Venerdì 14 Dicembre 2018 ore 08:20
DIN DON DAN
Religione, Chi non è contro di noi, è per noi
di Il capocordata
Il capocordata

Sequela senza compromessi

Nella visione di Marco gli ostacoli da evitare sono la premessa logica, il fondamento di tutta l’etica cristiana, la quale si comprende come sequela del Maestro lungo la sua via. Egli è tutto rivolto al compimento della sua missione fino al rifiuto, al disprezzo del popolo, all’accusa di blasfemia, alla morte sulla croce e alla risurrezione. Anche i discepoli perciò dovranno camminare dietro di lui senza compromessi, lo sguardo fisso alla speranza che li attende.

Questa tensione di fondo permette di cogliere una ragione di coerenza, che come un filo lega insieme le brevi unità, a prima vista piuttosto sconnesse tra loro. L’evangelista, nel nostro brano (Mc. 9, 38-43.45.47-48), pone per primo il dialogo tra Gesù e Giovanni su un esorcista che usa il nome del Maestro per scacciare i demòni, ma non fa parte del gruppo dei discepoli: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva” (v. 38). “Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi” (vv. 39-40).

Gesù conclude la sua risposta accennando anche a un caso opposto: qualcuno che, pur non essendo del gruppo, aiuta i discepoli anche in cose minime: “Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa” (v. 41).

Il tema dello scandalo

Gesù continua poi a parlare, ma si può vedere nelle sue parole l’inizio di una seconda unità, incentrata sul tema dello scandalo. Gesù esordisce in termini generali, parlando del castigo che riceveranno quelli che scandalizzano i piccoli e semplici nella fede. Ma continua poi individualizzando l’argomento: non parla più del male procurato ad altri, ma dello scandalizzare se stessi, del porre da se stessi inciampo alla propria fede. Con il rischio di essere gettati nella Geenna, simbolo del castigo eterno. Di fronte a questo rischio Gesù chiede di togliere da sé, a qualsiasi costo, le cause di tale inciampo. Parla di tagliarsi la mano, o il piede, perfino di cavarsi gli occhi, per evitare il male che con queste membra si potrebbe compiere, al fine di guadagnare l’eternità della vita.

E’ la stessa logica che presiede all’invito fatto in precedenza a seguire il Maestro a ogni costo, anche a prezzo della propria vita: la vita dell’uomo non può essere suo possesso assoluto e non ha termine; quindi va ricercato il suo vero compimento piuttosto che il miraggio dei propri progetti.

Si tratta di divenire, al seguito di Cristo e come compimento della sua missione, sacrificio vivente, santo e gradito a Dio (Rom. 12, 1). Proprio perché questo è lo scopo della vita dei discepoli, innanzitutto essi non hanno tempo per rivendicare dei loro supposti diritti di esclusività sulle prerogative ricevute; al contrario devono considerare tutti come avviati al compimento della stessa azione liturgica, destinatari e cooperatori della stessa opera di santificazione. Proprio perché questo è lo scopo della loro vita, i discepoli non possono essere di inciampo a nessuno, né tanto meno creare ostacoli alla propria santificazione, usando male di se stessi. Entrare nella vita vale più di qualsiasi altro progetto. Per realizzarlo occorre essere pronti a pagare qualsiasi prezzo.

E’ forte oggi la tentazione di una chiesa-fortezza e di un’epoca d’oro da ricostruire. Si avverte la netta separazione presente nella chiesa fra una tradizione che ingessa il passato e una tradizione che irrobustisce il futuro. C’è chi vuole tornare a una chiesa arroccata su se stessa, forte nell’erigere mura che la difendono dalla modernità e fanno chiarezza tra chi sta dentro e chi è fuori. C’è da domandarsi se noi “pastori” predichiamo un vangelo per gli eletti, o una buona notizia per i peccatori; per le 99 pecore chiuse nell’ovile o per la pecora da andare a cercare; meglio oggi dovremmo dire: per la pecora rimasta nell’ovile o per le 99 pecore da andare a cercare? Possibile che lo Spirito non soffi più sul nostro presente e abbia infuocato di sé solo il passato? Cerchiamo i nascosti costruttori di comunità dappertutto: forse, fuori, proprio là nel mondo “cattivo”, là in mezzo agli agnostici e agli indifferenti, là in mezzo ai cristiani della soglia e non dei primi banchi ci sono persone che operano il bene in nome di Dio.

Lo Spirito di Dio, invece, ci riveste, anzi ci investe, di doni, di ministeri e responsabilità. L’impressione è che si formino nella chiesa comunità autoreferenziali, dove le forti relazioni costruiscono steccati alle brutture del mondo e distinguono nella chiesa i ferventi dai tiepidi credenti. Altrove caldi affetti mariani e miracolistici tengono in una infanzia spirituale che è deresponsabilità non aperta allo Spirito che plasma il credente per il servizio alla chiesa e al mondo. Le nostre comunità parrocchiali non sono un popolo di profeti ma spesso assomigliano a club di cattolici snob, dalla religiosità disincarnata, che esorcizza il mondo, più che profetare in mezzo al mondo. Invochiamo lo Spirito sulle nostre associazioni e sulle nostre assemblee escludenti.                                                                                                                                

Bibliografia consultata: Tosolini, 2018; Piazzi, 2018.


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