Martedì 16 Luglio 2019 ore 04:01
DIN DON DAN
Religione: "Le mie parole non passeranno"
di Il capocordata
Il capocordata

Quello che viene chiamato il “discorso escatologico” di Gesù è il più lungo brano discorsivo del vangelo di Marco, tenuto davanti non a tutti i discepoli, ma solo ai primi quattro chiamati, e a partire da una loro domanda. Mentre Gesù si allontana dal tempio, un discepolo gli fa osservare la magnificenza delle costruzioni. Per tutta risposta Gesù gli annuncia che tutto verrà raso al suolo. Gesù si siede poi sul monte degli Ulivi di fronte al Tempio. Allora i quattro discepoli gli chiedono, in riferimento alle sue precedenti parole, quando quella catastrofe accadrà, e quali segni premonitori ci saranno. La domanda riguarda un tempo storico preciso, ma nella risposta Gesù si allarga a considerare la fine dei tempi, che coincide con la venuta del Figlio dell’uomo.

Manifestazione gloriosa del Figlio dell’uomo (Mc. 13, 24-32)

Il discorso sulla fine dei tempi ha il suo culmine nei vv. 24-27: “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo”. La venuta gloriosa del Figlio dell’uomo avverrà dopo la distruzione del tempio e dopo tribolazioni simili che si succedono nella storia: un tempo non facilmente determinabile. Essa sarà preceduta da sconvolgimenti cosmici e sarà vista da tutti, avrà quindi una portata universale.

Il gesto che il Figlio dell’uomo compirà viene espresso da un solo verbo: “radunerà”, ma ha una portata di dimensioni estreme: dopo la dispersione dei discepoli a causa delle persecuzioni, per annunciare il Vangelo a tutte le nazioni, e a causa degli sconvolgimenti legati alla distruzione del tempio, la grande speranza della Chiesa è di venire raccolta in unità davanti al Signore. Questa gioiosa speranza permette agli eletti di perseverare fino alla fine e di ottenere così la salvezza.

“Dalla pianta del fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte” (vv. 28-29). La parabola del fico che segue l’annuncio della fine della storia, parla, anche se in modo velato, di uno dei tempi in cui questa venuta si realizza. Il fico mette i germogli in primavera, e lo fa in un modo percettibile solo a occhi esperti e attenti. Così sarà della prossima passione, morte e risurrezione di Cristo, che inaugurerà l’estate del regno di Dio: occorrerà saperne cogliere il significato escatologico.

“In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga” (v. 30). In questo senso, davvero tutto si compirà entro “questa generazione”. E l’evento del mistero pasquale di Cristo avrà una portata tale da rovesciare il rapporto della sua vicenda umana con il cosmo: potrà passare il cosmo che ora si vede, ma quanto Gesù ha detto e fatto rimarrà stabile in eterno, seme e realizzazione dei cieli nuovi e della terra nuova attesi: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (v. 31). La parusia, il ritorno del Figlio dell’uomo, secondo il doppio significato della parola greca, sarà sempre “presenza e venuta”: presenza perché venuta, venuta perché presenza.

Ogni considerazione sulla nostra vita di credenti deve tener conto di Gesù, della sua morte e risurrezione. Dire questo significa riconoscere che nelle situazioni angosciose della nostra esistenza non siamo lasciati soli, ma il Signore ci è vicino e ci sostiene: del resto anche lui è passato attraverso la sofferenza della morte in croce, condividendo ogni nostra situazione di disagio e di morte per aprirci alla speranza della risurrezione.

A questa continua irruzione della sua “grande potenza e gloria” occorre aprire la porta perché là già essa si trova: “alle porte” (v. 29). Alle porte dei cuori di ciascun eletto. Questo evento non viene conosciuto al modo degli uomini, con un sapere esterno ed estrinseco: non entra nei calcoli umani perché tutti li avvolge, supera, trasforma. Il Figlio viene sempre. Egli è il giorno e l’ora del Padre.

Siamo così presi dalle tante cose da fare da non porre attenzione sulla presenza del Signore che ci accompagna giorno per giorno. Tutto scorre, tutto fugge e la nostra percezione del tempo è quella di una corsa rocambolesca senza accorgerci delle poche cose importanti e soprattutto senza dare spazio e tempo a quegli incontri con il Signore e con le persone che davvero sono significativi per la nostra vita. Ci troveremo tra breve ad affrontare di nuovo il tempo di Avvento, il tempo dell’attesa, di quell’incontro con il Signore che abbiamo già vissuto, ma che forse non ha segnato nel profondo la nostra vita. Da subito è necessario che poniamo la nostra attenzione sulla vita quotidiana perché anch’essa contiene i segni della presenza del Signore, capaci di prepararci all’incontro con lui che sarà definitivo alla nostra morte.

Bibliografia consultata: Tosolini, 2018; Brunello, 2018.

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