Venerdì 22 Marzo 2019 ore 04:59
VITTORIA IN APPELLO
Torino. Rider contro Foodora: per i giudici “È lavoro dipendente”
Ribaltato il verdetto di primo grado. Sperando che la Cassazione non annulli una sentenza che è di puro buon senso

Non ancora una vittoria definitiva, visto che è “solo” una sentenza d’appello, ma intanto è arrivata. E ha ribaltato il giudizio di primo grado, dando ragione ai lavoratori e torto all’impresa.

La causa è quella che cinque rider (che è un modo suggestivo, ed eufemistico, di definire i fattorini che portano le merci a domicilio) hanno intentato contro Foodora, che è una società tedesca. La quale li inquadrava come collaboratori occasionali, retribuendoli perciò con un tanto, anzi un poco, a consegna, ma di fatto li utilizzava come dei dipendenti: l’azienda li chiamava e loro dovevano rispondere, precipitandosi a ritirare nel ristorante di turno il cibo da recapitare a casa dei clienti.

Decisamente comodo, per i clienti stessi. Decisamente remunerativo, per chi gestisce il business.

Sul sito di Foodora la formula viene festosamente sintetizzata come segue: Order – Relax – Enjoy. A seguire c’è la spiegazione: “State seduti e rilassatevi mentre il ristorante prepara il vostro ordine. Il nostro rider lo prende e lo porta da voi. Godetevelo!”.

Come no? Mentre voi vi rilassate, c’è il suddetto rider che si scapicolla per fare il più in fretta possibile. E che in cambio, stando ai dati contenuti in un’inchiesta curata da Milena Gabanelli e pubblicata nel giugno scorso, riceverà la cospicua cifretta di 4 euro. Lordi, si intende. Il netto si riduce a 3,60.

Voi vi rilassate (enjoy!).

Voi risparmiate (enjoy!).

Il rider se la prende in quel posto (enjoy?!).

Rider di Foodora: “È lavoro dipendente”

Bella scusa, i “lavoretti”. Prendi dei povericristi disoccupati e li metti a sgobbare per te, convocandoli quando ti pare e pagandoli a cottimo. Pagandoli una miseria.

Il business funziona? Per forza: hai trasformato un costo fisso, che insieme alle variazioni della domanda è la vera sfida di ogni imprenditore, in una modesta decurtazione di ogni specifico ricavo. Il poverocristo di turno avrà i suoi spiccioli solo se tu incassi il tuo compenso. Il rischio è tutto suo. Il vantaggio è tutto tuo.

A proposito: non è nemmeno prevista una qualsivoglia copertura assicurativa. Se il rider si fa male, mentre scorrazza nel traffico per portare a compimento la missione (e non far attendere troppo i clienti affamati, e paganti), sono problemi suoi. Essendo un collaboratore esterno è a sua volta una specie di imprenditore: se desidera un’assicurazione, se la faccia per conto proprio. D’altronde, non essendo obbligatoria per legge, si tratta evidentemente di una scelta del tutto personale…

Qualcuno, specialmente tra i fan del Mondo Globalizzato e Competitivo, non ci trova niente di strano. E puntualizza che queste sono le nuove tendenze (i trend, oh yes) e che sarà sempre meglio fare il rider sottopagato e senza diritti anziché non fare niente: se si imponessero regole più stringenti, Foodora e affini non le accetterebbero comunque – poiché in antitesi al loro modello di business – e preferirebbero andarsene.

Una logica da schiavi: “grazie badrone che dare noi bezzeddo di pane”.

Si scrive lavoretto, si legge sfruttamento. Si scrive flessibilità, si legge precarizzazione. Si scrive modernità, si legge regresso: due secoli  e oltre di lotte sindacali che vengono smantellate come se niente fosse.

Pensateci su, la prossima volta che vi viene la voglia “irresistibile” di ordinare un pasto al ristorante e di farvelo portare a casa.

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