Venerdì 18 Ottobre 2019 ore 17:57
VINCITORE DEL PREMIO VIAREGGIO
Emanuele Trevi: "Lo scrittore deve trovare il modo di sedurre il lettore..."
Non si vorrebbe perdere una sola parola di Emanuele Trevi, straordinario scrittore e critico letterario

Non si vorrebbe perdere una sola parola di Emanuele Trevi, straordinario scrittore e critico letterario, per quello che Marcel Proust scriveva in Dalla Parte di Swann: "Non potevo staccarmi dal suo romanzo che stavo leggendo, ma credevo che a interessarmi fosse solo il soggetto, come quando, nei primi momenti dell’amore, si va ogni giorno a cercare una donna a qualche riunione, a qualche intrattenimento dai cui piaceri ci si crede attratti. Poi mi accorsi delle espressioni rare che egli amava impiegare in particolari momenti nei quali un fiotto segreto d’armonia, un preludio interiore giungeva a sollevare il suo stile; ed era proprio in quei momenti che egli si metteva a parlare del ‘’vano sogno della vita’’[…]

L’impressione di trovarsi davanti a squarci di verità apodittiche è la sensazione che si ha durante e dopo la lettura del suo ultimo romanzo, Sogni e Favole ( Ponte alle Grazie editore) in cui Trevi racconta attraverso una passeggiata notturna in centro a Roma gli anni della sua formazione giovanile evocando i ricordi, e magari anche gli spettri, che lo legano a  tre grandi personalità che hanno cambiato il corso della sua vita: il fotografo Arturo Patten, la poetessa Amelia Rosselli e lo scrittore e saggista Cesare Garboli.

Sul secondo posto al Premio Strega nel 2012 ci dice: "Sarò sempre un secondo e mi va bene. Sono come quei bravi tennisti alla Andy Murray che però non fanno la storia come Federer". La verità è tutta un’altra e lo sanno bene i critici, i colleghi scrittori e i lettori forti che hanno giudicato "Sogni e favole" il migliore libro degli ultimi mesi nella classifica di qualità dei libri, riferita a testi usciti tra il primo ottobre 2018 e il 31 gennaio 2019, recentemente stilata.

Cela i pensieri e un po’ di malinconia, velata negli occhi, con l’urbanità e il sorriso con i quali arriva all’intervista e condivide acqua e caffè. Talvolta sembra che rimanga vagamente assente, solo per qualche istante, forse si annoia, una frazione di secondo, mentre rispondiamo alle domande che ci fa, d’altronde è pur sempre uno scrittore e dunque curioso delle persone che vede per la prima volta, anche se l’intervistato è lui.

Interessato ai volti, che secondo Trevi si deformano sempre, come gli ha insegnato Arturo Patten, il grande fotografo ritrattista di anime, amico e protagonista del suo ultimo libro, ci dice: ‘’Il volto a seconda che si voglia sedurre il nostro interlocutore o no, oppure se lo temiamo, nella misura in cui siamo comunque in contatto con l’altro da noi, cambia, si deforma  e perdiamo sempre più noi stessi’’. Trevi, in un mondo di scrittori egocentrici e incapaci di ascoltare, è immediato, ha la dote di entrare in contatto con degli sconosciuti che lo intervistano per la prima volta. Dalla copertina di Sogni e Favole, un’opera fotografica di Giosetta Fioroni, che presumibilmente ritrae la casa di Cesare Garboli raccontata da Trevi nel libro,  alle parole di Trevi è tutta una scoperta che al lettore si manifesterà non appena entrerà in possesso del libro: ‘’Nessuno è in grado di sostenere la verità, solo nel nostro riparo di finzioni l’esistenza è tollerabile se non sempre felice, fin da piccoli è proprio a questo che veniamo educati, a immaginarci, a costruire una versione narrativa di noi stessi che ci preservi dalla disperazione e dalla follia sempre in agguato". (Sogni e favole, Emanuele Trevi - Ponte alle Grazie).

"Io sono la persona meno indicata a parlare di romanzi, perché nei miei non succede mai nulla, ma tutti sono convinti che nel romanzo propriamente detto debba succedere qualcosa di grandioso, inaspettato. Nei miei romanzi accade, certo, qualcosa, ma è sempre uno sviluppo   interiore". Trevi è uno scrittore che potrebbe ispirare a sua volta una biografia da icona rock, appassionato di David Bowie e di musica rock, due divorzi alle spalle, uno dei quali con la nota collega Chiara Gamberale, e una fidanzata, un’attrice franco-egiziana che lo ha lasciato quando vivevano a Parigi. Si definisce "l’ex ideale" ed è lontano, almeno apparentemente, dall’immagine dello scrittore cupo e depresso che da lettori ci eravamo fatti di lui.

