Mercoledì 17 Luglio 2019 ore 01:12
CHE DUNQUE FAREMO?
Il messaggio di Giovanni Battista
di Il capocordata
Il capocordata

Abbiamo già visto precedentemente l’entrata in scena del Battista e la sua attività, consistente nell’annunciare un “battesimo di conversione” in preparazione della remissione dei peccati da parte del Messia. L’apparizione di Giovanni viene così inquadrata sia dalle circostanze della storia profana e sia dalla voce profetica della Scrittura. Inoltre, l’evangelista Luca precisa a chi si rivolge il discorso: alle “folle”. Le folle di uditori rappresentano un tema tipicamente lucano; è a tutto il popolo che si indirizza il messia, come anche il Battista. L’appello generale alla conversione si deve realizzare nella pratica. Rinunciare in spirito alla strada seguita sino ad ora, per integrarsi nella via del Signore Dio, esige che si pongano degli atti di conversione nella propria esistenza quotidiana e nel proprio ambiente concreto di vita.

Così viene ad aggiungersi alla predicazione della conversione nel suo senso fondamentale più vasto l’esortazione alla conversione nel suo senso concreto e pratico: “E le folle lo interrogavano dicendo: Che cosa dobbiamo fare?” (v. 10). La reazione delle folle è esemplare: la domanda suppone riconoscimento dell’errore di ciò che si fa, ignoranza di cosa fare, disponibilità ad accogliere l’indicazione di Dio per tradurla in pratica. Giovanni risponde invitando alla bontà e alla pratica della carità: ”Chi ha  due tuniche ne dia una a chi non ne ha” (v. 11). Non si tratta della giustizia distributiva umana (a ciascuno il suo), ma della giustizia che ha come presupposto la paternità di Dio, e quindi la fraternità tra gli uomini. Per questo, ciò che tu hai e tuo fratello non ha, non è tuo, ma da condividere.

Il secondo gruppo, dopo la folla, è costituito dai “pubblicani”, tipici rappresentanti in Luca di coloro ai quali Gesù è inviato come amico e come salvatore misericordioso. I pubblicani, appaltatori di tasse per conto di un dominatore straniero, erano un po’ la maschera del peccato. Pure loro sono disponibili alla conversione. Essi attribuiscono rispettosamente a Giovanni il titolo di “maestro”. Giovanni non chiede ai pubblicani di abbandonare la loro professione, ma fa loro divieto di arricchirsi ingiustamente, mostrandosi giusti nella loro professione e, in un sistema di iniquità, esercitare il più possibile la misericordia. Infatti, non siamo giusti, bensì graziati e giustificati e chiamati a lasciar trasparire, in questa situazione di male, la grazia sua. Per questo Gesù è amico dei pubblicani e peccatori e narra le parabole della misericordia.  

Alcuni “soldati” vengono a porre un problema analogo. Anch’essi ricevono dei consigli d’ordine molto pratico: essi non devono estorcere nulla a nessuno, cioè devono lasciare tranquilla la popolazione civile e non rubare. Debbono inoltre accontentarsi del loro stipendio. Questo invito esortativo è caratteristico di Luca: valorizza soprattutto l’azione nella sfera sociale, l’azione della carità.

Dopo l’ascolto della predicazione del Battista, si parla del popolo in attesa: colmata ogni depressione e spianata ogni esaltazione, eliminata ogni pretesa, ogni ingiustizia e violenza, il popolo crede e spera la sua salvezza. A chi non spera e non crede, Dio non può donare ciò che ha promesso.

Il battesimo del più forte (v. 16)

Sin dalla prima frase del discorso di Giovanni, i due battesimi sono contrapposti l’uno all’altro. Il battesimo di Giovanni è dato con acqua, quello del più forte lo sarà con Spirito santo e fuoco. Giovanni spiega che lui non innalza l’uomo a Dio. Semplicemente lo immerge nella sua verità, nell’acqua del suo limite e della sua morte, nella sua creaturalità, in attesa che venga il “più forte”. Costui lo immergerà nello “Spirito Santo”, nella vita stessa di Dio. Questa e non altra è la salvezza dell’uomo: partecipare alla vita di Dio, al fuoco della sua luce.

Ciò che attira l’attenzione nel confronto tra i due battesimi è molto di più il loro effetto che il loro rito esteriore. Il primo battesimo, quello di acqua, produce indubbiamente anche la purificazione: esso suggella la conversione, ma anche in questo la sua azione non è comparabile all’azione escatologica dello Spirito e del fuoco, della santificazione che salva e della condanna che distrugge.

Il giudizio (v. 17)

Il v. 17 ritorna al “più forte” e alla sua attività di giudice. Un’altra immagine fa qui la sua apparizione, quella del coltivatore che effettua la mietitura. L’agricoltore vaglia il grano sulla sua aia in modo che la pula viene portata via dal vento, mentre i chicchi, pesanti, restano a terra. Il grano è raccolto nel granaio, mentre la pula viene consumata nel fuoco. Per mezzo delle immagini più differenti (battesimo, mietitura) ci si parla dell’unico giudizio, che il “più forte” eserciterà. Tutto questo genera un annunzio del messia estremamente denso che fa fiorire immagini potenti, tutto vibrante della prossimità della sua venuta, in corrispondenza con “l’attesa” del popolo.

“Annunciava al popolo la buona notizia”: sulla linea del testo iniziale, la predicazione di Giovanni è chiamata “evangelizzazione”, annuncio della buona notizia al popolo. Giovanni è sulla stessa linea degli angeli che annunciano il salvatore ai pastori e dei successivi discepoli che annunceranno il salvatore ai giudei e ai gentili.                                                                                         

Bibliografia consultata: Trilling, 1969; Fausti, 2011.


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