Lunedì 23 Settembre 2019 ore 03:17
Raiuno:''Principe Libero''. Fabrizio De André non era un romanzetto rosa
La fiction di Rai Uno non restituisce l'intensità emotiva dell'artista e dell'uomo

Ieri sera su Rai Uno è andata in onda la seconda e ultima puntata di 'Fabrizio De André. Principe Libero' (regia di Luca Facchini), che ha incollato davanti ai teleschermi 6,2 milioni di spettatori e uno share al 25,5 per cento, uscito nelle sale cinematografiche a gennaio, mese della scomparsa del cantautore genovese, e non a caso andato in onda per la tv nel mese della sua nascita (18 febbraio 1940).

Le dichiarate intenzioni degli sceneggiatori Giordano Meacci e Francesca Serafini erano quelle di raccontare la vita del grande artista prima e dopo la scrittura delle canzoni e la pubblicazione dei dischi evitando l'aspetto più documentaristico a favore di un'evocazione complessiva di De Andrè mai completamente aderente alla realtà. La moglie Dori Ghezzi in alcune interviste ha sottolineato che sebbene l'interpretazione di alcuni episodi tradisca la realtà, emergono comunque aspetti del  marito che non tutti conoscono e riconoscibili da parte di chi lo ha conosciuto.

Si comincia con il rapimento in Sardegna per tornare indietro nel tempo e ricostruire il rapporto con la famiglia, con le donne, la frequentazione dei vicoli di Genova e l'incontro con altri grandi artisti come Luigi Tenco e il poeta Riccardo Mannerini. Ne viene fuori un ritratto coerente ma privo di complessità. Tutto è ridotto a un racconto da romanzetto rosa che non emoziona. D'altronde cosa potrebbe  aggiungere al ricordo, al fascino e al magnetismo di De Andrè la ricostruzione degli episodi salienti della sua vita?

Gli attori protagonisti non aiutano. Lo studio troppo iconografico del personaggio e le smorfie di Luca Marinelli nei panni di De Andrè tentano l'imitazione e risultano fastidiose, a tratti ridicole. Per non parlare dell'accento romano che non riesce a trattenere e che è stato da molti giustificato come una scelta stilistica per evitare l'emulazione, di fatto impossibile, della voce di De Andrè. Peccato che a volte non scandisca bene neppure le parole. Valentina Bellè nel ruolo di Dori Ghezzi non restituisce la profondità e la vivacità della donna che ha amato e conosciuto anche il lato più oscuro e difficile della personalità di De Andrè. Belle solo le parrucche che indossa.

Dell'uomo e dell'artista De André poco importa conoscere la vita privata come sequela di fatti che non ne restituisce affatto l'intensità emotiva. Del resto solo quella voce particolarissima è un catalizzatore così forte che sarebbe stato bello riascoltare in un documentario in cui protagoniste fossero le sue parole, la musica e le testimonianze delle persone che lo hanno conosciuto. Quelle parole che questa fiction tanto cita ma poco esalta nel loro valore eversivo e poetico. Di un ricordo così livellato e banale non avevamo certo bisogno.

 


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