Giovedì 21 Novembre 2019 ore 01:29
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Il senso della ricchezza
Avere o essere?
Il capocordata

Il brano del Vangelo di Domenica prossima, XVIII del Tempo ordinario, è tratto da Lc. 12, 13-21; esso comprende due parti: una controversia per motivi di eredità (vv. 13-15), e la parabola del ricco stolto (vv. 16-21). Si tratta di una sequenza le cui parti sono perfettamente legate: la richiesta relativa alla divisione dell’eredità fornisce il contesto autentico della parabola. Gesù ha narrato la parabola del ricco stolto per rispondere alla supplica dell’erede insoddisfatto.

“Maestro, dì a mio fratello che divida con me l’eredità” (v. 13). Secondo la legislazione israelitica in merito all’eredità, il figlio primogenito godeva di un prezioso privilegio: a lui spettava una parte doppia dei beni mobili (soldi liquidi), e i beni immobili (case, terreni) spettavano esclusivamente a lui, perché alla morte dei genitori diventava il capofamiglia. Chi si rivolge a Gesù è chiaramente un secondogenito; il maggiore si è appropriato di tutta l’eredità e si rifiuta di dare al fratello la parte che gli spetta. Questo litigio per l’eredità è l’emblema della situazione umana: dimenticando il Padre, gli uomini litigano per arraffarsi la roba. L’avidità di vita, nata dalla paura della morte, rende causa di odio e di morte ciò che in realtà è dono di amore.

Questo tale dalla folla si rivolge a Gesù, perché in lui riconosce un rabbino o un dottore della Legge che gode di un forte prestigio per ciò che dice, ma soprattutto per ciò che fa. Gesù respinge la richiesta: perché? Perché non fa parte della sua missione giudicare le controversie riguardanti le eredità. Egli donando tutto ciò che ha e ciò che è, diviene il “pontefice” (sacerdote, mediatore) che, unendoci a sé, ci unisce al Padre e tra di noi: non può quindi “dividere” tra i fratelli, perché il “divisore” che accusa è un altro! Tuttavia la sua risposta mira a far riflettere, come in tante altre circostanze dove Gesù intende impartire un insegnamento di ordine generale, che superi la domanda o il fatto particolare. Se fai dipendere la tua vita da ciò che hai, distruggi ciò che sei. Se la tua vita è dalle cose, Dio non è più tuo Padre e i fratelli sono tuoi contendenti. E le stesse cose cambiano valore: sei tu che dipendi da loro e vivi per loro e sacrifichi la tua vita a ciò che doveva garantirla. Ciò che hai e possiedi ti dà morte se lo consideri come fine invece che come mezzo.

Dalla parabola del ricco stolto che Gesù racconta, capiamo che il richiedente non è povero: egli reclama la sua parte di eredità non perché ne abbia assolutamente bisogno per vivere, ma per avidità, perché vuole accumulare ricchezze.

“La campagna di un uomo ricco…” (vv. 16ss). Il punto centrale della parabola è il fatto che i calcoli del ricco si rivelano completamente sbagliati: di colpo, tutte le sue speranze sono deluse. Aveva creduto che la ricchezza sarebbe stata per lui sorgente di felicità senza ombra: improvvisamente questa felicità gli sfugge, e altrettanto sarà dell’uomo che fonda sulla ricchezza la sua speranza, anche se non gli accade di morire improvvisamente. La breve storia ci aiuta a cogliere, attraverso un paragone, una verità profonda: stolto è l’uomo che conta sulle ricchezza per garantirsi una felicità duratura. La vita di un uomo non è condizionata da ciò che possiede; essa è superiore al cibo e al vestito. Tutti i beni esterni sono al servizio della vita, ma la vita li supera tutti.

I frutti della terra sono benedizione di Dio: chi li riceve come dono è benedetto lui stesso; chi li prende come possesso, li taglia dalla loro sorgente ed è maledetto. Chi vuol possedere è in realtà posseduto da ciò che possiede: non è più libero, ma schiavo.

“Egli ragionava tra sé: Che farò…Farò così…” (v. 17s). Il ragionamento dell’uomo ricco è un “sragionare”: un soliloquio che uccide l’uomo come relazione e dialogo con gli altri. Infatti il ricco che punta sull’avere di più, si isola sempre più dagli altri e si ingabbia nella sua solitudine. Invece di desiderare di “essere di più”, desidera “avere di più”: ingrandisce il proprio granaio per avere di più, aumenta il contenitore per accumulare di più. Ma l’avere di più non soddisfa il desiderio di essere di più: è un cibo che invece di saziare accresce una sete maligna, come la cupidigia dei beni.

“Ripòsati, mangia, bevi, divèrtiti” (v. 19). E’ il programma di vita dell’uomo. I beni, nel piano di Dio, servirebbero per questo. Solo che Dio ha ordinato di non possedere e di non accumulare, bensì di ringraziare del dono e di condividere. Per questo Dio dichiara “stolto” (v. 20) e senza intelligenza quest’uomo che fa dipendere il suo futuro dall’avere di più. La stoltezza consiste nel fatto che la morte non è evitata da ciò (l’accumulo delle ricchezze) che il timore di essa ha suggerito. La coscienza della morte mi mostra il mio essere profondo: la mia solitudine assoluta davanti a lui, che può essere colmata solo da lui, mio riposo, mio cibo, mia bevanda e mia gioia.

“E quello che hai preparato di chi sarà?” (v. 20). Chi cerca di avere di più, anche se non vuole, darà tutto agli eredi, suscitando il problema iniziale della spartizione. Ma la morte ridurrà ogni uomo alla sua verità creaturale e lo costringerà a dare tutto come tutto ha ricevuto. E’ sapiente la morte!
E alla fine Gesù ci invita non ad accumulare ricchezze per sé, ma ad arricchirci presso Dio. Gli stessi beni del mondo danno la morte in quanto accumulati per paura della morte; danno la vita in quanto condivisi coi fratelli per amore del Padre.

Una lezione questa impartita da Gesù valida anche oggi che viviamo una profonda crisi economica. Anche se tutti siamo diventati oggettivamente più poveri, la nostra cultura occidentale ritiene sempre la meta suprema sia “l’avere”, anzi l’avere sempre più. Se consideriamo l’importanza di una persona dai milioni di euro che possiede, come può esserci un’alternativa tra “avere” ed “essere”? Si direbbe, al contrario, che l’essenza vera dell’essere sia l’avere, fino a credere che se uno “non ha” nulla, “non è” nulla. C’era un tempo in cui i grandi imprenditori festeggiavano l’accumulo del “miliardo” in banca, ed erano fieri di aver raggiunto un tale traguardo, e tutti lo consideravano fortunato. Eppure era una persona isolata dal resto della collettività: infatti, non la si vedeva mai in giro. Non saprei dirvi che fine ha fatto quel miliardo oggi! Di là non se l’è portato di sicuro. L’avrà investito nello sviluppo di nuovi posti di lavoro? Se così fosse, si è arricchito davanti a Dio. Nel caso contrario, sarà stato motivo certo per una travagliata spartizione tra il primogenito e il secondogenito, come appunto nella parabola dell’uomo ricco e…stolto!

Bibliografia consultata: Gaide, 1971; Fromm, 1977; Fausti, 2011.


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