Sabato 23 Giugno 2018 ore 17:42
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Religione, Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto
di Il capocordata
Il capocordata

Il racconto della tentazione di Gesù (Mc. 1, 12-15) nel deserto apre il cammino quaresimale in ogni ciclo liturgico. La novità dell’anno B risiede nel fatto che la liturgia amplia la nostra prospettiva con il racconto dell’inizio del ministero di Gesù, già proclamato nella terza domenica del Tempo ordinario.

Il racconto delle tentazioni (vv. 12-13)

Dal confronto con Matteo e Luca possiamo notare che il testo di Marco è molto sintetico: mancano, infatti, i tre dialoghi con il tentatore presenti nei racconti degli altri due evangelisti sinottici. Marco condivide gli elementi portanti della narrazione: il collegamento con il battesimo, l’esperienza della tentazione e il deserto.

Collegamento con il battesimo: i tre evangelisti (sinottici) non solamente collocano il testo immediatamente dopo l’evento del battesimo nel fiume Giordano, ma presentano l’esperienza del deserto come il frutto dell’azione dello Spirito. Marco focalizza l’attenzione del proprio lettore su questa connessione utilizzando l’avverbio “subito” e il verbo “sospingere”: “E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto” (v. 12). L’esperienza della tentazione è dunque una realtà positiva, necessaria alla vita di Gesù. E’ un momento di discernimento, di scelta, come testimonia la localizzazione nel deserto.

L’esperienza della tentazione. La radice greca da cui deriva il verbo “tentare” ha il significato primario di esame, di prova: soltanto in alcuni testi assume la connotazione morale di tentazione al peccato. Si tratta, in altri termini, di una tentazione radicale non morale che potremmo concretizzare in una domanda: “Su chi fondo la mia esistenza? Chi è il signore della mia vita?”. Si tratta della prova alla quale viene sottoposto l’amico di Dio, come Abramo e Giobbe. E’ il momento nel quale scaturisce una domanda: “Chi sei Tu per me? Chi sono io per Te?”.

Il deserto. Nella spiritualità biblica il deserto è uno spazio di ricordi e d’esperienza. Il deserto è luogo di solitudine, di fame, di sete; è il luogo del fidanzamento, del primo amore (Osea 2, 16 e Geremia 2, 2-3). Il deserto è lo spazio dove la persona sperimenta il proprio limite, il proprio bisogno, il proprio essere creatura. Il deserto educa l’uomo ad essere figlio, perché lo educa a trasformare il bisogno in grido, ad attendere il pane, l’acqua la vita dal Padre, giorno dopo giorno. Come un padre e una madre si prendono cura del figlio, così Dio ha custodito il suo popolo durante la peregrinazione nel deserto. Non solo lo ha custodito, lo ha nutrito con la manna, lo ha dissetato con acqua dalla roccia, ma più ancora lo ha fatto vivere della sua parola, lo ha ricreato mediante le parole della sua bocca e lo ha reso popolo. Nello scenario del deserto riecheggia continuamente la domanda essenziale: “Non è lui il padre che ti ha creato, non è lui che ti ha fatto e ti ha costituito?” (Dt. 32,6). Come il popolo di Israele, così Gesù è condotto nel deserto per imparare ad essere figlio.

Insieme alle similitudini, tra i racconti sinottici troviamo alcune differenze importanti, offerte come chiavi interpretative del testo delle tentazioni. Contrariamente a Matteo e Luca, Marco non parla del digiuno di Gesù e la tentazione da parte di Satana non è un episodio posto al termine del soggiorno nel deserto, ma è una costante, quasi una condizione legata all’esistenza umana: “e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana” (v. 13). Si tratta del tempo necessario all’attuazione del progetto di Dio (un tempo teologico non tanto cronologico), per il popolo di Israele, per Mosè, per Elia e ora per Gesù.

Marco, inoltre, non offre dettagli a riguardo della tentazione di Gesù. Dato il legame con il battesimo, si può supporre che essa abbia una motivazione cristologica, sia cioè riferita all’identità di Gesù come Messia e Figlio di Dio.

Il tentatore è chiamato Satana, l’avversario consueto del Cristo nel vangelo di Marco. Satana è colui che cerca di allontanare Gesù dal cammino dell’obbedienza, chiedendogli di abbracciare un progetto messianico umano, fatto di popolarità e gloria, di ricerca del potere e di rifiuto della sofferenza. Gesù rigetta questo progetto e sceglie un messianismo umile, abbandonato nelle mani del Padre, fiducioso nella sua presenza anche nel momento del dolore: una modalità di essere Messia che sarà rivelata solamente sulla croce dal centurione romano.

Nella tentazione Gesù non è solo: “Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano” (v. 13). Le bestie selvatiche si adattano allo scenario del deserto. Marco non elabora, ma afferma soltanto che Gesù “stava” con loro, utilizzando un tempo verbale che indica continuità. Lo stare di Gesù con le bestie selvatiche riporta alla memoria l’armonia primordiale descritta nei primi due capitoli della Genesi. La creazione è priva di violenza e Dio pone come co-creatore l’uomo, re mite e pacifico, perché domini con la sola forza della parola. Adamo incrina quest’armonia quando rifiuta di vivere da figlio e si nasconde alla voce del Padre. La violenza, scatenata da questo rifiuto, distrugge la fraternità e contamina la terra.

Ora, nella pienezza del tempo, Gesù, nuovo Adamo, abbraccia il suo essere Figlio, riconduce il cosmo a Dio e inaugura la pace cosmica, di cui il servizio degli angeli è un segno. Non è descritto da Marco come un evento che chiude la tentazione, ma come segno della cura di Dio per colui che ha proclamato nel Giordano “il Figlio amato” (Mc. 1, 11). Inoltre, l’evangelista non evidenzia la vittoria di Gesù sul tentatore. La vittoria verrà con la morte e la risurrezione di Gesù, ma questa lotta con Satana, in forma di persecuzione verso i discepoli, continuerà nella vita della comunità credente e accompagnerà la proclamazione  del Vangelo a tutte le nazioni (Mc. 13, 9-13).

Bibliografia consultata: Gatti, 2018.


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