Sulla scrittura ci confessa: "Lo scrittore deve trovare il modo di sedurre il lettore, è un‘opera di seduzione la scrittura, poi cosa ne farà il lettore di quella seduzione, dell’essere sedotto, neanche l’autore lo sa".

Sogni e favole è un romanzo, un’autobiografia e anche un ritratto di tre grandi personalità che tu hai conosciuto e che ti hanno formato. Come lo definiresti?

L’editore scrive ‘’romanzo’’ ed è una scelta rispettabile, perché per romanzo intendiamo qualunque cosa si scriva in prosa e abbia un certo andamento narrativo. Però mi piace la parola che hai scelto ‘’ritratto’’, perché è quello che faccio in questo libro. Sogni e favole è un omaggio a due grandi ritrattisti: Arturo Patten e Cesare Garboli che hanno fatto ritratti con due mezzi diversi. Il primo era un grande fotografo californiano che ha vissuto tra Parigi e Roma e aveva sviluppato la sua tecnica fotografica a confronto con i grandi maestri del Rinascimento italiano. Aveva appreso la sua tecnica da un’altra arte, la pittura, che finge la luce, e l’aveva utilizzata nella sua arte che invece utilizza una luce reale. Cesare Garboli invece faceva, come me, dei ritratti con le parole.

Come si fa un ritratto con le parole?

Tu vedi un quadro e una foto e questi sortiscono sensazioni istantanee, il linguaggio si sviluppa nel tempo. Per questo ti stavo scattando una fotografia, io non sono un fotografo, però mi piacciono le persone e cerco di inquadrarle nel loro aspetto, nella loro bellezza intrinseca. Se ci pensi, anche quando ci innamoriamo, il numero di parole per descrivere il volto umano, la maniera di essere che fa sì che ognuno di noi sia unico, irriducibile agli altri, è scarso. La nostra lingua è povera: occhi, naso, bocca, bello brutto, rispetto alla enorme varietà del genere umano. Quindi devi sforzarti a far capire al lettore perché quella persona è diversa da tutti gli altri.

Secondo quanto scrivi, Arturo Patten aveva la capacità di portare i soggetti che fotografava più in prossimità della loro autenticità, al di fuori della maschera sociale che ciascuno di noi indossa, di quanto non facessero loro stessi, è così?

Il nucleo del mio racconto è un po’ in questo. Noi viviamo nella società, abbiamo bisogno degli altri, ma gli altri ci deformano costantemente, perché abbiamo paura, perché tentiamo di sedurli, non siamo mai tranquilli. Arturo diceva che nessuno si assomiglia e la persona che meno si assomiglia siamo proprio noi stessi. Facendo queste foto, Arturo costruiva una strada fatta di luci di ombre e anche di tanta pazienza di ascoltare la persona che finalmente si scoccia e cade nell’essere lui stesso. Da ragazzino io stavo lì a guardare queste sedute fotografiche, lui mi diceva che la gente del popolo è più rapida, arriva a se stessa in meno tempo. Al contrario, l’intellettuale è tremendo, prima che lo fai uscire dal suo ruolo di scrittore, dalla sua seduttività, dalla sua disperazione, dalla sua voglia di piacere a tutti i costi, ci impieghi un tempo infinito. Alcuni li provocava e li faceva arrabbiare di proposito, in modo da poter catturare quella rabbia. Con me si infuriava, perché cercavo di piacergli e lui era un alfiere dell’autenticità. Dallo studio fotografico possiamo estendere queste modalità al mondo, a tutti gli esseri umani.  Noi tutti abbiamo una dose di autenticità e una dose di recita che vanno equilibrate per la nostra felicità.

Roma non è solo mero scenario nel tuo libro e però non ne celebri soltanto la bellezza, ma anche gli angoli che tu definisci bui e sordidi e la paragoni per certi aspetti di disperazione a San Pietroburgo, perché?

La disperazione di San Pietroburgo è più fiera rispetto a quella di Roma. Faccio un esempio di comparazione tra un luogo particolarmente buio, un po’ opprimente del centro storico di Roma, che è via dei Cappellari, una via molto umida e oscura, e un luogo che è il quartiere dove è ambientato Delitto e Castigo e che è un quartiere opprimente, frequentato da tossici, una zona disperata. Roma,  infatti, nel mio libro  non è mai mero scenario, se  lo fosse lo butterei via, che cosa mi importa di ambientare un racconto? Ci sono dei racconti bellissimi che non sono ambientati, basti pensare allo scrittore moderno che ammiro di più: Kafka non ambienta le storie. Se lo ambiento è perché per me la memoria funziona così: io cammino per Roma e quindi esercito la memoria dentro un’attività che fa parte sia del fisico ma anche dello spirito. È un’idea di esistere fino a dove si è riusciti a camminare e quindi anche un’idea del tempo, con l’età certe possibilità si restringono. Il paesaggio che crei con la camminata forse diventa più intimo, forse più intenso, non è più quello giovanile che è quasi una conquista del mondo che non ha limite. Quindi in Sogni e favole in innumerevoli passeggiate ne fingo una, è un vecchio trucco letterario, come Joyce nell’Ulisse dispiega in un solo giorno tutto lo scenario dell’avventura del suo eroe. Questo giorno per me, il 30 dicembre, è una specie di giorno della memoria in cui vago per Roma. Uno di quei giorni tra Natale e Capodanno dove tutto sembra un po’ sospeso, meno traffico, poi le luci natalizie che già il giorno dopo Natale sono tristi e io farei una legge in cui si vieta di tenerle dopo Natale

