Mercoledì 13 Novembre 2019 ore 03:01
DIN DON DAN
Religione, Gesù diede inizio ai suoi "segni"
di Il capocordata
Il capocordata

Il miracolo di Cana (Gv. 2, 1-11), primo dei “segni” che accompagnano il ministero di Gesù nel vangelo di Giovanni, anticipa molti temi che verranno ripresi nei capitoli successivi: l’ora, l’acqua, la gloria. Per tale motivo possiamo paragonare il racconto delle nozze di Cana al portale d’ingresso di una cattedrale medievale, la cui funzione era di introdurre visivamente il fedele ai misteri che avrebbe vissuto nella liturgia celebrata all’interno dell’edificio sacro.

Due questioni sembrano attraversare l’intera narrazione, le quali hanno a che fare con il contesto religioso giudaico. La trasformazione dell’acqua in vino allude, in maniera simbolica, alla sostituzione della Legge antica con la Grazia e la Verità donate dal Figlio di Dio. In secondo luogo l’immagine del vino nuovo e di ottima qualità segnala l’inaugurazione dei tempi messianici, conformemente alle attese del V.T. Il contesto nuziale che fa da cornice suggerisce l’opportunità di tali interpretazioni, soprattutto di quella messianica.

L’ambientazione (vv.1-2)

L’evangelista annota che il miracolo delle nozze di Cana avvenne “il terzo giorno”: al termine di una serie di eventi (cfr capitolo 1) che culminano con la manifestazione della gloria di Gesù. Il primo personaggio a essere menzionato non è Gesù, ma sua madre, a conferma del suo ruolo tanto discreto quanto essenziale accanto al Figlio. Solo al v. 2 Giovanni annota la presenza di Gesù e dei discepoli.

Il dialogo (vv. 3-5)

“Non hanno vino” (v. 3). A provocare l’intervento di Gesù è la madre che, con l’attenzione e la sensibilità tipiche della donna accorta, segnala al Figlio la mancanza dell’elemento indispensabile per la buona riuscita di una festa, il vino. Il fatto che Maria si rivolga a Gesù segnalando prontamente la mancanza del vino, senza però avanzare pretese o richieste specifiche, esprime eloquentemente la piena e totale fiducia riposta nel Figlio, il Messia atteso in grado di ricostituire l’alleanza infranta a motivo delle molteplici infedeltà degli uomini.

“Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora” (v. 4). La risposta di Gesù sorprende non poco: la sua reazione non è certo quella che ci si aspetterebbe da un figlio nei confronti della madre. Gesù sembra stabilire una distanza tra la madre e se stesso, spiegando poi che la sua vita è orientata verso un’”ora” che è ancora ben lungi dal compiersi. Gesù ricorda alla madre che la sua missione dipende da un disegno superiore che ancora deve compiersi. Ciò però non significa che la richiesta avanzata da Maria sia inopportuna e rimanga inascoltata. Potremmo dire che, una volta chiariti i ruoli, Gesù è pronto per dare inizio all’opera messianica.

“Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (v. 5). La risposta che Maria dà al gentile rimprovero del Figlio non fa altro che confermare l’immagine che di lei emerge anche negli altri vangeli, ovvero quella di una donna totalmente orientata all’adempimento fedele della parola di Dio. Nel vangelo di Giovanni, Maria è la prima persona che incarna perfettamente la disposizione d’animo da assumere nei confronti di Gesù, e cioè un ascolto docile e obbediente. Assumendo un tale atteggiamento, Maria innesca tutta la serie di eventi che, provocando il miracolo, conducono alla manifestazione della gloria di Gesù e alla nascita della fede nel cuore dei discepoli.

“Vi erano là sei anfore di pietra” (v. 6). A questo punto l’evangelista segnala la presenza, in quel luogo, di sei anfore di pietra, destinate ad accogliere l’acqua per i riti di purificazione praticati dai giudei. Il simbolismo è evidente: le sei anfore di pietra indicano l’insufficienza (il numero 6) della Legge mosaica (le anfore vuote) a esprimere pienamente l’esperienza della grazia e della salvezza. Secondo l’indicazione della madre, i servi attendono l’ordine di Gesù, che puntualmente arriva: Gesù li invita a riempire le anfore con dell’acqua e poi ad attingere per portarne al maestro di tavola. Gesù sembra voler dire che ora la purificazione non dipende più dalla Legge antica, ma dalla sua parola: la costatazione del maestro di tavola confermerà questa sorprendente novità.

“Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece (rivolto allo sposo) hai tenuto da parte il vino buono finora” (v. 10). Il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino non viene descritto e il maestro di tavola ne sancisce inconsapevolmente la bontà. Per quanto il miracolo sia sorprendente e la qualità del vino sia insolitamente ottima, siamo solo agli inizi della missione di Gesù. Si tratta perciò di un momento importante, che però è preludio a esperienze di grazia ancora più grandi, come il lettore stesso potrà constatare proseguendo la lettura del quarto vangelo.

“Questo a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui” (v. 11). Con questo miracolo Gesù manifesta la sua “gloria” divina, la sua identità di Figlio di Dio, e anche il sorgere della fede nel cuore dei discepoli. La figura di Maria insegna che per “fede” si deve anzitutto intendere l’adesione incondizionata alla parola del Figlio. E’ proprio sullo sfondo di tale fede che Gesù inaugura il cammino che culminerà nell’”ora” della suprema rivelazione sul Golgota: lo splendore glorioso di Dio è lo splendore dell’amore, l’inaudita potenza dell’amore che resta fedele fino al completo dono di sé.                                

Bibliografia consultata: Gennari, 2019.


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