Mercoledì 19 Settembre 2018 ore 07:53
PRESENTE E PASSATO
Immigrazione: Roma imperiale è molto più vicina di quanto si immagini
C’è chi afferma che le immigrazioni sono controllabili al contrario delle migrazioni...

Ogni giorno il tema immigrazione è notizia dominante per i media, è argomento di confronto in un popolo sempre più diviso a causa di uno scontro, in cui i social sono il campo di battaglia, alimentato dalle varie fazioni politiche che, tra programmi elettorali, promesse non mantenute e attacchi ad oltranza, vedono il discorso immigrazione come il principale elemento di salvezza per il Paese dai molti elementi critici che ne contraddistinguono economia e società. Nel marasma di pensiero sociale che ne risulta, tuttavia, pochissimi sono coloro che guardano indietro volgendo lo sguardo a quanto accaduto in passato sul territorio della penisola tra migrazioni, immigrazione, invasioni e conquiste. Non siamo nuovi ad accogliere o subire una immigrazione più o meno incontrollata trasformatasi, poi, in una sorta di invasione ma solo come conseguenza di meccanismi che oggi appaiono attuali ed esecrabili come 2000 anni fa. La Roma imperiale che oggi sembra così distante per abitudini, stile di vita, equilibri politici e sociali, in realtà è molto più vicina di quanto si immagini in merito a tanti aspetti e, tra questi, anche per il dilaniante tema dell’immigrazione.

Nel nostro presente ci appaiono questioni e problemi insormontabili e la nostra considerazione, la nostra analisi delle immigrazioni-migrazioni del passato, delle invasioni, dei movimenti di interi popoli barbarici è cambiata; in realtà comprendiamo che, prima di diventare invasioni, i movimenti dei popoli germanici verso l'impero sono stati per molto tempo migrazione e immigrazione; per secoli, dalla fine del II secolo fino alla fine del IV secolo, ma già a partire da Marco Aurelio, l'impero romano ha subito invasioni a volte respingendole e altre no ma almeno altrettanto spesso ha accolto profughi, ha fatto entrare gente che voleva entrare nel mondo romano, in un universo nuovo e maestoso che veniva visto dall’esterno dei suoi confini come un miraggio verso cui tendere; altre volte era Roma che deportava gli stranieri verso l'impero e ciò per un motivo semplice ma vitale per l’impero, c'era bisogno di forze umane, di forza lavoro.

Da Marco Aurelio in poi è sempre più frequente che l'impero abbia bisogno di forza umana, l’impero si è ingrandito incredibilmente, Roma è divenuta la superpotenza del Mediterraneo, gli Stati Uniti d’America dell’epoca e ha bisogno di contadini per coltivare la terra, ha bisogno di soldati per reintegrare l’esercito e il modo di ottenere rapidamente risorse umane è quello di farle entrare o di andarle a prendere nelle proprie terre. In realtà l’immigrazione nell'impero romano fu un modello di successo in quanto per molto tempo i romani integrarono gli immigrati, l'Impero Romano, però, si muoveva in un contesto in cui non c'era praticamente opinione pubblica che potesse protestare e se l’imperatore decideva una cosa nulla ostava.

Un grande esempio di integrazione fu la decisione di Costantino di stabilire 300.000 Sarmati in Italia distribuendoli fra le varie regioni sia pur se prevalentemente incorporati nell’esercito.

È chiaro che in queste condizioni fu facile gestire una politica di immigrazione efficace, rispetto a quanto si potrebbe fare oggi, però ciò su cui bisogna riflettere è che Roma agli immigrati impose l'assimilazione, la romanizzazione e, contemporaneamente, li legittimò offrendo concrete possibilità di integrazione e di carriera fino a conferire quella cittadinanza tanto ambita da chi romano non era. In realtà l’Impero attraverso una organizzazione efficiente e corretta riuscì a trasformare tale ingresso non in una debolezza ma in una forza mediante tale accoglienza ed integrazione.

