Domenica 16 Dicembre 2018 ore 21:45
DIN DON DAN
Religione, Se uno vuol essere il primo, sia servo di tutti
di Il capocordata
Il capocordata

Sceso dal monte della Trasfigurazione, Gesù ora attraversa la Galilea: questo viaggio, che lo porta a Gerico e a Gerusalemme, ha lo scopo di  approfondire sempre più la conoscenza del mistero della figura di Gesù.

La sequela del Maestro

Infatti, il tema generale è la sequela del Maestro, vissuta dalla comunità che ha accolto la rivelazione del suo disegno e condivide la sua strada di morte e di risurrezione. Il susseguirsi dei fatti e delle parole di Gesù delinea un ricco insegnamento su quali debbano essere i cardini della vita della comunità, nel contesto del continuo riapparire, lungo la storia, di quella serie di contraddizioni che lui ha inaugurato con la sua venuta. La sequenza degli eventi mostra un parallelismo con la rivelazione dell’identità di Gesù al battesimo, la sua vittoria contro Satana, la chiamata dei discepoli, il ministero a Cafarnao. Solo che ora la casa diventa teatro di un insegnamento che trova i discepoli impreparati e sconcertati.

Il racconto, oggetto della lettura odierna (Mc. 9, 30-37), si articola in due momenti. Nel primo momento, durante il cammino (“attraversavano la Galilea” v. 30), Gesù continua il suo insegnamento sul proprio destino di morte e risurrezione. Ma i discepoli sembrano non voler capire quanto il Maestro dice (“Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo” v. 32). Una ragione di tale difficoltà comunicativa emerge nel secondo momento, nella casa a Cafarnao (“Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa chiese loro” v. 33), quando è Gesù a interrogare i discepoli sui loro discorsi lungo la strada. Segno che durante il cammino c’era una qualche distanza spaziale tra loro, che impediva a Gesù di sentire le loro parole.

La domanda di Gesù, come il suo insegnamento, non ha eco: “Ed essi tacevano” (v. 34). E’ un momento, anche se breve, che ha un suo peso nella dinamica complessiva dei rapporti tra Gesù e i discepoli: un silenzio che è interruzione di contatto, una paura che è frutto di distanza. Gesù almeno per qualche attimo è solo, i suoi discepoli sembrano in ascolto di altri maestri, di altre lezioni.

“Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro” (v. 35): Gesù prima si siede (assume la posizione del maestro quando insegna), poi “convoca”, non chiama soltanto, ma chiama con voce forte, quasi a ristabilire una comunicazione interrotta; e convoca “i Dodici”, non semplicemente “i discepoli”, ma i discepoli istituiti come sua cerchia più intima e i suoi inviati (apostoli). E’ in questa solenne cornice che Gesù dà il suo insegnamento. Egli supera ogni discussione su graduatorie parziali (“Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande” v. 34) per parlare di “primo” e dettare le condizioni dell’eccellenza: diventare ultimo tra tutti e servo di tutti.

Servire con umiltà

“E preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro” (v. 36). Il gesto che Gesù compie esprime con forte simbologia il suo pensiero. Egli prende un bambino e lo fa stare in mezzo a loro, quasi pietra di paragone e testimone del nuovo modo di relazionarsi che egli vuole per la sua comunità. Poi lo abbraccia: segno di accoglienza e di auto identificazione, che poi esprime chiaramente a parole, specificando in qualche modo il significato del servizio richiesto a chi vuol essere primo. Si tratta di “accogliere” anche gli ultimi come Gesù, accoglierli in nome suo, istaurando con loro i rapporti più profondi, certi di incontrare in loro l’Inviato e il Padre da cui è stato mandato: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (v. 37).

Si delinea così una nuova forma di sequela, un discepolato nuovo che cerca come sua guida non più solo Gesù di Nazaret, ma in lui e in nome suo tutti coloro che, per la loro situazione, ricordano il Maestro disprezzato, consegnato nelle mani degli uomini, da essi torturato e ucciso, e risuscitato per la potenza di Dio. In ogni persona che soffre Cristo attende quell’abbraccio che solo lui può dare, l’accoglienza che solo coloro che agiscono nel suo nome possono offrire. Solo in lui la sofferenza ha senso, ed egli vuole che i suoi discepoli sappiano scoprirlo e cercarlo come meta altissima della loro sequela.

Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” (v. 35). E’ questa la buona notizia che oggi risuona, buona notizia perché c’è una salvezza per gli ultimi e i piccoli. Lo stesso Figlio di Dio ha preso il loro posto. Sarà l’ingiustizia degli uomini a portarlo alla morte, ma morendo prende su di sé tutte le ingiustizie perpetrate dall’uomo contro i giusti e le redime. Nessun’altra notizia può essere buona quanto questa.  

La via del servizio, dell’accoglienza non è quella della rassegnazione o della debolezza, ma quella della vittoria sulle forze della morte. Non dobbiamo negare il nostro istinto di tendere al sempre di più, ma riorientarlo alla meta migliore, alla sintonia con Dio. La passione di Gesù è una modalità onerosa di tendere sempre più in alto e ha senso solo dalla prospettiva di un amore appassionato per tutti. Una passione che “decentra”, che non prende, ma che apre le braccia per ricevere.

Bibliografia consultata: Tosolini, 2018; Piazzi, 2018.


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