Giovedì 15 Novembre 2018 ore 21:58
ALLARME PREVENZIONE
Ponte Morandi a Genova: "La vera causa del crollo"
La causa primaria è imputabile alla cronica assenza della cultura di prevenzione integrata territoriale

La causa primaria è imputabile alla cronica assenza della cultura di prevenzione integrata territoriale - oltre all'oggettiva responsabilità di inadeguate strategie cautelative sulle infrastrutture, cedute dallo Stato alle società concessionarie. L'unica possibile soluzione sta nell'attuare immediatamente le semplificazioni fornite dalle pianificazioni strategiche e integrate territoriali, in quanto  progettazioni sostenibili, partecipate e condivise. E' necessario formare il capitale umano: 1000 prevention manager e 1000 emergency Manager per incrementare la resilienza sistemica nazionale.

Com’è ormai noto ai più, dopo il tragico evento della vigilia di Ferragosto a Genova, che ha visto il crollo del ponte progettato dall'ingegnere Riccardo Morandi, costruito tra il 1963 e il 1967 dalla Società Italiana “Condotte d'Acqua”, anche conosciuto come il "Ponte delle Condotte" o il "Ponte di Brooklyn", per la sua forma che evocava la più celebre struttura americana, realizzata nel 1887 dall’ingegnere tedesco Jhon Augustus Roebling, interamente in acciaio, e che collega l’isola di Manhattan e il quartiere di Brooklin a New York, si cerca di capire, il come e il perché certi eventi, ormai con una certa e assidua frequenza, si succedono in un Paese come il nostro.

Il ponte Morandi, inaugurato il 4 settembre 1967 dall’allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, vantava misure imponenti per l’Italia dell’epoca: una lunghezza di 1.182 metri, un'altezza al piano stradale di 45 metri e una struttura a 3 piloni in cemento armato che raggiungevano i 90 metri di altezza; con una luce massima di 210 metri. La struttura era di tipo mista: cemento armato precompresso per l'impalcato e cemento armato ordinario per le torri e le pile. Dal giorno della sua inaugurazione, il ponte Morandi è stato spesso oggetto di critiche, proprio per le manutenzioni profonde e onerose resesi necessarie sin da subito, per mantenere in efficienza una struttura così complessa: quattro carreggiate, due per ogni senso di marcia, che collegavano l'autostrada A10 Genova-Francia e quella proveniente da Ponente, oltre al collegamento del capoluogo ligure all’autostrada A26 che porta in Piemonte. Insomma il Ponte Morandi, nel 1967 era stato progettato come un vero e proprio “elemento viario strategico” per l’economia regionale, nazionale, europea ed internazionale.

IL CROLLO? UNA LOGICA CONSEGUENZA CHE HA DETERMINATO UN INESTIMABILE DANNO SOCIO-ECONOMICO AL SISTEMA PAESE

Nel 2013 ci fu anche un tentativo per alleggerire il flusso dell’incessante viabilità e le pericolose sollecitazioni di un traffico che nel tempo era cresciuto a dismisura e che comprometteva la sicurezza del ponte Morandi. Il progetto era stato denominato “Gronda di Ponente”, ed era una “bretella” che avrebbe dovuto evitare la congestione del traffico sull’importante arteria genovese nella quale il ponte Morandi fungeva da elemento di raccordo, ma i comitati cittadini, detti “No Gronda”, con il sol fine di “salvaguardare maggiormente il territorio”, si sono opposti alla sua realizzazione. Dopo il crollo, che ha provocato (le ricerche di ulteriori dispersi sono tra l’altro ancora in corso), la morte di ben 39 vite umane, i rappresentanti del governo in carica, hanno comunicato che le parti del ponte che sono rimaste in piedi, saranno ben presto demolite, considerando che, alcune di loro, potrebbero persino rovinare sulle abitazioni sottostanti, provocando ulteriori danni a persone e cose.

Così oggi, mentre le encomiabili squadre di soccorso sono ancora all’opera per tentare di salvare vite umane, a fare da sfondo a questo incredibile scenario, oltre allo strazio delle famiglie che non rivedranno mai più i loro cari, vi sono anche le prime preoccupanti valutazioni socio-economiche sulle condizioni di vivibilità di un territorio, quello di Genova, che per troppi anni è stato compromesso da una delle peggiori urbanizzazioni selvagge operate ai danni del nostro Paese e che compromette quotidianamente, la sicurezza dei cittadini, delle aziende e dei tanti turisti che nei prossimi anni, vorranno recarsi nella bellissima terra ligure.

