Martedì 25 Luglio 2017 ore 10:42
DIN DON DAN
Religione, La maternità divina di Maria
di Il capocordata
Il capocordata

Il giorno ottavo dopo il Natale del Signore è il primo nel computo convenzionale dell’anno. Lo scorrere del tempo sembra quasi che si dispieghi ciclicamente dalla memoria dell’evento natalizio dell’incarnazione. In questo primo giorno dell’anno, la Chiesa ci presenta la Madonna nella sua maternità divina, titolo con il quale il popolo di Dio ha subito invocato la Vergine Maria e che le ha riconosciuto per primo anche solennemente con un intervento del magistero della chiesa (Efeso, 331).

Il brano della seconda lettura (Gal. 4, 4-7) fa accenno alla “pienezza del tempo”, quando Dio mandò il suo Figlio “nato da donna”. La figura della madre del Figlio nel tempo viene in primo piano anche nella lettura del Vangelo (Lc. 2, 16-21), a conclusione del racconto della natività. Questa discreta evidenza della Vergine Maria è accentuata dall’intonazione generale della liturgia del primo gennaio. Secondo la riforma del calendario, a partire dal 1970, il primo giorno dell’anno è tornato ad essere intitolato alla “Theotokos”, alla genitrice del Signore.

Più che di una innovazione radicale, si è trattato di un ricupero di tradizione e del restauro di un disegno paleocristiano, ancora leggibile prima della riforma nei formulari liturgici giunti sino a noi. La pietà verso la vergine-madre è ricollocata al suo giusto posto nel cuore delle celebrazioni dell’incarnazione. E l’immagine di lei resta illuminante per ogni fedele per il suo atteggiamento esistenziale, disarmato e contemplativo: “Maria da parte sua, conservava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc. 2, 19).

Tale atteggiamento mariano non eclissa la centralità di Cristo, semmai l’esalta. Il suo Nome è al vertice della lode della chiesa in questo giorno. Il nome di Gesù è un nome che viene dall’alto: “…gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel seno materno” (Lc. 2, 21). Esso indica il compiersi della salvezza e ciò dà la ragione profonda della letizia che accompagna anche le celebrazioni dell’incarnazione, ciclicamente ritornanti. La “pienezza” del tempo, con la sua inesauribile carica di benedizione, perdura fino alla venuta finale nel mistero della chiesa. L’adozione filiale di quanti sono battezzati “nel nome di Gesù” resta così il fine di tutta l’evangelizzazione e di tutta la pastorale e la sorgente di tutta la liturgia.

La Vergine e il tempo

La figura evangelica della Vergine nella sua Maternità divina non è una creatura sottratta al tempo, fuori del tempo. Essa, anzi, ha una relazione privilegiata con il tempo: il suo destino ne è come segnato in profondità. E’ quanto lascia intuire il testo antico di Paolo ai Galati (4,4), nel momento della riflessione cristiana primitiva. La Scrittura e lo sviluppo teologico successivo ci aiutano a cogliere i momenti salvifici fondamentali di questo inserimento profondo della Madre di Dio: dalla concezione alla dormizione (assunta in cielo). Tutta la vita terrena di Maria aderisce, non superficialmente ma nell’intimo, alla durata salvifica del tempo. Con l’annunciazione Maria si trova a gravitare, per opera dello Spirito santo, nell’orbita della “pienezza” oggettiva del tempo. Ciò non toglie che essa, anche soggettivamente, riesca con tutta sapienza a “trar profitto del tempo”.

Il tempo e Cristo

In questo senso è esemplare l’immagine, completamente interiore, della Vergine che “conserva memoria” degli eventi dell’incarnazione, rimeditandoli nel suo cuore (Lc. 2, 19.51). E’ il livello più segreto dell’intimità di Maria, nel quale avvertiamo che l’adempiersi della storia sacra si doppia, al fondo, con atteggiamenti di accoglienza, di contemplazione e di attesa. Una complessa transizione, durante la quale la Vergine diviene la Theotokos (Madre di Dio) e Israele diviene la Chiesa del Dio vivo.

Il tempo della vergine-madre ha un centro che dà significato ad ogni parte: la presenza del Verbo incarnato. Gesù Cristo rende la vicenda personale della Madre, il termine di arrivo e di partenza di tutta l’esperienza religiosa della storia. La “donna” della pienezza del tempo è protagonista e testimone dell’incontro decisivo dell’Eterno nella storia umana. Con in Cristo il tempo diviene “pieno”, sacro (chairos): il tempo sacro, a differenza di quello profano (cronos) che è un tempo chiuso in se stesso e frantumato in segmenti senza senso, è appunto il tempo che entra in sintonia con ciò che non passa; il tempo che si apre all’eternità, come dimensione di Dio.

Il tempo della chiesa

Il tempo sacro, che trova il suo modello nella Vergine, si identifica, dopo di lei, con il tempo della chiesa, dall’ascensione di Cristo al suo ritorno finale. E’ un tempo intermedio, di tensione, tra il tempo presente e il mondo futuro. La vergine-madre del primo giorno dell’anno ci viene presentata come l’energia nuova che fa maturare il tempo, dall’interno, verso il suo compimento finale. Lei ha ricevuto in pegno lo Spirito, per prima e lungo l’arco di tutta l’esistenza terrena, quale anticipazione della fine. Con l’assunzione, è divenuta una presenza dello Spirito nel tempo della chiesa: immagine di chi fa memoria del Dio fatto Uomo, meditandolo nel suo cuore. Maria viene presentata come il credente che, pur conoscendo bene i fatti, non può mai prescindere dalla parola ascoltata. Per questo conserva queste parole, le serba con sé nel suo cuore e le confronta, le medita e le comprende in una crescita continua che fa germinare la pienezza del dono.

Bibliografia consultata: Montagna, 1971; Fausti, 2011.


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