Domenica 16 Dicembre 2018 ore 20:57
EUROSTAT, CALABRIA PARAGONATA AD AFRICA
Sanità in Calabria finzione o realtà?
Mentre il governatore Oliverio annuncia la sua candidatura ospedali, servizi e uffici ingranaggi di meccanismi perversi che impediscono crescita e miglioramento; c'è soluzione?

La notizia che sta facendo il giro dei media e inerente la rimozione di un medico che, durante il proprio turno di lavoro, si è ritrovato a pulire delle seppie nei lavabi del bagno dell’ospedale è una notizia che non fa testo in terra di Calabria, tanto più se proveniente da un ospedale formalmente aperto ma sostanzialmente chiuso, quello di Praia a Mare in provincia di Cosenza, che resta praticamente in tali condizioni nonostante una sentenza del Consiglio di stato abbia decretato già da qualche anno che la anomala conversione cui è stato sottoposto non potesse avvenire.

È l’ennesimo episodio che tasta il polso di quella che è la situazione in cui versa la sanità calabrese in generale e quella della provincia di Cosenza in particolare mentre il governatore Oliverio annuncia la sua prossima candidatura per le prossime regionali; quasi ogni giorno, infatti, l’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza e la sanità della provincia assurgono agli onori delle cronache, nazionali e locali, pur facendo sempre meno notizia, con l’unico filo conduttore rappresentato dai casi di malasanità o dalla pessima gestione. A nulla sono serviti i continui accessi della Guardia di Finanza, l’apertura di indagini, i continui avvisi di garanzia, di rinvii a giudizio per incarichi “facili” o appalti “semplici”, il tutto inserito in un continuo di casi di malasanità e disservizi, ormai all’ordine del giorno, che attribuiscono un valore aggiunto negativo ad una situazione già normalmente deficitaria. In questo scenario il cui sfondo, soprattutto nell’ultimo anno, è stato quello dell’apparente e spesso pretestuoso scarica barile tra direttore generale, commissario alla sanità e governatore regionale a farne le spese sono sempre i soliti cittadini che in 60.000 all’anno curano la propria salute al di fuori di una regione che conta circa due milioni di abitanti dei quali un quarto non vi risiedono.

È una decisone inevitabile, pertanto, quella di affrontare i famosi viaggi della speranza, quella di avere come punto di riferimento strutture ospedaliere che, in altre regioni, offrono professionalità ed efficienza con una risposta anche superiore alle proprie esigenze sanitarie a dispetto delle strutture morte, in coma o gravemente ammalate della sanità calabrese che vengono tenute in vita forse più per motivi politico-elettorali visto che la sanità resta uno degli ultimi carrozzoni politici dal quale attingere voti. Numerosi e continui i servizi giornalistici sulle inumane condizioni del pronto soccorso o su alcuni reparti dell’ospedale civile di Cosenza, punto di riferimento di tutta la provincia, oppure sulla grottesca e vergognosa vicenda della riapertura dell’ospedale di Praia a Mare riguardo alla quale, in periodo elettorale, si sono sprecati i viaggi e le promesse di politici poi eletti; altrettanto frequenti le notizie sulla campanilistica, continua e sterile competizione tra gli ospedali di due centri che distano 25 km in un balletto di interessi che nulla hanno a che vedere con quelli del territorio, della salute pubblica e della salvaguardia dei cittadini; equilibri di potere in ambito politico ed interessi differenti da quelli della tutela della salute della popolazione regolano decisioni e scelte che spesso nulla hanno a che fare con professionalità medica e tecnica sanitaria e che cozzano con il buon funzionamento della sanità pubblica di una regione spesso additata come fanalino di coda.

Non da ultimo si è letto articoli dai titoli grotteschi che fotografavano una situazione reale ma paradossale nella gestione della sanità provinciale e regionale; un commissario alla sanità regionale ingegnere, un governatore privo di poteri ma che in fondo decide concretamente le sorti della gestione sanitaria cosentina attraverso un direttore generale il quale, paradossalmente, ha fatto causa all’ASP che egli stesso rappresenta per essere dichiarato depresso cronico a causa di motivi di servizio precedenti al suo incarico; si legge di incarichi e nomine da lui conferite il cui affidamento appare anomalo e viene contestato da parlamentari del M5S che si oppongono ai nomi di nuovi primari in un ospedale pressochè fantasma e, a tutti gli effetti, chiuso per motivazioni apparentemente sconosciute nonostante i soliti politici, a caccia di voti, si sono profusi in promesse e giuramenti in ginocchio a mò di cavalieri medievali ma, chiaramente, solo in periodo pre elettorale.

