Martedì 18 Giugno 2019 ore 12:44
DIN DON DAN
Religione, sapevano che era il Signore
di Il capocordata
Il capocordata

E’ paradossale che i discepoli tornino a un’occupazione feriale come la pesca (Gv. 21, 1-19), dopo aver ricevuto dal Risorto il mandato missionario nel giorno di Pasqua. L’uscire per la pesca, al contrario, manifesta, per via simbolica, il desiderio di Pietro di adempiere la missione affidatagli da Gesù. L’iniziativa dei sette discepoli si rivela, tuttavia, fallimentare: “ma quella notte non presero nulla “ (v. 6). Nell’iniziativa di Pietro di uscire per la pesca si scorge tutto il protagonismo dei discepoli che tentano, in autonomia, di ottenere il frutto della missione. Sembra che abbiano dimenticato le parole di Gesù durante la cena: “Senza di me non potete far nulla”. Solo chi rimane in lui e opera in sinergia con lui porta molto frutto.

“Una grande quantità di pesci” (v. 6)

Nel passaggio dalla notte all’alba giunge il Risorto e rilancia le sorti della pesca. Intavola un dialogo con i discepoli e dà un ordine “illogico” (si pesca di notte!): “Gettate la rete dalla parte destra della barca!” (v. 6). I discepoli non lo riconoscono, ma si fidano della sua parola ed eseguono il comando con un’obbedienza incondizionata. Il risultato è una pesca portentosa. Solo allora Gesù viene riconosciuto come “il Signore” (v. 7). Il discepolo amato, col suo sguardo penetrante, è il primo a rendersi conto della sua presenza; egli attiva il riconoscimento entusiasta di Pietro che si precipita a riva, gettandosi in acqua, e quello più composto degli altri discepoli che cercano di riportare a riva il pesce.

Il motivo delle reti è centrale nel racconto: prima si dice che i discepoli non sono in grado di “tirarle” in barca, a causa del gran numero di pesci; poi che le “trascinano” a riva; infine, che Pietro le “tira” a terra fino a Gesù, piene di 153 grossi pesci. A partire dalla Pasqua, il Risorto è il centro d’attrazione verso cui tutto converge. In obbedienza alla parola di Gesù anche i discepoli divengono capaci di attrattiva: Pietro riesce a sollevare la rete, trascinandola verso Gesù senza lacerarla. La rete, piena di pesci, resta integra come la tunica di Gesù che non è stata lacerata dai soldati sotto la croce. Gesù ha attraversato la morte ed è rimasto integro; così tutto ciò che converge verso di lui. Corpo ecclesiale, la rete piena di pesci, e corpo di Cristo partecipano della medesima integrità: sono una cosa sola.

“Venite a mangiare?” (v. 12)

Quando il pesce è pronto per essere consumato, non appena la rete giunge a terra, si scopre sorprendentemente che Gesù ha già preparato un pasto. La pesca compiuta dai discepoli tuttavia non è inutile, perché il pasto che Gesù ha in mente si deve preparare con il loro concorso: “Portate un po’ del pesce che avete preso ora” (v. 10). L’esito della missione converge nel pasto preparato da Gesù. Egli si rivela come colui che dà da mangiare ai discepoli, assumendo anche il cibo che essi sono riusciti a pescare sulla sua parola. Questa sinergia evoca con forza quella di ogni celebrazione eucaristica. Nel tempo dalla risurrezione alla parusia (venuta finale del Cristo) il Risorto continua a venire in mezzo ai suoi, rendendosi presente in questo pasto che edifica la Chiesa nell’unità. L’eucaristia è dunque il luogo in cui il Risorto attira a sé tutti gli uomini e verso cui converge il lavoro dei discepoli.

“Mi ami tu?” (vv. 15.16.17)

Al racconto della pesca segue un dialogo tra Gesù e Pietro in cui emerge il compito ecclesiale e la sorte finale di quest’ultimo. Per tre volte Gesù chiede a Pietro se lo ami e per tre volte risuona l’invito di Gesù a pascere i suoi agnelli. La triplice domanda d’amore evoca il triplice tradimento di Pietro nel cortile della casa del sommo sacerdote. Il discepolo che ha negato il proprio discepolato si confronta ora con l’essenza del discepolato: l’amore.

E’ interessante notare che la domanda di Gesù subisce una riformulazione. Per due volte il Risorto chiede a Pietro: “Mi ami”; e quegli risponde: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. La terza volta mostra una sorta di condiscendenza nei confronti dell’affetto limitato del discepoli e gli chiede più modestamente: “Mi vuoi bene?” (philéo). Sembra che il Maestro, alla fine, “si accontenti” di un affetto che non è ancora giunto alla gradazione dell’amore (agapào).

“Seguimi” (v. 19)

Dopo la terza domanda si apre uno squarcio sull’interiorità del discepolo: egli si rattrista che per la terza volta gli sia posta la medesima richiesta. E’ l’attestazione indiretta che l’interrogatorio di Gesù sortisce l’effetto sperato, riportando Pietro alla memoria del suo fallimentare tentativo di sequela durante la passione. Egli ha voluto tenacemente seguire Gesù, ma l’ha tradito. E’ a questo punto, quando Pietro riconosce in modo disarmato la propria fragilità, che si dischiude per lui lo spazio del discepolato più autentico a Gesù può dirgli: “seguimi”.

Nella sua ultima risposta Pietro si abbandona definitivamente all’amore del Risorto e, quasi mosso a compunzione, rimette al suo giudizio la misura del proprio amore: “Signore, tu conosci tutto: tu sai che ti voglio bene” (v. 17). Come a dire: mi rimetto a te e alla forza del tuo amore, perché riconosco la fragilità del mio. A questo punto Pietro è pronto per la sequela e per assumere un ruolo guida del gregge. E’ in forza dell’amore di Gesù che ora può esercitare il suo primato pastorale e amare fino al dono totale di sé, compiendo ciò che prima aveva maldestramente tentato di fare con le sue forze. Insieme agli altri discepoli, ora, può tirare le reti della Chiesa sino a Gesù.                                                                                                                                        

Bibliografia consultata: Rossi, 2019.


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