Giovedì 15 Novembre 2018 ore 22:09
DIN DON DAN
Religione, La lebbra scomparve e l'uomo guarì
di Il capocordata
Il capocordata

Nel raccontare la guarigione del lebbroso (Mc. 1, 40-45), l’evangelista lo fa in modo nuovo: comincia a prendere forma uno sfondo finora lasciato nell’ombra: il contesto ideologico e religioso di Israele, la tradizione in cui Gesù si sta muovendo e che lo avvolge, come avvolge tutti i personaggi del vangelo. Tale sfondo si preciserà sempre più, e a più riprese.

L’inizio e la conclusione del brano presentano lo stesso verbo, “venire a” (v. 40), ma in modo tale da dare risalto a un rovesciamento della situazione iniziale. All’inizio è il lebbroso a uscire dalla segregazione, violando le norme a suo riguardo, e a venire da Gesù (v. 40). Alla fine la folla che cerca Gesù è così numerosa che paradossalmente lo costringe a stare in luoghi deserti, come fosse un lebbroso: “e venivano a lui da ogni parte” (v. 45).

La decisione di Gesù

Il lebbroso supplica Gesù, ma nello stesso tempo afferma la sua fede nel potere che il Maestro ha di guarirlo: “Se vuoi, tu puoi mondarmi” (v. 40). La coppia dei termini “volere-potere” appartiene al Nome divino. I Salmi, nell’Antico Testamento, dopo aver invitato a lodare il nome del Signore, affermano che Egli compie, ha la potenza di compiere, tutto ciò che vuole. Nello stesso tempo il lebbroso fa appello all’unica condizione ormai ancora necessaria: la decisione di Cristo, “se vuoi”. E’ come se il lebbroso dicesse a Gesù: non il mio dolore ha bisogno di te, ma tu hai bisogno di ritrovare in me, te stesso, eliminando quella distanza che ci separa.

Così il lebbroso fa entrare in scena il fattore che muove l’azione verso il suo compimento: “ne ebbe compassione” (v. 41). Gesù si commuove, viene toccato nell’intimo dalla sofferenza fisica e spirituale di quello sconosciuto. Paradossalmente, ciò che separava irrimediabilmente il lebbroso dal popolo santo diventa, per la presenza del cuore di carne di Cristo che può commuoversi al dolore dell’uomo, ciò che lo avvicina e lo fa rientrare nella sua casa, nella sua città, nella sua vita nuova.

Quanto Gesù compie, in parole e gesti, ha un che di rituale e di solenne. La sua parola sembra una profezia, che si avvera al momento in cui le sue dita toccano il lebbroso: “Tese la mano, lo toccò e gli disse: lo voglio, sii purificato”. E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato” (vv. 41-42). Gesù si rivela profeta potente in parole e opere. Quando comunque c’è il contatto, avviene uno scambio di condizione non previsto. Il lebbroso viene mondato, Gesù si contamina per la Legge: guarendo, si ammala, purificando diventa impuro. Da questo fatto deriva che una delle due condizioni non corrisponde alla verità e deve venir tolta. Non possono nello stesso tempo, considerate sotto il medesimo aspetto, essere vere entrambe insieme. O è vera la purezza portata da Gesù, e allora lui si manifesta come la sua vera sorgente superando la Legge, o è vera l’impurità comminata dalla Legge, e Gesù si oppone a essa invano. Ecco la crisi, annunciata in modo velato, ma già presente in tutta la sua drammatica portata, che scatenerà l’ostilità dei farisei.

“Non dire niente a nessuno” (v. 44)

Gesù ammonisce severamente l’uomo ormai guarito, forse per manifestarsi come il Messia che deve rimanere nascosto. Gli chiede di presentarsi al sacerdote, in modo tale che la guarigione sia certificata a termini di Legge, e così sia la Legge stessa a testimoniare che è arrivato Colui che la supera: “Và a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro” (v. 44). Gli chiede poi di offrire quanto prescritto da Mosè nei casi di guarigione (Lev. 14, 1-32, un rituale estenuante e costoso): testimonianza di rispetto per una istituzione per mezzo della quale si ha conoscenza del peccato (Rom. 3, 20).

Il lebbroso, invece, forse perché non ha tempo né soldi, o perché ritiene ormai superflue le prescrizioni rituali, si mette a proclamare il fatto ai quattro venti. Testimonianza forse umiliante, ma sicuramente efficace. Egli diviene un Vangelo vivente, una nuova Torah (Legge) che moltiplica l’effetto della guarigione.

Se è vero che Gesù toccando il lebbroso è diventato impuro, quindi escluso, si vede che le folle a un certo punto preferiscono essere segregate con lui e stare con lui nel non-luogo che è il deserto, perché là ricevono e sperimentano la guarigione e la salute, che la Legge può soltanto dichiarare (certificare). Nel gioco tra il puro e l’impuro, e tra i soggetti (Gesù e la Legge) che ne sono competenti, viene in evidenza la differenza tra notizia e realtà, tra parola che solo informa e parola che trasforma i destinatari.

Gesù si pone alla sorgente di una nuova tradizione, di parole e gesti condivisi dove circola la sua intenzione. Sono parole e forme in continua ricerca di lui, parole e forme che accorrono a lui da ogni parte (“e venivano a lui da ogni parte” v. 45), perché sanno che solo in lui possono essere guarite. Possiamo quindi cogliere come ogni situazione, anche quella della malattia e del peccato, sia un’occasione per rivolgere il nostro sguardo al Signore, colui che ci dona la salvezza, colui che ci libera dal male e dal peccato, colui che dona senso e significato alla nostra vita anche nei momenti più problematici e dolorosi.                                                                                                     

Bibliografia consultata: Tosolini, 2018; Brunello, 2018.


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