Giovedì 25 Aprile 2019 ore 11:55
FALSI SCRIBI
L'elogio della vedova povera
Critica ai falsi scribi
Il capocordata

I due brani molto brevi di Marco (12, 38-44) sul modo di agire degli scribi e sull’obolo della vedova sono legate insieme: dalle vedove di cui gli scribi divorano le case, si passa alla vedova che getta nel “tesoro” del Tempio i suoi due spiccioli.

L’ipocrisia degli scribi (vv. 37-40)

Tenendo conto delle circostanze storiche, i rimproveri rivolti agli scribi si adattano perfettamente al quadro dell’ultima settimana, al punto di frattura tra Gesù e i suoi avversari, i quali hanno dato definitivamente prova della loro malafede e hanno complottato di ucciderlo. I rimproveri di Gesù agli scribi sono presentati secondo un ordine crescente di gravità: dalle manifestazioni di vanità (ostentazione nei vestiti, desiderio di essere salutati e di sedere ai posti d’onore) si passa allo sfruttamento delle vedove, poi all’ipocrisia religiosa propriamente detta, la cui malizia particolare è sottolineata dal fatto che viene menzionata al termine del brano.

In primo luogo, gli scribi sono rimproverati perché amano passeggiare in lunghe vesti (v. 38). Si tratta certamente del “talith”, mantello usato specialmente dai rabbini. Siccome doveva strisciare per terra, ne allungavano le frange per meglio distinguersi come fedeli osservanti e attirare così dimostrazioni di onore. Si tratta di vanità nell’abbigliamento: difetto molto diffuso, oggi come ieri, ma più odioso e inopportuno nei professionisti di cose divine perché essi sfruttano un prestigio religioso per ottenere onori. Il desiderio di ricevere saluti nelle pubbliche piazze è un difetto analogo. Sulle piazze dell’antico Oriente, gremite di mercanti e di sfaccendati, i dottori della legge si compiacevano delle prolungate dimostrazioni di rispetto con cui il popolo si credeva in dovere di circondarli. Il fatto di sfruttare il prestigio conferito da funzioni sante per un fine così egoistico e futile accresce la malizia di questa vanità.

Altrettanto si dica della terza forma di ostentazione: l’amore dei primi seggi nelle sinagoghe e dei primi posti nei banchetti (v. 39) Secondo la testimonianza dei rabbini posteriori, gli scribi, eredi dell’autorità legale sulla cattedra di Mosè, nelle sinagoghe avevano diritto a posti speciali, rivolti verso il popolo. Non v’è nulla di strano che alcuni abbiano ceduto alla tentazione di avvalersi dei privilegi di cui godevano. E siccome questa deferenza li accompagnava in ogni luogo, la loro pretesa ambiziosa non si manifestava solo nelle sinagoghe, ma anche nelle riunioni ordinarie come i banchetti. L’ordine dei posti era stabilito in base all’onorabilità, perciò la caccia ai primi posti aveva libero corso. Chi oserebbe dire che non è più di moda, perfino tra la gente di Chiesa?

Lo sfruttamento delle vedove e la pietà affettata (v. 40)

Innanzitutto, gli scribi divorano le case delle vedove. La condizione a cui la Legge obbligava le vedove non era certo rosea: esse non avevano diritto all’eredità del marito. Gesù non si scaglia contro la Legge in sé, ma ne rimprovera gli abusi. Si è pensato che gli scribi, esperti a tutte le sottigliezze giuridiche, riuscissero ad eludere la legislazione in vigore a danno delle vedove che avevano loro affidato i propri beni; oppure che, sostentati materialmente da donne devote, abusassero della loro generosità.

In ogni caso, lo sfruttamento delle vedove, creature tra le più vulnerabili, è una colpa particolarmente odiosa agli occhi del legislatore e dei profeti dell’A. T., mentre il sostenere la vedova e l’orfano seguendo l’esempio che ci viene da Dio era considerato una delle prime opere buone. Anche noi, come i primi catechisti cristiani che ce l’hanno conservato, possiamo applicare l’avvertimento di Gesù ai nostri atteggiamenti verso tutte le persone socialmente deboli e senza risorse, e a tutte le ingiustizie che una sottile casistica pretenderebbe di giustificare.

L’ ultimo rimprovero di Gesù è anche più grave: “Ostentano di fare lunghe preghiere” (v. 40). Alcuni scribi dissimulano la loro vanità e le loro estorsioni sotto la maschera di una pietà apparente. Agli scribi viene rimproverato di recitare la commedia della pietà, perché essi vogliono conciliare la preghiera con la loro ostentazione vanitosa: non sanno che così ingannano se stessi e gli altri. Quando la vanità sfocia nell’ipocrisia religiosa, e questa si concretizza in una rapacità che non risparmia le vedove indifese, allora i colpevoli raggiungono il colmo della malizia e della condanna.

L’obolo della vedova (v. 41-44)

Gesù, seduto di fronte al “tesoro”, osserva la folla e vede parecchi ricchi che vi gettano spiccioli in quantità; l’evangelista indica l’equivalente in moneta romana dell’offerta della vedova: un quarto di “asse”, cioè otto volte meno della magra razione di pane distribuita ogni giorno ai poveri. Tutto è orientato ancora una volta verso la frase conclusiva che non rimprovera ai ricchi le loro ricchezze, forse ingiuste o pericolose, né la loro eventuale vanità nella magnificenza. La povera vedova “ha gettato più di tutti gli altri” (v. 43), perché ha donato tutto ciò che aveva per vivere (v. 44).  Dobbiamo guardarci dal giudicare le persone e i loro gesti dalle apparenze; i più generosi e i più pii non sono necessariamente quelli che lo sembrano di più, non è il “quanto” che conta ma il “come” si dà; Dio solo vede nel segreto e conosce i cuori. E’ l’intenzione del cuore, dell’interno che qualifica le azioni umane e non la loro materialità. Tra quelle che l’uomo compie con intenzione pura, l’elemosina, atto di carità e di distacco, è una delle più gradite a Dio.

E’ abbastanza probabile che la chiesa primitiva abbia proposto il comportamento di questa vedova eccezionalmente generosa alla imitazione delle vedove cristiane, soprattutto a quelle iscritte al gruppo delle vedove e si erano impegnate a perseverare in questa condotta.  Ma tutta la comunità cristiana doveva sentirsi implicata da questo racconto e dalle lezioni che se ne potevano trarre: a tutti, ai discepoli, alla folla e ai ricchi, Gesù contrappone la vedova e suggerisce di vedere in questa il modello di una religione interiore, la religione di un’anima che meglio della folla sa guardarsi dall’influsso degli scribi e dalla loro pietà formalistica. Colui che scruta reni e cuori e non si lascia sedurre dalle apparenze, invita anche i suoi discepoli a non lasciarsi ingannare né dalla parvenza di pietà che maschera la vanità, la cupidigia e l’ipocrisia, né dall’apparenza insignificante delle azioni caritatevoli provenienti dai poveri. Sappiano scoprire nella misera offerta di una povera vedova il peso di amore eroico che in essa si nasconde, e si ispirino a questo esempio per rinunciare, anch’essi, a tutti i loro averi.                                                 

Bibliografia consultata: Ternant, 1971.


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