva contenere insieme almeno dieci persone e doveva avere la superficie di 23 metri quadrati. Essa era fornita di tappeti o di cuscini per il banchetto, per permettere di stare sdraiati orizzontalmente, esprimendo così il fatto che il popolo era uscito dalla schiavitù egiziana ed era pervenuto alla libertà. I discepoli trovarono tutto come Gesù aveva loro predetto.

L’inaugurazione della Nuova alleanza (vv. 22-26)

Mentre essi mangiavano Gesù dice la preghiera di benedizione. La parte principale del pasto inizia con la benedizione sul pane azzimo. Prendere, benedire, spezzare sono termini tecnici della preghiera giudaica prima del pasto. L’accenno al dare e l’esortazione a prendere volgono fortemente l’attenzione sul pane distribuito: un pane spezzato e diviso. “Prendete! Questo è il mio corpo” (v. 22): Gesù riferisce direttamente il pane a se stesso, al suo corpo, alla sua persona. Nel banchetto, coloro che mangiano acquistano una comunione nuova con lui. Sotto questo aspetto l’ultima cena si riallaccia ai banchetti che Gesù ha tenuto con gli uomini durante la sua attività, coi discepoli e coi peccatori. Se là era presente corporalmente, ora lo rende presente il pane che i partecipanti al banchetto mangiano insieme. Il corpo, posto in parallelismo col sangue che è versato, è per il sacrificio. Chi ne mangia non soltanto si unisce al Cristo sofferente in croce, ma ha anche parte a questa morte e alla benedizione che essa sprigiona.

“Egli prese un calice, disse la preghiera di ringraziamento…”: la preghiera di ringraziamento può essere scelta poiché è pensata per la conclusione del pasto. “Eucaristein” (ringraziare) è in riferimento al banchetto eucaristico; come pure bere al calice comune è stato visto come segno del banchetto eucaristico della comunità. “Questo è il mio sangue, dell’alleanza, che è versato per molti” (v. 24): nella frase di spiegazione sul calice Gesù riferisce quest’ultimo al suo sangue. L’espressione del sangue dell’alleanza è allusione a Mosè che asperge il popolo col sangue degli animali nella prima alleanza (Es. 24, 8).  Grazie alla morte di Gesù viene posta in essere un’alleanza, che prende il posto della prima. L’inaugurazione della Nuova Alleanza procura redenzione e salvezza: il sangue è versato equivale a essere ucciso, poiché secondo una concezione biblica il sangue era considerato portatore della vita e della vitalità. Di conseguenza si capisce che il calice offerto assicura comunione con il Signore che si offre alla morte. La morte del servo di Dio (Is. 53, 11s) è stata intesa come espiazione unica nel suo genere, la quale abolisce il sacrificio di espiazione che viene offerto continuamente. La nuova alleanza che viene inaugurata acquista un significato universale (“per molti”) e Cristo che va alla morte appare il vincitore che si insedia in un regno universale.

“Non berrò più del frutto della vite fino a quel giorno quando lo berrò nuovamente nel regno di Dio” (v. 25): dopo la buia paura della morte, in quel giorno, deve iniziare un nuovo modo di bere. Con ciò l’attuale banchetto eucaristico viene messo in relazione col banchetto escatologico (finale) nella perfezione celeste (in Paradiso). Non lo anticipa, ma ne garantisce la sicura venuta. “E dopo che essi ebbero cantato l’inno di lode…” (v. 26): il canto di un inno di lode si adatta al banchetto pasquale, ma anche alla nostra celebrazione eucaristica. Il viaggio notturno verso il monte degli Ulivi prepara la sua agonia nell’orto del Getsemani e la sua cattura.

L’Eucaristia come dato di partenza richiama il Signore Gesù ed essa è possibile solo perché egli è uomo, perché è Figlio di Dio incarnato: il santo corpo del Signore rievoca proprio la concretezza umana di Gesù, di colui che è divenuto eucaristia nella celebrazione della cena pasquale con i discepoli e nella donazione sacrificale del proprio corpo e del proprio sangue. L’uomo e la donna di oggi hanno bisogno di incontrare un Dio concreto che agisce nella storia assieme a loro; di un Cristo impegnato nella salvezza non solo di un’anima, ma di una umanità ben concreta e carica di angosce e di problemi.

L’Eucaristia consumata dai discepoli di Gesù nella cena pasquale è la conclusione di una comunanza di vita e di uno sforzo di fede da parte dei discepoli; è segno di una comunione che non sarà interrotta dalla morte, perché vivificata dall’amore. L’Eucaristia è riunirsi attorno ad una mensa, convocati dall’amore di Cristo; è segno del convito nel regno futuro. Le discriminazioni che la vita quotidiana produce e impone dovrebbero sciogliersi quando i cristiani si ritrovano intorno all’eucaristia.   

Bibliografia consultata: Gnilka, 2007; De Candido, 1971.


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