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Lunedì 22 Luglio 2019 ore 16:25
DIRITTI NEGATI
Quando anche il marketing uccide la figura del papà
E il papà? Non c’è, semplicemente non c'è. Il papà, se mai ci avranno pensato, è solo quello che paga...

Ricordate le biglie di plastica con la figurina dentro con le quali da bambini giocavamo in spiaggia? Quelle con raffigurati i campioni del ciclismo, che a colpi di dita in quelle piste scavate nella sabbia davano vita a sfide che nella memoria dei più grandi, ancora sono così vivide? Ricordi che il tempo non cancella, tanto è il potere di certe emozioni. Deve essere stata questa l’intenzione di Valfrutta, quando ha deciso che per ancorare nella mente dei più piccini il proprio Brand e vederli un giorno futuri consumatori, sarebbe stato “geniale” trasformare l’anonimo tappo di un succo di frutta, in qualcosa di sgargiante e soprattutto riutilizzabile in mille modi. Creando un prodotto seducente per i più piccoli e per chi compra loro le cose.

Per giocare, collezionare e soprattutto imparare. Ecco quindi, al posto della pista di sabbia della spiaggia di allora, un cartellone e in sostituzione delle biglie colorate, questi nuovi “tappi twist-off richiudibili… Ottima intuizione, non c’è che dire. Il tutto spiegato in pompa magna dalla loro comunicazione: quale genitore, nonno, bambino, insegnante della materna o delle elementari, potrebbe resistere ad un claim cosi seducente?

I FRUTTAMICI – che educano i più piccoli ad una sana alimentazione e li fanno divertire (insieme a tutta la famiglia) con il gioco del memory, presente all’interno della confezione in cartone… per diffondere tra i bambini importanti messaggi eticamente corretti: all’interno della confezione vengono approfonditi – sempre in maniera leggera e facilmente fruibile da parte dei baby consumatori- alcuni temi cari a Valfrutta, come la solidarietà, la natura, la famiglia…”

Bellissimo, no? Chissà ci chiediamo, dopo la Pala Eolica, la Fattoria, La Cooperativa, per arrivare a tutta la collezione, come sarà quello dedicato ai “valori” tanto cari a Valfrutta, ossia quello dedicato proprio alla Famiglia? Ma la risposta che riceviamo è a dir poco sconcertante: una accogliente figura di dolce mammina e due bambini.

E il papà? Non c’è. Semplicemente. Nella collezione trovi l’omino “agricoltore” o “agronomo” ma non un Papà!

Per Valfrutta evidentemente educare i nostri figli ai valori a Lei tanto cari, significa spiegare proprio al pubblico più giovane e indifeso, con l’aggravante del gioco, che la famiglia in Italia è costituita da una mamma e dai suoi bambini. E basta. Il papà se mai l’avranno pensato è solo quello che paga. Questa sarebbe la misura di come Valfrutta intenda i valori eticamente corretti… Forse non ci si rende conto della gravità della cosa: una azienda che dichiaratamente si rivolge ai nostri bambini, legando alle loro emozioni di piccoli viaggiatori della vita attraverso un gioco presunto educativo fidelizzante, dei concetti che rimangono impressi in modo potente; e che attraverso la componete ludica abbassa le difese ed il senso critico di chi li subisce, non può mandare messaggi così fuorvianti e discriminatori.

Perché di discriminazione inaccettabile, si tratta. Che è in violazione di ogni codice etico prima ancora che alla rigidità delle normative sulla pubblicità e sul commercio. Ed è uno sfregio che Valfrutta sta continuando a fare dal novembre del 2016 nel silenzio assordante dei media e della comunicazione dei “salotti buoni”. Quella che siamone certi, sarebbe insorta dandoci lezioni di etica, pretendendo correttezza e rispetto, se solo quella figurina stampigliata del tappo avesse rappresentato la Famiglia con un padre e due bambini, ma senza la mamma.

Tanto è vero che è solamente grazie alla segnalazione di un papà che in questi giorni ha postato sconcertato, il tappo con il quale alla materna giocava sua figlia, che qualcosa si è mosso.

E come una palla di neve che diventa valanga, in un amen la pagina Valfrutta su Facebook è stata presa d’assalto, travolta dai commenti al vetriolo di tantissimi: genitori, padri, madri, nonni che si sono sentiti traditi nel profondo al punto da far decidere ai gestori della loro comunicazione di sospendere i commenti del pubblico.