Sogni e Favole è una poesia di Metastasio che Cesare Garboli ti segnalò durante una conversazione, nasce tutto da lì?

Sì, Garboli mi segnalò questa poesia del 1733, una poesia sull’illusione teatrale, l’illusione artistica, sulla capacità che ha l’artista di commuoversi sulle sue stesse fantasie. Poi mi disse che avrebbe voluto scrivere un libro su questa poesia ma era troppo vecchio e mi chiese se potessi farlo io. Quindi dopo tanti anni ho scritto questo libro che non è quello che mi chiese Garboli, però è un po’ come se fosse una seduta spiritica, perché lo evoco, lo racconto, è un libro che sento mio, ma è nato per interposta persona, un maestro, un amico, che dice a un suo allievo giovane: ‘’Porta a termine questo lavoro, questo pensiero’’. Poi, come confesso nel libro, non ricordo bene nemmeno come mi aveva detto di scriverlo.  Mentre lo facevo mi sono fatto anche quel genere di domande ancora più da seduta spiritica: ‘’Che cosa avrebbe fatto lui?’’ Questo libro ha quindi anche un vincolo con una specie di ‘’trasmissione’’.

Che difficoltà hai rintracciato?

Scrivere di Metastasio, come pure di altri grandi scrittori italiani del passato, è difficile perché è complicato  rivitalizzarli. Mi è capitato anche con il mio libro ‘’Il popolo di legno’’, in cui affrontavo il Pinocchio di Collodi. La nostra tradizione letteraria è fatta di scrittori e poeti italiani che traduciamo in italiano moderno, è stato fatto con Leopardi, Boccaccio, Machiavelli, perché la lingua dei classici è molto cambiata, purtroppo la scuola non può fare niente, l’evoluzione della lingua è come un mare. Ma mentre gli inglesi capiscono Shakespeare in maniera completa, possono avere il problema di una singola parola desueta, noi siamo totalmente separati da ciò che ci precede. Sembra proprio un’altra lingua, sembra il latino.

Chi era Amelia Rosselli?

Forse la più grande personalità poetica del secondo Novecento italiano, ma quanta gente legge libri di poesia? Poi quelli di Amelia Rosselli sono alquanto impervi, tanto per usare un eufemismo. Però la gente di questo quartiere nei pressi di piazza Navona dove ha vissuto Amelia Rosselli aveva una percezione di certe personalità come lei e io nel libro scrivo la frase di un cameriere della pizzeria davanti casa di Amelia che la vide passare e che mi colpì moltissimo. Ero un ragazzino e stavo facendo chiasso assieme ad altri coetanei e il cameriere mentre la vide passare ci zittì tutti e ci disse: ‘’Quella è una poetessa, è un’anima in pena’’, non che avesse letto i suoi versi, figuriamoci, ma così era quando Amelia andava a fare la spesa e tutti le riempivano le tasche di soldi, le persone la sostenevano, le erano intorno. Nel suo palazzo era circondata da amore e soprattutto dall’amore di tante donne che si occupavano di lei che la controllavano che non si facesse del male come invece purtroppo accadde. Era una persona buona. Se la vita è una scacchiera, lei era un alfiere, una torre, una regina, questo la rendeva quasi un soggetto sovrannaturale

Ho letto che hai sofferto di depressione

È qualcosa che ritorna nella mia vita, è una malattia ciclica, ma sono sempre più convinto che basta trovare un bravo medico e il farmaco giusto e puoi stare bene. Un anno fa, intorno all’inizio dell’autunno, c’era ancora il sole, ero a Capri e vedevo dalla finestra questo panorama bellissimo, all’improvviso ho sentito che non sentivo niente, non avevo voglia di andare a cena, di mangiare cose buone, non mi interessava vedere quei posti splendidi. Stava salendo dentro di me, la avverto quando comincia a riaffiorare e allora però ormai so cosa fare.

E oggi come stai?

Sto bene e ho avuto una vita buona, di cui non mi lamento, tra relazioni finite e altri problemi che hanno un po’ tutti. Adesso che sento di stare invecchiando so che mi manca il tempo, ho la stessa età che aveva Arturo quando è morto. Il tempo è l’unica cosa che abbiamo e lo perdiamo sempre dietro a cose futili.

 


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