Giovedì 17 Ottobre 2019 ore 19:16
DIN DON DAN
Religione, l'attesa del Signore che viene
di Il capocordata
Il capocordata

Questo brano del Vangelo di Luca (12, 32-48) riunisce parecchie parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli nel corso della salita verso Gerusalemme. Esse consistono essenzialmente in tre parabole che invitano i credenti a tenersi pronti alla venuta del loro Maestro.

“Non temere, piccolo gregge…” (v. 32). I discepoli, anche se sono miriadi di folle, restano sempre un gregge col carattere della piccolezza; perché il suo pastore si è fatto più piccolo di tutti. La Chiesa resterà sempre “piccolo” gregge, e non avrà mai la pretesa di diventare forte. Tante pecore insieme non faranno mai un lupo!

Con questa affermazione Gesù vuole incoraggiare i suoi discepoli nelle difficoltà, soprattutto di fronte al loro piccolo numero. Se si tiene conto della loro situazione concreta e del messaggio che Gesù rivolge loro abitualmente, si può pensare che questa frase volesse invitare i discepoli a riporre tutta la loro fiducia nel Padre celeste davanti alla tribolazione degli ultimi tempi che essi già cominciavano ad incontrare. Inoltre, Gesù, concludendo l’insegnamento sui beni di questo mondo, li esorta all’elemosina, proprio come si era rivolto al giovane nobile e ricco. Il discepolo deve volgere il suo cuore verso il cielo perché il suo vero tesoro risiede nella grazia del Padre: egli non tesaurizza per sé ma presso Dio. Occorre applicarsi al tesoro del cielo, non tanto perché quelli terreni sono caduchi ed effimeri come può dichiarare la ragione umana, quanto perché il cuore dell’uomo è fatto per Dio. Il tesoro vero non è ciò che hai, ma ciò che dai: questo non viene meno neanche nella morte, perché chi dà al povero, fa un prestito a Dio.

I servi che attendono” (vv. 35-38)

E’ il tema dei servi che aspettano il ritorno del padrone nella notte e l’enumerazione delle diverse ore in cui può arrivare il padrone: esso è presente anche in Marco e Matteo. La parabola presenta il caso di un portinaio a cui il padrone raccomandava di vigilare per accoglierlo al suo arrivo nella notte, arrivo che poteva aver luogo in qualsiasi ora. Che cosa significava per Gesù la venuta del padrone? Egli ha potuto pensare alla propria parusia (ritorno alla fine della storia), perché ha parlato varie volte della venuta gloriosa del Figlio dell’uomo. Per lui tale venuta si opera nella sua personale presenza e nella sua azione: il regno di Dio è vicino e bisogna essere pronti fin da ora alla venuta di Dio.

L’uomo diventa ciò che attende: chi attende la morte, diventa suo figlio e produce morte; chi attende il Signore Gesù, ha la sua stessa vita di Figlio del Padre. L’esistenza cristiana è attesa di colui che deve tornare: lo sposo! Il discepolo non ha qui la sua patria: la casa della sua nostalgia è altrove. Straniero e pellegrino sulla terra, non ha quaggiù una città stabile, ma cerca quella futura, dove sta colui che attende. Ma il tempo dell’attesa non è vuoto: è il tempo della salvezza, in cui la Chiesa testimonia il suo Signore davanti a tutto il mondo. La storia diventa il luogo della decisione e della conversione, della vigilanza e della fedeltà alla Parola.

Lo scassinatore (vv. 39-40)

Chi fa dipendere la vita da ciò che ha, vive la morte come un ladro che ruba tutto (la parabola del ricco stolto). Chi attende il Signore, sa che la venuta di questo ladro in realtà è l’incontro desiderato. E’ l’aprire a colui che bussa per entrare in comunione con lui.

La figura dello scassinatore per rappresentare la venuta di Dio è un tratto caratteristico delle parabole di Gesù, che non appare mai tra le immagini escatologiche del giudaismo. Per Gesù lo scassinatore (il ladro) significa un pericolo a cui bisogna far fronte: non rappresenta il Figlio dell’uomo. La più antica interpretazione della parabola, che troviamo nella lettera di Paolo ai Tessalonicesi, l’applica al “giorno del Signore”, un tema familiare agli ascoltatori di Gesù. Esso rappresenta anzitutto il “giudizio”. Gesù vuole annunciare la situazione minacciosa che avrebbe accompagnato la venuta del regno di Dio, che si compie, innanzitutto, con la sua missione. Gesù vuole scuotere il torpore della folla, degli addormentati, che occorre svegliare dal sonno della propria coscienza e suscitare in loro la fede nella sua persona.

L’amministratore fedele e l’amministratore infedele (vv. 41-48)

La parabola presenta un servo messo alla testa degli altri servi della casa, di cui è responsabile. Quando il padrone, che era assente, ritorna, esamina come il servo abbia adempiuto i suoi obblighi, e lo ricompensa o lo punisce. La folla e i discepoli che ascoltavano questo racconto dovevano applicarlo ai responsabili del giudaismo. E non dovevano essere molto lontani dal pensiero di Gesù, che ha annunciato così vigorosamente il giudizio di Dio agli scribi di allora. Le parabole dell’attesa hanno riferito anzitutto l’appello che Gesù rivolgeva ai suoi contemporanei perché accogliessero in lui la venuta di Dio, così come il giudizio, la salvezza, il Regno. Dopo la Pasqua, la chiesa attende la venuta di Dio in Gesù Cristo. L’appello delle parabole dell’attesa resta sempre attuale. Dobbiamo vigilare, essere pronti ad accogliere il Maestro, per rendergli conto della missione che ci ha affidato. Queste venute nel tempo ci preparano alla venuta finale, definitiva. L’interpretazione di Luca e di Matteo ci aiuta a dare tutto il loro significato alle parabole di Gesù e a cogliervi anche la speranza gioiosa della chiesa: “Vieni, Signore Gesù”.

Il credente è chiamato a prendere seria coscienza delle sue responsabilità davanti a Dio: deve testimoniarlo come e con Gesù davanti a tutto il mondo. Così diventa ciò che è, figlio dell’Altissimo, ed entra in possesso di tutti i beni del suo Signore.                               

Bibliografia consultata: George, 1974; Fausti, 2011.


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