Una prima grande migrazione iniziata intorno al 120 a.C., fu quella dei Germani; quasi 100.000 persone non solo guerrieri o mercanti ma anche donne, bambini, anziani, con tutte le loro cose si misero in marcia ordinandosi in colonne lunghe anche 20/30 km che, giorno dopo giorno, si ingrandivano e raccoglievano altri clan, altre tribù, altri villaggi; una massa di persone che camminava faticosamente trascinandosi dietro carri trainati dai buoi, alla ricerca di una meta sicura; erano afflitti da mille disagi ma soprattutto dalla fame e per sopravvivere ricorrevano alle rapine, al saccheggio di tutto quello che trovavano sul loro cammino, attaccavano soprattutto piccoli insediamenti indifesi da cui portavano via ogni cosa utile e in breve la loro fama divenne quella di razziatori feroci.

Ci si pone a questo punto una domanda: perché queste popolazioni decisero di lasciare i loro villaggi così a nord per dirigersi verso i territori romani?

È probabile che furono prima di tutto il freddo e la fame a costringerli ad abbandonare la loro terra; la loro vita era dura, la terra non eccessivamente ricca di prodotti dell’agricoltura e non conoscevano l’abitudine delle riserve alimentari per i periodi difficili, non erano esperti nella conservazione dei prodotti alimentari perchè erano essenzialmente pastori e l'agricoltura era ancora poco sviluppata. È molto probabile che non partirono esclusivamente per l’estrema necessità, forse dai mercanti romani che si spingevano fino ai loro villaggi per commerciare in pellicce avevano sentito raccontare di quelle regioni in cui il freddo non era così intenso, in cui vi erano terre con ricchi pascoli e campi fertili sui quali splendeva il sole mentre al nord le speranze di vita erano molto più basse.

Purtroppo la storia del rapporto di Roma con l'immigrazione, nel corso dei secoli, cambia, si altera e assume una connotazione negativa; Roma, infatti, a un certo punto non ha più saputo gestire quei “flussi migratori”, quei “flussi d’ingresso” che inizialmente e per diversi secoli furono un punto di forza per l’organizzazione dello Stato, forse perché tali flussi diventarono troppo pesanti e ancor più perché gestiti male ma soprattutto perché la corruzione dei funzionari e dei generali giocò un ruolo negativo.

A causa della frequente concessione della cittadinanza la distinzione tra cittadini e indigeni cominciò a sembrare così anacronistica che nel 212 d.C. l'imperatore Caracalla prese una decisione epocale: tutti coloro che vivevano nell' Impero Romano automaticamente diventavano cittadini romani; basta poco per comprendere l’effetto negativo che ne derivò, si incoraggiò una immigrazione senza freni in quanto chi riusciva a entrare nell'impero dopo un po' veniva considerato un cittadino romano; tuttavia la vera invasione è quella che reca sui libri di storia la data del 378 d.C. e coincide con la battaglia di Adriano-poli e con l’inizio della caduta dell’impero romano, quando i Goti sconfiggono e uccidono l'imperatore d'Oriente Valente e “sfondano” i confini; in realtà quei Goti non erano invasori ma profughi che due anni prima l'impero aveva accolto poiché, come in passato, c'era bisogno di manodopera e di soldati, e aveva sistemato in campi profughi, lungo i confini del mondo romano, senza praticamente nessuna assistenza; lo Stato aveva stanziato i fondi per mantenere questi profughi ma i generali romani se ne appropriavano, sottraendoli al loro scopo, costringendo i Goti a pagare per sopravvivere fino a vendere i propri figli come schiavi pur di pagare una sorta di tangente ai funzionari romani.

