Martedì 17 Settembre 2019 ore 06:56
Religione, "Sforzatevi di entrare per la porta stretta"
di Il capocordata
Il capocordata

Gesù, in cammino verso Gerusalemme, rivolge insegnamenti ai discepoli e alle folle (Lc. 13, 22-30). Il Maestro pronuncia una serie di ammonimenti assai severi: coloro che si salvano sono pochi e la porta per entrare nel Regno tanto desiderato sarà stretta. Con questi severi ammonimenti Gesù intende mettere in guardia dal pericolo di una vita superficiale e distratta, che minaccia pericolosamente la salvezza dell’uomo.

“Un tale gli chiese: Signore, sono pochi quelli che si salvano?” (v. 23). La questione sollevata dall’anonimo interlocutore era di grande attualità presso le diverse scuole dei “rabbi” dell’epoca e rifletteva una preoccupazione condivisa da molti credenti in Israele. Gesù risponde: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti cercheranno di  entrare ma non ci riusciranno” (v. 24). Se nella domanda “quel tale” aveva chiesto se erano “pochi” quelli che si salvano, Gesù sembra rispondere positivamente, affermando che sono “molti” quelli che si perdono. Tuttavia non è ancora tutto irrimediabilmente perduto. Gesù invita coloro che l’ascoltano a “sforzarsi” di entrare per la porta stretta. Il termine qui impiegato (agonizomai) è il verbo della lotta e del combattimento. L’espressione di Gesù potrebbe quindi essere tradotta: lottate per entrare attraverso la porta stretta.

Ma in che senso la vita del discepolo è una lotta? L’immagine usata da Gesù presuppone anzitutto un avversario, il diavolo, il nemico per eccellenza della fede, colui che cerca di impedire alla Parola della salvezza di mettere radici nel cuore dell’uomo. La vita cristiana richiede perciò un buon allenamento, che per i discepoli corrisponde alla formazione ricevuta durante il cammino con Gesù verso Gerusalemme, mentre per i credenti delle generazioni successive si realizzerà alla scuola del Vangelo.

Inoltre, lottare significa assumere un atteggiamento di fermezza e perseveranza, sul modello di Gesù, che affrontò l’agonia (il termine è sempre lo stesso) senza soccombere sotto il peso della sofferenza e della paura. Non basta dunque desiderare la salvezza, ma bisogna anche faticare per conquistarla, ben consapevoli che la fatica implica una lotta non semplicemente contro la fragilità strutturale dell’uomo, ma anche contro un nemico che, attraverso diverse tecniche, cerca in tutti i modi di distogliere “dall’unum necessarium” indispensabile per la salvezza: l’ascolto obbediente della sua Parola.

Un commento specifico merita anche l’immagine della “porta stretta”

Nelle città fortificate dell’antichità, accanto alla porta principale, che veniva chiusa al tramonto, c’era una piccola apertura accessibile a una persona alla volta, riservata a coloro che rientravano quando ormai era calata la notte o che dovevano transitarvi per delle urgenze. L’affermazione di Gesù lascia intendere che ormai la fine è vicina e che pertanto occorre approfittare dell’ultima possibilità utile per non ritrovarsi esclusi dalla salvezza.

“Ma egli vi dichiarerà: Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!” (v. 27). Ormai, sembra dire Gesù, è tardi e non è più sufficiente rivolgersi al Signore dicendo: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze” (v. 26). Non basta condividere la mensa di Gesù, se poi non si entra in relazione di intima comunione con la sua persona; non basta ascoltare la sua Parola, se poi non ci si converte e si cambia vita.

L’esito infelice della parabola suona come una sorta di condanna anticipata nei confronti di coloro che non hanno prestato ascolto alla predicazione e agli insegnamenti del Maestro, trasformandosi così in un severo ammonimento, rivolto a chiunque ascolti la sua Parola in maniera superficiale e distratta. La punizione è tremenda: “là ci sarà pianto e stridore di denti” (v. 28). I rigettati verranno dunque consumati dal dolore e dalla rabbia, non solo a motivo del rifiuto incassato, ma anche perché sarà comunque loro concesso di contemplare, da una distanza incolmabile, la beatitudine di coloro che misero la propria esistenza a disposizione della volontà di Dio, e cioè i patriarchi e tutti i profeti. Ancora una volta non dobbiamo ignorare la funzione pedagogica della severità dell’immagine utilizzata da Gesù: se da un lato le parole del Maestro suonano come una minaccia, dall’altro esse mirano a scuotere l’animo di chi le ascolta, affinché si ravveda e si converta.

Alla luce di tali insegnamenti, Gesù può concludere che l’accesso alla salvezza non dipende dalla discendenza da un popolo, fosse anche il popolo eletto, ma dall’ascolto della Parola e dall’adesione alla sua persona: “verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio” (v. 29). Infatti, “vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi” (v. 30). L’affermazione di Gesù serve da avvertimento nei confronti di quei cristiani che presumono di essere i primi e indica che nulla deve essere dato per scontato e che non basta essere ebrei o cristiani per ritenersi a posto davanti a Dio, se non si è vissuto fino in fondo il combattimento della fede.

Non una salvezza, dunque, che arriva a pioggia. Non una felicità raggiungibile a poco prezzo. Un’offerta di grazia che accoglie solo chi è determinato e pronto a sacrificare qualsiasi cosa pur di poterla aver in dono, costruendo un profondo rapporto con Gesù che diventa il cuore e l’anima della nostra esistenza.                                                                                                          

Bibliografia consultata: Gennari, 2019; Laurita, 2019.           

 


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