Inutile, poi, parlare del settore soccorso ed emergenza 118 gestito da un direttore lì per incarico e non per concorso come, invece, dovrebbe essere per legge ma che resta alla guida della centrale operativa a vita; un servizio quello del 118 costantemente in affanno tanto da utilizzare l’elisoccorso, riservato ad interventi di vitale importanza, anche per interventi di secondaria importanza con le giuste e conseguenti negative osservazioni da parte dell’equipaggio di bordo; tempi di arrivo delle ambulanze ben oltre quelli stabiliti dalla normativa vigente eppure in tanti anni l’organizzazione del 118 pur potendo essere potenziata facilmente a costo zero, migliorando la copertura del territorio, è rimasta pressoché identica, con l’affidamento di servizi a supporto sempre agli stessi soggetti, nonostante esposti e denunce continue; i servizi prestati sono rimborsati in modo inadeguato rispetto a quanto avviene in altre regioni ma ancor più rispetto a quello che dovrebbe essere il servizio di 118 realmente prestato ma all’ASP non interessa l’obiettiva congruità del rimborso rispetto alla qualità del servizio e, ancora una volta, si pensa a risparmiare su servizi essenziali trascurando proposte di risparmio, di potenziamento e miglioramento del servizio come se non interessasse a nessuno se le ambulanze arrivano in poco tempo oppure impiegano molto più di quanto previsto dalla legge a tutto discapito dell’incolumità del paziente da soccorrere; così mentre in altre regioni, nonostante tutto, il servizio 118 è cresciuto, pur necessitando di ulteriore potenziamento, lì tutto è fermo ad oltre 10 anni fa in un immobilismo che appare essere voluto e non involontario.

Questa è la storia, spesso ignorata dai più i quali lamentano il disservizio solo nel momento in cui ne diventano i diretti fruitori, di una ASP che fa acqua da tutti i lati; dalle barriere architettoniche la cui esistenza viene assurdamente occultata e giustificata dai responsabili come se si giocasse a nascondino contro leggi e norme dello Stato ben precise, a strutture di proprietà ASP abbandonate in aperta campagna lungo il versante del Tirreno cosentino. Ci sono alla fine i servizi che riguardano l’accompagnamento di pazienti sottoposti a dialisi, la cui gestione ha visto la rinuncia da parte di alcune associazioni del Tirreno affidatarie del servizio che l’ASP non è in grado di garantire e che alla stessa azienda costerebbe almeno dieci volte il costo attuale; servizi sottopagati con rimborsi che a mala pena coprono le spese principali di quelle associazioni che ancora attendono le spettanze di mesi e mesi di servizio precedente; anche qui è mistero se l’ufficio che gestisce il servizio ha provveduto, essendoci la relativa copertura finanziaria, ad emettere già da mesi e mesi i provvedimenti di liquidazione per il servizio garantito ma l’ufficio servizi finanziari non provvede ad emettere il relativo mandato di pagamento; perché? Non è dato saperlo, infatti anche questo è uno dei tanti misteri dell’ASP di Cosenza e dei suoi meccanismi che ne regolano la vita amministrativa con i risultati che i cittadini conoscono avendo vissuto sulla propria pelle, direttamente o indirettamente, quello che significa devianze, disservizio, malasanità, mancanza di punti di riferimento sanitari, mancanza di conterranee professionalità che, al contrario, ritroviamo nelle maggiori strutture ospedaliere nazionali.

Quei 60.000 pazienti che scappano dalla Calabria per curarsi altrove costano alla regione decine di milioni di euro ma il governatore Oliverio non ha mai messo bocca in modo ufficiale sulle decisioni politiche che hanno visto la spartizione forsennata della sanità provinciale; un governatore che non è riuscito a sostituire un direttore generale come Raffaele Mauro, visti i risultati  della sua gestione, ha avuto l’ardire di proporsi come sostituto del commissario Scura quando l’on. Parentela del M5S ha paventato l’ipotesi di una sua sostituzione; che la sanità sia uno dei pochi bacini, ormai rimasti, cui attingere voti nelle varie tornate elettorali e da rendere centro di potere e interessi economici ormai lo sappiamo tutti ma la cosa vergognosa è l’assoluto disinteresse per il buon andamento di quel residuo di servizio sanitario ancora esistente a prescindere da proclami, promesse, affermazioni e comparse televisive che risultano essere vuote e sterili a fronte di un immobilismo persistente e cronico.

Tutto questo accade mentre l'EuroStat parla della situazione sanitaria calabrese usando come termine di paragone la situazione dell'Africa e nell'ospedale di Reggio Calabria le ingessature si fanno con nastro e cartone. Benvenuti nella sanità calabrese.


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