Lunedì 22 Luglio 2019 ore 15:52
DIN DON DAN
Religione, Giovanni Battista
di Il capocordata
Il capocordata

Ogni evangelista ha sviluppato, nei riguardi di Giovanni Battista, una propria teologia e vi si è attenuto più o meno rigorosamente. Matteo (3, 1-12) dice subito che il Battista appare nel deserto della Giudea. Il deserto è l’ambiente tipico dove deve compiersi la preparazione del popolo di Dio e dal quale deve partire la rivelazione definitiva del Signore. L’evangelista dà all’indicazione un aspetto più storico, specificando che si tratta del deserto della Giudea. Si è sorpresi alquanto nel vedere il Battista dire testualmente, nella sua predicazione, l’espressione detta da Gesù nella sua prima manifestazione pubblica: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (v. 2). Si tratta di un’anticipazione ardita. Il pensiero che ha guidato Matteo in questo lavoro redazionale può essere scoperto in altri testi del suo vangelo. L’evangelista lega strettamente Giovanni e Gesù a motivo della loro funzione nella storia della salvezza e della loro opposizione profetica all’indurimento di Israele, pur lasciando intatta la singolare dignità di Gesù e, in questo, subordinandogli decisamente il Battista.

La citazione profetica di Isaia (v. 3) viene applicata al Battista in maniera più chiara: il Battista viene identificato immediatamente con il messaggero della parola profetica. La predicazione di Giovanni viene designata come una voce nel deserto, come la preparazione della via del Signore Gesù, come messaggero del regno di Dio. L’evangelista colloca qui (v. 4) la descrizione del suo vestito e del suo cibo, che si riallaccia a quella del profeta Elia. Il vestito di peli è quasi proverbialmente un vestito miserabile. Il suo cibo è il miele di api selvatiche.

La predicazione di Giovanni si estende a un largo raggio di azione: Gerusalemme, tutta la Giudea, tutta la regione del Giordano. Gerusalemme viene insistentemente evidenziata come la cittadella del giudaismo, che diventerà la città dell’incredulità e dell’uccisione dei profeti. Tutti gli abitanti di Gerusalemme sono stati effettivamente raggiunti dall’invito alla conversione, e che, tuttavia, non hanno creduto: essi sono quindi tutti divenuti “inescusabili”. L’esigenza della conversione appare decisiva ma non ancora precisata nel suo contenuto. Anche i richiesti frutti della conversione indicano soltanto che d’ora in poi essa deve dare un’impronta definitiva alla vita. In connessione col battesimo di Giovanni essa va considerata come un atto unico, anzi come la svolta decisiva che volge la vita in una nuova direzione.

Al v. 6 Matteo menziona il battesimo: è chiaro che egli voglia collocarlo dopo il messaggio di conversione. Il battesimo di Giovanni è un battesimo di conversione. Questa definizione vuole apertamente distinguere il battesimo di Giovanni dal battesimo cristiano nello Spirito Santo. Lo scopo e il frutto del battesimo di Giovanni sono unicamente la conversione ma non la remissione dei peccati, anche se la gente confessa i propri peccati.

Tutto il discorso della predicazione di Giovanni che segue (vv. 7-12) è dominato dall’idea del giudizio, ed è rivolto ai molti farisei e sadducei che si appressano a ricevere il suo battesimo: proprio loro che non hanno creduto neppure a Giovanni. Nelle altre parti del vangelo costatiamo che altri temi della predicazione del Battista vengono ripresi da Gesù, spesso con orientamento polemico: è il caso dell’espressione “razza di vipere”, dell’immagine dell’albero infruttuoso che viene abbattuto o della pianta che non è stata messa a dimora (piantata) dal Padre. Risulta da queste osservazioni che Matteo sottomette al giudizio di Dio la classe dirigente giudaica, esattamente come farà più tardi Gesù. Giovanni non pronuncia una esortazione al pentimento che avrebbe per scopo di produrre la conversione, bensì un discorso sul giudizio destinato a venire coronato dall’azione giudicatrice del messia. In questo contesto, volenti o nolenti, si pensa che i farisei e i sadducei siano la pula che viene bruciata (v. 12), benché ciò non venga detto espressamente.

L’idea del giudizio è dominante nel vangelo di Matteo preso nel suo insieme. La tradizione riguardante Gesù prende in Matteo un orientamento nuovo, diventando l’insegnamento attuale della chiesa: l’evangelista concentra il messaggio di Gesù in direzione del giudizio futuro, verso il quale sono incamminati anche i cristiani, benché siano già “salvati”. I cristiani, tutti i discepoli di Gesù, e specialmente i membri della gerarchia, devono aspettarsi un giudizio severo, se la loro vita non ha portato i frutti che doveva portare.

Anche nel discorso di Giovanni il criterio se si può o meno affrontare senza paura il giudizio, sono “i frutti degni della conversione” (v. 8), o al contrario, “ogni albero che non produce frutti buoni” (10). Se i farisei e i sadducei subiscono il giudizio, dipende dal fatto che mancano loro tali frutti. Ma, come dimostrano i testi evangelici di Matteo, la minaccia ha anche un valore generale: essa si estende anche a coloro che sono diventati cristiani mediante il battesimo, ma che non lo sono nella pratica, nelle opere della loro vita.

Questa predicazione vale anche per la chiesa. L’esigenza della conversione completa dell’uomo a Dio, è posta sotto il segno del giudizio. Il suo contenuto consiste nella necessità di produrre frutti di vita. L’albero senza frutti è la fede che non informa la vita: cosa che avveniva una volta presso i farisei e i sadducei, oggi nelle comunità cristiane. Il vero frutto consiste, invece, nelle opere della carità. Senza dubbio la salvezza viene donata dal battesimo che il cristiano ha ricevuto e dall’ascolto della parola di Dio, ma non è assicurata definitivamente. L’appartenenza alla chiesa non basta a garantire l’entrata nel regno di Dio: la conversione impegna il discepolo per tutta la sua vita. E’ il messaggio di Giovanni Battista in questo tempo di Avvento per preparare la venuta del Signore Gesù: non solo quella storica di 2016 anni fa, ma soprattutto l’ultima venuta alla fine della storia.                                                                                                      

Bibliografia consultata: Trilling, 1969; Gnilka, 1990.    


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