Giovedì 20 Giugno 2019 ore 01:03
DIN DON DAN
Religione, fu annoverato tra gli empi
di Il capocordata
Il capocordata

L’evangelista Luca ci presenta l’evento della passione di Gesù (Lc. 22 e 23) come la prova suprema che attesta la sua innocenza: Gesù è il giusto riconosciuto nella propria integrità nel momento stesso in cui gli eventi sembrerebbero smentirla. “E fu annoverato tra gli empi” (22, 37): così Gesù interpreta il proprio destino, secondo le parole della Scrittura (Is. 53, 12). Egli sarà trattato al pari di un malfattore: più lo si dichiarerà ingiustamente colpevole, tanto più emergerà la sua innocenza e la sua conformazione al Servo del Signore, che gode della predilezione divina.

Davanti al sinedrio, un processo legittimo (22, 66-71)

Il procedimento giudiziario contro Gesù si svolge in modo legale: non si tiene nella casa privata del sommo sacerdote e nel cuore della notte, ma il giorno successivo e nel sinedrio, davanti all’assemblea plenaria dei capi d’Israele. Quando gli domandano se egli sia realmente il Figlio di Dio, Gesù ribatte: “Voi stessi dite che io lo sono” (v. 70). Dalla loro stessa bocca, prima ancora che da quella di Gesù, è dunque uscita la verità sul suo conto. Luca trasforma la comparizione davanti al sinedrio in una attestazione paradossale, da parte di chi nega, la messianicità di Gesù, promuovendo una autenticazione indiretta e involontaria della sua identità. Gesù è trattato da malfattore, perché la sua vera identità è stata riconosciuta e respinta: come tutti i profeti che l’hanno preceduto, anche lui è stato rifiutato a causa dell’indurimento d’Israele.

Prima comparizione davanti a Pilato ( 23, 1-5)

Davanti a Pilato il dibattito si porta a un livello politico: Gesù è accusato di essere un rivoltoso, di non pagare le imposte e di proclamarsi il Cristo re. Ma Pilato riconosce davanti a tutta l’assemblea dei capi del popolo che le accuse avanzate per condannare Gesù sono false. Anzi, afferma che Gesù è un uomo giusto e che egli è realmente il Cristo re: “Non trovo alcuna colpa in quest’uomo!” (v. 4).

Davanti a Erode (23, 6-12)

Saputo che Gesù appartiene alla giurisdizione di Erode, Pilato glielo invia, mentre quegli si trova a Gerusalemme. Erode non emette una sentenza, ma, dopo averlo trattato come un re da burla, lo rimanda a Pilato. Già da questo si può dedurre un giudizio di non colpevolezza, come Pilato stesso fa capire all’assemblea dei giudei radunata al suo cospetto. Gesù è legalmente innocente eppure è trattato come un malfattore.

Di nuovo dinanzi a Pilato (23, 13-25)

Alla luce del trattamento riservato da Erode a Gesù, egli continua a giudicare infondate le accuse avanzate contro di lui: nell’adempiere il suo compito di giudice, Pilato funge da testimone a favore di Gesù, comprovandone l’innocenza davanti ai giudei. Costoro, al contrario, agendo da accusatori, si smascherano come colpevoli, contraddicendosi.

Ciò emerge soprattutto attraverso la loro spontanea richiesta che, al posto di Gesù, venga liberato un assassino: l’iniziativa della liberazione di Barabba è dei giudei. Pur di condannare un innocente, si reclama arbitrariamente la libertà di un conclamato rivoluzionario e omicida. Chiedendo il rilascio di un vero malfattore, contraddittoriamente, si trascurano in lui quegli stessi crimini per cui Gesù è accusato. A chiedere a gran voce la morte di Gesù non sono solo i capi dei sacerdoti, ma anche il popolo. Indirettamente, si smaschera la falsità delle accuse contro Gesù: se egli fosse realmente un sobillatore del popolo, ciò che sostengono i giudei, come potrebbe questo rivoltarglisi contro?

Ai piedi della croce (23, 26-49)

Gli episodi ai piedi della croce costituiscono l’ultima prova della giustizia di Gesù: attraverso di essa gli spettatori sono condotti a riconoscere definitivamente la sua innocenza. La folla per ben due volte si percuote il petto e innalza lamenti su di lui, riconoscendosi in tal modo colpevole ai piedi della croce, per averlo prima osannato e poi messo a morte. Denunciando la propria colpevolezza, indirettamente le folle confessano che Gesù è morto ingiustamente.

Morendo tra due malfattori (vv. 32-33), Gesù compie la sua profezia: realmente egli è stato annoverato tra gli empi. Anche la scritta dileggiatoria (INRI) sopra la croce rappresenta un’indiretta conferma dell’identità di Gesù, attestante la sua regalità (v. 38). Anche il “buon ladrone” conferma che egli “non ha fatto nulla di male”, a differenza dei due malfattori crocifissi con lui, che giustamente ricevono ciò che meritano (v. 41).

Nel momento in cui le tenebre si abbattono sulla terra per tre ore (v. 44), la croce permette agli occhi di aprirsi e di riconoscere in Gesù crocifisso la giustizia di Dio. Gesù morto si offre alla contemplazione (v. 48) e al riconoscimento di tutti. Le parole del centurione costituiscono il vertice di tale riconoscimento: “Veramente quest’uomo era giusto!” (v. 47).

Il percorso narrativo predisposto da Luca per raccontarci la passione dal suo punto di vista concorre al riconoscimento di Gesù quale giusto sofferente: è così che, per molteplici vie, è dichiarata la sua giustizia che ci salva e ci libera dall’ingiustizia del peccato.            

Bibliografia consultata: Rossi, 2019.


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