Nel frattempo, il loro post del novembre del 2016 dove reclamizzavano i Fruttamici, da zero commenti è passato in un giorno a trovarsi pieno di interventi durissimi, al punto da costringere Valfrutta a postare un comunicato dove si scusava e ribadiva che mai era sua intenzione attuare una qualche forma di discriminazione…

Il classico caso dove la toppa non fa altro che aumentare la brutta figura: come se dopo due anni di bella mostra in ogni scaffale, bastassero due righe di scuse in un post vecchissimo, oltretutto. Se avesse discriminato la figura femminile, siamo certi per come va da anni la deriva di una certa comunicazione o la comunità LGTB o fosse stato un messaggio a sfondo razziale, o che solo avesse toccato la sensibilità di qualche minoranza, Valfrutta avrebbe dovuto fare pubblica ammenda, ritirare con tanto di scuse il prodotto e riparare al danno.

Ma trattandosi di papà, figura da smantellare, da sradicare proprio dal contesto sociale italiano, che da troppo tempo martella da ogni dove il dogma declinato della caccia all’uomo, tutto questo non vale. Uomo inteso come maschio da punire a prescindere: adesso ogni giorno di più, privato del suo ruolo più naturale all’interno del contesto della Famiglia, ossia quello di Padre. In una deriva che non risparmia nemmeno alcuni libri di testo delle elementari, dove senza ritegno la figura genitoriale del Papà viene sempre più svilita.

Perché lo vediamo ogni giorno nei Tribunali, dove in caso di separazione al bambino si nega la figura paterna, nella stragrande maggioranza dei casi, relegandola al ruolo di visitatore: due pomeriggi a settimana e un fine settimana alternato. Quello è tuo padre.

Lo chiamano “diritto di visita”, già solo il nome fa orrore, per i Giudici è normale: anche se esiste da 12 anni una Legge, la 54/2006 che prevede mantenimento diretto ai figli, il loro diritto di avere pari tempi di frequentazione con entrambi i rami genitoriali, ebbene questa legge non viene applicata. Hanno inventato la figura del “genitore collocatario” (che nel testo non esiste), quasi sempre individuato nella madre. Al bambino a questo punto “spetta di vedere il padre” solamente nei tempi assolutamente inadeguati che il provvedimento del giudice dispone.

Con la connivenza della Società Civile che omertosamente sa ma fa finta di non sapere.

Ma pensano questi fenomeni del marketing di Valfrutta, ai danni e al dolore di tanti, troppi bambini, privati della frequentazione del loro papà, nel vedere la figura della Famiglia, rappresentata senza di lui? All’umiliazione di tutti quei papà privati del loro affetto più caro, che ironia della sorte pagano con il mantenimento, magari proprio quei succhi di frutta che “educano” i loro figli a farsene una ragione, dello stare senza il papà? E in tempi nei quali, inutile girarci intorno, ci sono ancora troppi uomini che offendono il dono della paternità con i loro comportamenti, questi vedono una sorta di legittimazione all’essere scollegati dai loro doveri genitoriali.

Così come tutte quelle madri malevole che utilizzano i figli in una separazione come arma da guerra, troveranno legittimato il loro maleficio e la coscienza apposto: lo dice pure Valfrutta che i figli sono “roba” loro. Per non parlare di tutta la filiera di sciacalli che sul dramma personale delle separazioni, ha costruito il loro business, che si riempie la bocca del “bene supremo del minore”, sai che pacchia pure per loro…

Valfrutta sarebbe stata mille anni avanti se coraggiosamente avesse proposto diverse rappresentazioni di Famiglia: magari anche con quella con un Papà e due bambini, quella con due mamme, due papà… Se avesse il coraggio civile di scusarsi pubblicamente e rimediare con mille iniziative concrete e non con scuse relegate in una pagina di Facebook di due anni fa che trovi solo se hai il link. Ma così, ha solo fatto una pessima figura. Soprattutto verso i loro inconsapevoli Baby Consumatori che ora sanno che il Papà nella famiglia è ancora una volta morto. Stavolta ucciso persino dalla pubblicità.


Patrizio Trasmondi, papà.

 

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