E’ GIUNTA L’ORA DELLE PIANIFICAZIONI STRATEGICHE E INTEGRATE TERRITORIALI

In questo Paese, appare sempre più indifferibile ed urgente, la necessità di operare con una diversa modalità per pianificare e progettare il territorio, i rischi reali e prevedibili oltre alle necessarie prospettive di sviluppo. Senza l’affermazione della sicurezza, non può esserci sviluppo. Dobbiamo cambiare velocemente e abbandonare le pianificazioni di settore, abbracciando le innovative modalità delle “pianificazioni strategiche e integrate territoriali”.

Il nostro Centro Studi (Edimas), nato nel 2011 dopo l’emergenza sismica dell’Aquila, per supportare questo processo culturale, ha progettato dei percorsi formativi multidisciplinari, sia per le scuole dell’obbligo, sia di livello universitario, rivolti alle più svariate professionalità interessate alla progettazione e alla pianificazione (ingegneri, architetti, geologi, medici, economisti, giuristi, esperti ambientali, psicologi e antropologi), affinchè tutti insieme, possano acquisire i necessari skill manageriali e le necessarie metodologie progettuali, per poter meglio pianificare la sicurezza e lo sviluppo del territorio, a supporto dei decisori locali e delle amministrazioni comunali (singole o in forma associata), le quali dovranno diventare, nel più breve tempo possibile, le vere protagoniste della prevenzione e della pianificazione territoriale, istituendo le A.G.L. (Autorità di Gestione Locali), indispensabili per riuscire ad intercettare i circa 40 miliardi di euro destinati dall’Unione Europea alle pianificazioni di area, e a questo punto, l’unico modo per mettere in sicurezza il Paese.

Quest’anno siamo giunti alla III Edizione dei Master di II livello O.D.E.M. e E.M.C.P., la prima presso l’Università dell’Aquila – Dipartimento di Ingegneria, Scienze Umane e Matematica, ma anche in altri blasonati Atenei italiani e europei, abbiamo sottoscritto e ci apprestiamo a sottoscrivere, apposite convenzioni affinchè il nostro modello formativo venga attuato e replicato negli altri Paesi europei, ed anche certificato dalla stessa Unione Europea. Auspichiamo nel breve un confronto diretto con gli attuali esponenti del governo, affinché venga subito realizzata una Task-Force Nazionale della Prevenzione, coordinata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (ancor meglio se direttamente dal Dipartimento della Protezione Civile che ha già i compiti di coordinamento di alcune attività di prevenzione), alla quale saremo lieti di dare, attraverso il nostro Comitato Tecnico Scientifico, ogni utile e necessario supporto e contributo, per ridisegnare un nuovo modello organizzativo capace di rispondere alle necessità ormai impellenti.

Concludiamo affermando che, un’infrastruttura dello Stato è parte integrante del territorio dove viene realizzata, e le infrastrutture strategiche (strade, autostrade, porti, aeroporti, gallerie, ferrovie, dighe, elettrodotti…ecc.) lo sono maggiormente, per cui non possono essere più progettate da singoli Enti, realizzate e manutenute da altri (magari privati), senza che vi sia, un controllo continuo e costante da parte degli organismi statali deputati alla sicurezza sociale e alla prevenzione nazionale, sia nelle fasi di progettazione e realizzazione, sia nel corso di tutta la loro esistenza.

La tutela del territorio, lo sviluppo socio-economico e la sicurezza sociale (protezione e difesa civile) sono le discipline su cui si fondano il Prevention Management e dell’Emergency Management, le due moderne scienze multidisciplinari che in tutto il mondo, hanno raggiunto una loro esatta dimensione sociale: essere per l’appunto, l’anello di congiunzione con skill manageriali, tra tecnica e politica – perché la sicurezza è una dimensione culturale complessa, e non solo una serie di norme, codici e discipline.

Ed è evidente come in questo Paese, ce ne sia un estremo bisogno – è giunto il momento di passare dal Governo del territorio, alla Governance territoriale.

 

* A cura di Giuseppe Coduto Presidente Emergency and Disaster Management Studies

 

Chiunque tra i lettori, desideri supportare e lavorare con la nostra Associazione di Promozione Sociale no-profit, per accrescere la sicurezza preventiva e la resilienza sistemica nel nostro Paese, può contattarci ai recapiti del nostro sito web: www.edimas.net e alla mail: info@edimas.net

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