Mercoledì 19 Settembre 2018 ore 07:43
DIN DON DAN
Religione, Ha fatto bene ogni cosa
di Il capocordata
Il capocordata

Il racconto della guarigione del sordomuto (Mc. 7, 31-37) segue l’incontro di Gesù con la madre sirofenicia (pagana) della bambina indemoniata, racconto che proietta la potenza di Gesù oltre i confini di Israele e del popolo ebraico, accrescendo in qualche modo la tensione narrativa alla ricerca della rivelazione del mistero della sua Persona. L’evangelista Marco comincia il racconto offrendo delle coordinate geografiche agli spostamenti di Gesù: Sidone è a nord di Tiro e da Tiro si dirige verso sud per andare in Galilea; il territorio della Decapoli (le 10 città) si trova a sud-est del mare di Galilea. Marco vuole mettere in evidenza il permanere di Gesù in terre pagane, regioni in cui si potevano trovare Ebrei, Fenici, Greci e altri popoli.

Il miracolo della guarigione del sordomuto

“Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano” (v. 32). L’evangelista non sente il bisogno di spiegare chi siano gli amici che portano il sordomuto da Gesù. Gli basta dire che gli chiedono di comunicare la sua forza a quell’uomo irrimediabilmente isolato dal mondo, imponendogli le mani. Non si sa se sia anche lui un pagano, forse non importa più, forse quella barriera è ormai già caduta. Gesù non solo non si fa pregare, ma compie una serie di gesti che sottolineano la materialità e fisicità del suo contatto con quell’uomo: “lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua” (v. 33). Lo porta via lontano dalla folla, in disparte (forse prendendolo per mano), gli pone le dita negli orecchi e dopo aver sputato tocca la sua lingua facendogli aprire la bocca.

Poi una parola che l’evangelista riporta tale e quale Gesù l’ha pronunciata, attribuendole un significato profondo, non limitato all’udito e al parlare, ma riferito alla totalità di quella persona: “Apriti” (Effatà : v. 34), apriti a quanto Dio ti sta ora donando, alla comunicazione con gli uomini, alla comunione con lui. Marco è poi molto dettagliato anche nella descrizione degli effetti dei gesti di Gesù: gli orecchi si aprono, l’uomo parla correttamente.

E’ strano comunque che, come era avvenuto per il paralitico, anche il sordomuto non mostri nessuna reazione a quanto sta vivendo. Sente e parla, ma non si sa che cosa dica, se manifesti gratitudine, gioia. Gli interlocutori di Gesù sono gli altri, quelli che glielo hanno portato, quelli a cui Gesù raccomanda di mantenere il segreto: una delle caratteristiche del Messia atteso era che avrebbe operato nel nascondimento (il cosiddetto “segreto messianico”). Essi non esaudiscono la preghiera di Gesù, il loro stupore li costringe a proclamare quanto hanno visto e udito: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti” (v. 37).

Quanto attribuiscono al Maestro ha come sfondo e chiave interpretativa le azioni prodigiose di Dio verso il suo popolo, cominciando dalla creazione (“Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”) e nell’attesa della sua venuta apportatrice di salvezza, quando “si schiuderanno gli orecchi dei sordi, griderà di gioia la lingua del muto” (Isaia).

Gesù entra in contatto con la persona

Ecco dunque che di Gesù si chiarisce qualcosa, e a sua volta la maggiore luce rende più assillante la domanda sul suo mistero: Gesù è l’unico capace di aprire a quell’uomo le vie della comunicazione con gli altri, l’udito e la parola e lo fa “per contatto”. Gesù risana quell’uomo facendosi a lui vicino con il proprio corpo, con le sue mani, con la propria saliva. Se da una parte al sordomuto si aprono nuove vie, molteplici nuove possibilità, questo può avvenire in lui perché le vie di Gesù si sono raccorciate per rincontrarlo, si sono ridotte prima a pochi centimetri, poi alla fine di ogni spazio nel contatto.

Gesù, da una parte, si muove in un vasto territorio, la “Galilea delle genti”, dall’altra accetta che il suo spazio sia limitato dalla muta incomunicabilità umana, che tenta di avvicinarsi a lui nella preghiera e nella supplica accorata per una impossibile guarigione. Perché il Maestro appare così grande e nello stesso tempo si rende così impotente? Perché è proprio quella sua impotenza a permettere al sordomuto di ascoltare e parlare, quasi che sia condizione indispensabile  della sua possibilità di comunicare?

Il sordomuto diventa simbolo di chiusura a Dio e al mondo. Niente può entrare, nulla può essere udito, nulla può essere comunicato. L’apertura delle orecchie e della bocca diventa allora il simbolo di una nuova vita, di una nuova modalità di rapportarsi alla realtà. Quell’uomo viene quasi ricreato con un gesto, “emise un sospiro” (v. 34), che richiama il racconto della creazione (il soffiare di Dio nelle narici di Adamo). Il Signore ci invita ad aprire la porta dei nostri sensi per entrare in relazione con lui nella celebrazione liturgica, dove l’incontro con il mistero del suo amore avviene proprio attraverso l’ascolto, il gesto, la parola, il canto gioioso, il gustare il cibo della vita. Ci invita inoltre ad aprirci all’altro, proprio a partire dall’apertura delle orecchie, a partire dall’ascolto.                                                                                                       

Bibliografia consultata: Tosolini, 2018; Lameri, 2018.


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