Martedì 12 Novembre 2019 ore 06:59
RUBRICHE VITERBO
Il discepolo di Gesù e la ricchezza
Servire Dio o Mammona?
Il capocordata

Nella 25^ domenica del Tempo ordinario ascolteremo il brano del Vangelo (Lc. 16, 1-13) dove Gesù narra ai suoi discepoli la storia di un amministratore disonesto, accusato di dissipare i beni del suo padrone. Di solito nel Vangelo troviamo esempi più edificanti: si comprende, quindi, il disagio dei predicatori di fronte a questo fatto di cronaca di un amministratore che si comporta come un truffatore privo di scrupoli, e che Gesù invece ce lo propone come esempio.

La storia di una truffa
L’amministratore di un uomo ricco, perduta la fiducia del padrone, si vede destituito dalle sue funzioni, senza speranza di far recedere il padrone dalla decisione presa. Trovatosi bruscamente di fronte al problema del suo avvenire, l’amministratore disonesto pensa come uscirne fuori. Analizza subito due ipotesi, deboli in partenza: guadagnarsi il pane con un duro lavoro manuale, che non ha mai fatto, oppure ridursi a fare il mendicante con vergogna di fronte a coloro che lo conoscono. Infine, gli balena l’idea di un espediente che gli permetterà di trovare qualcuno che lo accolga a casa sua. L’amministratore convoca i debitori del suo padrone e a colui che doveva “cento barili d’olio” (v. 6), l’equivalente di 4500 litri, gli fa prendere la ricevuta e vi scrive sopra “cinquanta”, l’equivalente di 2250 litri. A colui che doveva al suo padrone “cento misure di grano” gli ordina di scrivere sulla ricevuta “ottanta” (v. 7). Queste nuove cifre rappresentano per i due debitori uno sconto uguale a 600 denari, che equivalgono al salario di 600 giornate lavorative (l’equivalente oggi di 36.000 euro!): si tratta dunque di grosse somme. Naturalmente, nessuno dei debitori esita di fronte ad una simile fortuna, anche perché le vecchie ricevute venivano sostituite con delle nuove. Comprendiamo anche il calcolo dell’amministratore: quegli individui si riterranno obbligati a riceverlo in casa loro (v. 4)!

Invito a dimostrarsi scaltri
“Il padrone (il Signore, nella versione in greco) lodò quell’amministratore disonesto” (v. 8). L’evangelista Luca intende riassumere a suo modo il commento di Gesù sul personaggio di cui ha narrato la prodezza. La disonestà dell’individuo è evidente, ma ciò non toglie nulla all’ingegnosità della sua idea. Trovandosi in una situazione apparentemente senza uscita, egli riesce ad escogitare il mezzo di uscirne: in questo si è dimostrato astuto. Il caso dell’amministratore disonesto interessava Gesù perché gli forniva l’occasione per un invito a dimostrarci scaltri, sull’esempio di un uomo che, pur trovandosi in una situazione critica, aveva saputo approfittare delle poche ore di cui disponeva per assicurare il proprio avvenire. E’ chiaro che questa storia si rivela come un insegnamento che caratterizza un messaggio di Gesù, che, rivolgendosi ai suoi discepoli, cerca di far loro comprendere la gravità della situazione creata dalla missione affidatagli da Dio: l’urgenza, cioè, di prendere posizione di fronte al suo messaggio. E’ necessaria una decisione immediata, senza attendere che sia troppo tardi: ne dipende la felicità eterna!

“I figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce” (v. 8b). Quanta abilità nella gente del mondo nel condurre gli affari! Quando sono in gioco i loro sordidi interessi, sanno prendere i mezzi efficaci, buoni o cattivi. Sarebbe bello incontrare altrettanta ingegnosità e risolutezza nei figli della luce quando si tratta dei loro affari, della ricerca del Regno e della giustizia di Dio. E’ chiaro quale possa essere l’aspetto esemplare della condotta dell’amministratore disonesto e di quanti gli rassomigliano: l’abilità dimostrata nel loro campo specifico dovrebbe stimolare i cristiani a dimostrarsi altrettanto abili sul piano della realizzazione del messaggio evangelico.

Invito a fare l’elemosina
“Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta…” (v. 9). La ricchezza di cui parla Gesù è “disonesta” non perché guadagnata in modo disonesto, ma perché essa è ricercata per se stessa, mentre Dio la dona unicamente perché sia divisa con gli altri. Il denaro ammassato quaggiù viene a mancare al momento della morte; è quello il momento in cui conviene poter disporre di un tesoro in cielo, oppure avere amici in cielo per essere introdotti nelle dimore eterne, perché abbiamo condiviso i nostri beni con i poveri che ci ha permesso di arricchirci presso Dio. L’unica maniera avveduta e onesta di usare dei beni a noi affidati, e che non possiamo ritenere nostri in esclusiva, è quella di farne approfittare i poveri in vista dei quali Dio ha messo questi beni a nostra disposizione. L’evangelista Luca rimane perfettamente coerente con se stesso quando, dopo aver invitato i cristiani a dar prova di scaltrezza, li invita ad onorare la fiducia che Dio ha riposto in loro permettendo che disponessero di beni terreni.

La scelta ineludibile
“Non potete servire Dio e la ricchezza” (v. 13). Il servizio di Dio è incompatibile con il servizio della ricchezza (“Mammona”). Il servizio reso a Dio impegna l’uomo fin nel più profondo della sua persona, e non può essere reso ad altri senza che vi sia bestemmia contro Dio e alienazione dell’uomo stesso (si diventa schiavi del denaro!). Il termine “mammona” è il nome del Denaro deificato, del quale gli adoratori idolatri fanno un concorrente del vero Dio. Attaccarsi al denaro significa farne un idolo e attentare al diritto esclusivo di Dio di essere amato come valore supremo. La nostra libertà non ha peggior nemico del denaro, questo “mammona” che vorrebbe strapparci a Dio per tenerci in suo potere. Tra Dio e lui, nessuna possibilità di compromesso. L’appartenenza per amore a Dio è il livello più alto di libertà; l’appartenenza a “mammona” per egoismo è la schiavitù totale. Colui che servi diventa il tuo Dio: ma di Dio ce n’è uno solo!

Conclusione
L’esempio dell’amministratore disonesto ci offre due insegnamenti nettamente distinti: il primo costituisce un invito a render conto delle esigenze del momento presente e cioè, della necessità di una risposta immediata e senza ripensamenti all’invito della grazia di Dio; si impone una decisione che va presa subito, dopo rischierebbe di essere troppo tardi; il secondo è che il denaro deve servire ad aiutare quanti si trovano nella necessità. Farne delle riserve non significherebbe solo privare i poveri di ciò che spetta loro, ma condurrebbe dritto all’idolatria. Come ha ragione Gesù: cosa non si fa oggi pur di venire in possesso del dio-mammona!

Bibliografia consultata: Dupont, 1975; Fausti, 2011.


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