Giorno dopo giorno si venne a creare una vera e propria emergenza umanitaria, un intero popolo di profughi si ammassava lungo la frontiera e la gestione di questa operazione umanitaria da parte dei Romani fu così disastrosa che sfociò in un evento drammatico, appunto la battaglia di Adrianopoli nel 378 d.C. A ciò si aggiunga il terrore che i Goti avevano di un popolo nuovo, poco conosciuto e proveniente dalle remote steppe dell'Asia, gli Unni, gente violenta e spietata che, a differenza dei Goti, era gente che possedeva poco e si spostava facilmente in quanto nomadi. Questo è lo scenario in cui matura il malessere, l’insofferenza e, alla fine, la ribellione che ha dato inizio alle invasioni; l'immigrazione regolamentata, strutturata, organizzata e ordinata si trasformò inaspettatamente in una invasione.

Considerando gli avvenimenti storici che hanno determinato la caduta di una superpotenza nata da un villaggio di pastori e vecchia di mille anni, le “invasioni” di migranti, di profughi, di immigrati, di popoli così diversi da quello romano, possiamo parlare di continuità o di rottura? Di trasformazione lenta o di mutamento repentino e traumatico? Certamente guardando al passato si rinvengono fatti, terminologia e meccanismi che sembrano essere non solo assonanti ma anche attuali, contemporanei; frontiere, immigrati, migrazioni, profughi, invasione, emergenza umanitaria, accoglienza, convivenza, paura, è anche la terminologia attuale. In età imperiale si parlava con disdegno di barbarizzazione dell'esercito pur creando, però, intere legioni di non romani o di “neo romani” ma in epoca moderna sono stati molteplici gli esempi di gente autoctona integrata negli eserciti dei colonizzatori; tanti i Paesi, Inghilterra, Francia, Portogallo, Spagna, ecc., che, anche nell’800 e nel ‘900 sino ad arrivare ai giorni nostri, hanno rinfoltito i propri eserciti o le loro città coloniali e non con truppe, amministratori e governatori indigeni; non da ultimo oggi esaminando l'unico impero paragonabile a quello romano che è rimasto, gli Stati Uniti d'America, noi notiamo generali americani di origini messicana, filippina, orientale integrati nel Paese e cittadini americani.

C’è chi ancora oggi propende per una distinzione pratica e concettuale tra immigrazione e migrazione ma se pensiamo che nel corso di milioni di anni l’essere umano è stato stanziale solo in presenza delle condizioni che ne garantissero una sicura sopravvivenza finchè il mutare dei fattori ambientali non ne obbligassero lo spostamento allora comprendiamo che la differenza tra migrazione e immigrazione tanto più si assottiglia quanto più aumenta il numero di cittadini provenienti da una determinata area geografica; basti pensare ai 7.000.000 di africani deportati nelle Americhe come schiavi, in una epoca in cui la popolazione di quelle terre era esigua, che hanno conferito a tale fatto i connotati di una vera migrazione così come i 50.000.000 milioni di europei che tra il XVIII e XIX secolo volontariamente sono immigrati-migrati in quelle terre. Diventa, pertanto, difficile riuscire ad attribuire una etichetta a parte, forse, quella di rifugiati politici o profughi provenienti da scenari di guerra; immigrati se sono pochi e migranti se sono tanti?

Impossibile definirli soprattutto se lo spostamento è lento ma continuo, uno stillicidio di popoli che abbandonano le loro terre, spesso alla ricerca di un Eldorado che non esiste, di un benessere che non è facile conquistare, che non è scontato ottenere se non vi è una organizzazione puntuale ed efficiente del Paese che li accoglie e che consente loro di integrarsi e divenire cittadini con uguali diritti ma anche uguali doveri di tutti gli altri. C’è chi afferma che le immigrazioni sono controllabili al contrario delle migrazioni; ma quando, come nell’antica Roma, una immigrazione termina di essere tale trasformandosi in vera migrazione? È veramente possibile per gli stati moderni controllare il flusso migratorio di intere popolazioni geografiche che si spostano a piedi per migliaia di chilometri o con ogni mezzo oggi esistente? Sono domande che nella loro essenza dovrebbero rendere possibile anche un lavoro legislativo e normativo che solo teoricamente potrebbe porre ordine o arginare una situazione che, in realtà, oggi così come 2000 anni fa sembra essere identica nella sua connotazione sostanziale.

Avv. Domenico Oliva


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