Mercoledì 18 Settembre 2019 ore 19:46
Bocciato il ricorso PD contro il Governo. Ma la prossima volta…
Sentenza acrobatica della Consulta, che si riassume nel proverbiale “chi semina vento raccoglie tempesta”

Un rimbrottino. Tipo i genitori che sgridano i figli che ne hanno combinata una (un’altra) e si limitano ad ammonirli: “Ascoltateci bene: per questa volta passi, ma la prossima…”. I figli prendono atto. Si rallegrano di averla scampata e non ci pensano più. Chi vivrà vedrà. Per il momento, bene così.

La sentenza della Corte Costituzionale che ha rigettato il ricorso dei 37 senatori PD, i quali avevano eccepito un conflitto di poteri (tra Parlamento e Governo) per l’iter troppo accelerato di approvazione della Manovra, funziona all’incirca allo stesso modo. Da un lato riconosce che i tempi di discussione sono stati compressi in maniera abnorme, ma dall’altro giustifica la cosa in base alle circostanze eccezionali. Uhm uhm: è vero che filavi a 200 all’ora dove il limite è 70, ma avevi i tuoi buoni motivi. E quindi non ti faccio la multa.

Per questa volta.

“Per leggi future – rimarca la Consulta – simili modalità decisionali dovranno essere abbandonate, altrimenti potranno non superare il vaglio di costituzionalità”.

Ma insomma: perché in futuro no e adesso sì?

Ricorso PD bocciato: “prassi parlamentari ultradecennali”

I giudici si sono arrampicati sugli specchi. Anche se questo, attenzione, non significa che quelli del PD avessero ragione, e tra poco ci arriviamo.

La via d’uscita, per non dire la scappatoia, è consistita nel sommare una serie di attenuanti. O se preferite una serie di anomalie minori che sommandosi le une alle altre diventano, paradossalmente, una giustificazione.

Citando la sintesi dell’Agenzia Dire, “la contrazione dei lavori per l’approvazione del bilancio 2019 è stata determinata da un insieme di fattori derivanti sia da specifiche esigenze di contesto sia da consolidate prassi parlamentari ultradecennali sia da nuove regole procedimentali”.

Tenere a mente, prego: “consolidate prassi parlamentari ultradecennali”. Il che ci porta, appunto, al ricorso dei senatori PD.

La Consulta ricorda innanzitutto il principio generale: “i singoli parlamentari sono legittimati a sollevare conflitto di attribuzioni davanti alla Corte Costituzionale in caso di violazioni gravi e manifeste delle prerogative che la Costituzione attribuisce loro”. Ma nella fattispecie, ahò, non si ritiene che le irregolarità siano talmente “gravi e manifeste” da legittimare l’impugnazione.

Sembra quasi uno sketch. Lo stesso marito che ha tradito ripetutamente la moglie si erge a paladino della fedeltà coniugale. Il giudice non può spingersi a dire che l’adulterio non ci sia stato, ma fa presente che le corna, in quella famiglia, sono una reciproca consuetudine e che perciò, suvvia, non si può mica farne una tragedia.

Fuor di metafora, lo stesso PD che ha inventato il Supercanguro non più tardi della scorsa legislatura, allo scopo di bypassare gli emendamenti parlamentari sgraditi sul ddl Cirinnà, accusa il Governo Conte di aver “tradito” il Parlamento impedendogli di discutere adeguatamente la Manovra. La Consulta si cava d’impaccio come abbiamo visto. Ma la traduzione politica del linguaggio giuridico, e dello slalom concettuale, è che questo malcostume è stato largamente praticato negli anni passati e che si è puntualmente ripetuto anche a fine 2018. Ergo, egregi partiti nessuno escluso, siete vivamente pregati di piantarla.

Altrimenti…

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