Mercoledì 18 Settembre 2019 ore 19:51
Religione, Dio comunità d'amore
di Il capocordata
Il capocordata

Il brano biblico (Gv. 16, 12-15) scelto per la festa della SS.ma Trinità è tratto dal discorso di addio che Gesù pronuncia nell’ultima cena. A questo punto del discorso Gesù, pienamente consapevole di quanto accadrà di lì a poco, ha già parlato ai discepoli delle difficoltà e delle sofferenze che essi incontreranno lungo il cammino, cosicché dopo, quando tutto si sarà compiuto, essi potranno ricordarsi delle parole del Maestro, che contengono una verità tanto grande quanto dura da accettare: l’”ora” del Maestro, cioè la sua morte, potrà sembrare una penosa sconfitta agli occhi dei discepoli, mentre l’ora dei nemici apparirà come una vittoria schiacciante. I discepoli però non dovranno perdersi d’animo, perché la morte di Gesù decreterà la vittoria di Dio e la sconfitta dei seguaci del “principe di questo mondo”.

Il tempo di Gesù e il tempo della Chiesa

Gesù distingue fra il suo tempo e il tempo della Chiesa: “quando verrà lui, lo Spirito della verità” (v. 13). Lo Spirito non darà una nuova rivelazione, ma farà in modo che la rivelazione di Gesù venga interiorizzata e conosciuta in pienezza, una volta superato lo scandalo della croce. Il problema è legato alla fragilità dei discepoli nel cogliere fino in fondo le implicazioni del messaggio e della testimonianza di Gesù, che presto troveranno compimento nella sua morte in croce. Lo Spirito dunque non aggiungerà nulla di nuovo alla parola di Gesù, ma consentirà ai discepoli di conoscere ancora più in pienezza la parola “che è” Gesù. Lo Spirito avrà il compito di aiutare i credenti a cogliere la portata teologica del mistero pasquale, rendendolo perennemente attuale. Questo è il motivo per cui Gesù parla del Paraclito come dello “Spirito di verità”, e la verità è l’evento Gesù.

E lo Spirito guiderà i discepoli “alla verità tutta intera”, dove sembra affermare che la verità di Gesù non può mai essere “posseduta” una volta per tutte, ma va costantemente interiorizzata, sotto l’indispensabile guida dello Spirito Paraclito. “La progressività nella verità è qualitativa, non quantitativa: non un progressivo accumulo di conoscenze, ma un progressivo viaggio verso il centro, dall’esterno all’interno, dalla periferia al centro” (Maggioni) .

Radicati nell’amore e nella conoscenza di Dio

I discepoli sono invitati a mantenersi saldamente radicati nell’amore e nella conoscenza di Dio, così da partecipare pienamente alla vita divina che fluisce come linfa vitale per mezzo dello Spirito nella loro esistenza. Qui non si parla di un amore e di una conoscenza astratti, ma dell’intima relazione che lega Dio e l’uomo in virtù del dono dello Spirito. Tale vincolo di comunione rende l’uomo figlio di Dio, immergendolo nel mistero della Trinità che Gesù ha voluto rivelare al mondo.

L’azione dello Spirito nell’uomo conferma pertanto la gratuità e la fedeltà dell’amore del Padre, che Gesù ha vissuto durante la sua esistenza terrena, fino alla fine. Chiunque accoglie la testimonianza di Gesù, che lo Spirito Santo fa risuonare nel cuore degli uomini, può sperimentare il dono della figliolanza divina. Gesù dichiara apertamente che tutto ciò che appartiene al Padre appartiene anche a lui, a testimonianza dell’intima e perfetta comunione che sussiste tra loro. Il Paraclito esprime dunque nella sua persona il legame inscindibile che unisce il Padre e il Figlio, coinvolgendo l’umanità nella comunione dell’amore trinitario.

Lo Spirito, operando nel cuore di coloro che lo accolgono, darà ai discepoli la possibilità di una nuova intelligenza della salvezza donata da Gesù, consentendo di cogliere in profondità (intelligenza: intus-legere) il senso degli eventi e di comprenderne il significato alla luce dell’evento pasquale. Ecco perché Gesù afferma che lo Spirito “annuncerà le cose future” (v. 13): lo Spirito non aggiungerà nuove conoscenze, ma permetterà una nuova comprensione della storia alla luce del mistero della Pasqua. Questo è il motivo per cui la tradizione, tra i sette doni dello Spirito Santo, annovera l’intelletto (legato alla comprensione profonda del mistero di Dio) e la sapienza (ovvero il gusto interiore delle cose di Dio), carismi indispensabili per consolidare la fede, la speranza e la carità dei credenti in Cristo.

Nel celebrare il mistero del Dio Trinitario, una delle verità principale della nostra fede, si vuole mettere in evidenza l’importanza da dare al nostro semplice gesto quotidiano del “segno della croce”. Se lo si saprà fare con le giuste modalità, si onorerà il Signore con semplicità e profondità. La mano si alza verso la fronte e le labbra pronunciano: “Nel nome del Padre”. In questo modo viene espresso il primato del Padre: tutto ha origine in lui e da lui. La mano si abbassa verso il petto e le labbra affermano: “e del Figlio”. Il riferimento all’incarnazione (discese dal cielo..) è evidente. Dal Padre il Figlio viene donato a questa nostra umanità, e il Figlio discende dal cielo e si lega a solidarietà eterna con noi.

La mano ora tocca le due spalle, mentre pronunciamo: “e dello Spirito Santo”. Le spalle simboleggiano la forza dello Spirito Santo, forza messa in atto nella creazione, forza operante la nostra salvezza, come potenza inesauribile d’amore. Di quell’amore totale e giustificante parla il segno della croce che in questo modo abbiamo disegnato su noi stessi. Le mani tornano al centro del petto e accompagnano “l’Amen”: viene così proclamata la nostra adesione personale di fede, l’unità del mistero dei Tre che sono una unica realtà divina, e la presenza viva del Risorto che, secondo la promessa, viene dai suoi quando sono riuniti nel suo nome.                   

Bibliografia consultata: Gennari, 2019; Biscontin, 2019.


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