Giovedì 15 Novembre 2018 ore 22:35
DIN DON DAN
Religione, La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda
di Il capocordata
Il capocordata

Gesù si è appena definito di fronte alla folla, ai giudei e ai suoi apostoli, come “il pane vivo disceso dal cielo”: egli offre un pane unico nel suo genere, che consiste nella sua carne e nel suo sangue. Il pane è certamente qualcosa di funzionale alla vita, la sostiene fornendo fonti di energia. Ma non ha la vita in se stesso, né la può trasmettere: semplicemente la aiuta come nutrimento. Invece il “pane vivo” sembra sottendere innanzitutto il possesso della vita, che Gesù ha in sé; e quindi la capacità di trasmetterla, di “far vivere della sua vita” coloro a cui viene donato e che se ne nutrono. Gesù annuncia che tale nutrimento, necessario alla ricezione della vita nuova ed eterna, è la sua umanità nella sua incarnazione, e il dono che in essa egli realizza. La sua umanità diventa carne e sangue, come le vittime sacrificali che venivano offerte sull’altare, e di cui gli offerenti si nutrivano, diventando misteriosamente commensali di Dio.

Il dono che Gesù fa di se stesso

“Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita” (v. 53). Anche se Giovanni non esclude, anzi accentua l’aspetto più materiale di quanto Gesù dice, sembra che “carne e sangue” debbano essere lette come indicazione forte del dono che Gesù fa di se stesso mettendo la sua persona e il suo messaggio a totale disposizione dei suoi fratelli. Già nell’A.T. le parole del Signore riempiono la bocca, sono come cibo. Inoltre, Gesù afferma che le sue parole sono spirito e vita. Se è vero che ciò che è visibile non si oppone a ciò che è spirituale, è anche vero che occorre partire da ciò che è spirituale per cogliere il senso di quanto si vede e si percepisce. Il mangiare allora indica l’accettazione totale e senza riserve, in se stessi, del dono totale e incondizionato che Cristo fa della sua umanità come via alla comunione con la sua divinità. Tale accoglienza è possibile; Gesù è vero cibo e bevanda, può essere concretamente mangiato: il verbo “troghein” vuol dire “masticare con i denti”, un termine molto materiale e crudo.

Cristo nutrimento per la vita eterna

Tale comunione è anche necessaria per poter entrare nella vita infinita di Dio. Questo incontro porta alla reciproca inabitazione nella quale si compie l’unità con Cristo, e attraverso di lui con il Padre. Infatti il mangiare Cristo porta al realizzarsi, nel rapporto con lui, della stessa relazione che Gesù vive con il Padre: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me” (v. 57). Cristo diventa lo scopo totalizzante della vita di chi si nutre di lui, come il Padre è lo scopo del Verbo-Cristo, dall’eternità rivolto a Dio.

Ecco allora spiegato il superamento della impossibilità insita nel dono della manna. Pur essendo venuta dal cielo, essa non poteva sconfiggere la morte e indicava uno stadio ancora incipiente della rivelazione del mediatore tra Dio e l’umanità. Invece Cristo, vivo della propria divina unità con il Padre, trasmette attraverso il dono di sé la vita eterna a coloro che diventano con lui una cosa sola, riempiendo la loro bocca e la loro esistenza delle sue parole e della sua vita donata.

Indicando “sangue e carne”, Gesù fa allusione alla propria morte sulla croce provocata dalla prepotenza del potere politico e religioso e accettata per la vita del mondo. Sicché nei doni eucaristici (cibo e bevanda) assunti dai credenti egli dà un’ulteriore prova del suo amore senza riserve “sino alla fine”. E’ questo il significato profondo della santa Cena che diventa dono di vita per tutti, comunione col Signore, viatico per il nostro pellegrinaggio, fermento di risurrezione ed epifania di quel Dio che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”.

“Fate questo in memoria di me”: questo comando Gesù lo ha lasciato ai suoi come testamento in quell’ultima sua cena. Ove il “questo” non è semplicemente il mangiare il pane e il bere il vino del calice, cioè un rito: il che è facilissimo da farsi. Con questo testo Gesù ci rivolge un comando radicale e ci chiede una risposta altrettanto radicale: di vivere, come ha vissuto lui, una vita spesa per gli altri con amore, condivisione e com-passione. Dare la propria vita in obbedienza alla volontà del Padre per amore degli “ultimi”, nei quali si nasconde Cristo stesso, è ciò che rende “vero” il senso autentico della Messa, facendoci passare dalla vuota ritualità al “memoriale”: “questo è il mio corpo che è dato per voi”.

E’ esattamente questo atto di fedeltà alla missione affidatagli e di amore per noi, di solidarietà con noi, che il Padre ha gradito immensamente, e di cui noi facciamo memoria. A essere sinceri queste parole, “mangiare la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue”, continuano tuttora a provocare scandalo dentro e fuori le chiese, per cui spesso si preferisce trincerarsi dietro un rito per evitare di immergersi nel sacramento “della vita donata” e del vincolo di fraternità tra gli uomini. Infatti l’eucaristia non è offerta per qualcuno, ma per le moltitudini, in quanto Cristo non è proprietà di qualcuno, ma ha scelto di essere tutto in tutti.                                             

Bibliografia consultata: Tosolini, 2018; Boselli, 2018.


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