Lunedì 09 Dicembre 2019 ore 10:59
PARAOCCHI UE
IVA maxi sui beni di lusso: è vietato anche parlarne, perché in Europa non c’è
Un altro di quei vincoli comunitari che sono diventati dei dogmi. Ma colpire i consumi più costosi e voluttuari non è affatto assurdo

Di Maio lo ha escluso espressamente: «L’Iva non può aumentare, né nell'aliquota minima, né nell'intermedia, né in quelle più alte». Franceschini, capo delegazione del PD nel governo, ha subito puntualizzato: «Cose che impegnano il suo Movimento, ma di certo non l'intera maggioranza».

L’aria che tira, in effetti, è che un qualche incremento ci sarà. Probabilmente in maniera molto obliqua, scegliendo i singoli beni su cui intervenire e affiancando ai ritocchi all’insù i cervellotici sconti per chi non paghi in contanti ma con il cosiddetto “denaro elettronico”. Due piccioni con una fava: maggiore gettito tributario, quantomeno nelle intenzioni (ma poi vedremo come andrà), e ulteriore spintarella verso il controllo universale per mezzo della tecnologia e in particolare dell’informatica (tema assai insidioso che affronteremo in un prossimo articolo).

Rimaniamo sulla questione dell’Iva, però. Un’ipotesi del tutto logica, per chi voglia accrescere il prelievo fiscale tramite le imposte indirette, sarebbe quella di reintrodurre l’aliquota maggiorata sui beni di lusso. Che infatti esisteva, un tempo, e che era addirittura il doppio di quella normale. Soprattutto per i più giovani può valere la pena di ricordare che all’origine, nel 1973, l’Iva ordinaria era appena del 12 per cento. Poi, passo dopo passo, o balzo dopo balzo, si è arrivati all’attuale 22.

L’importo raddoppiato durò dal 1976 al 1992. E se quest’ultimo anno vi ha fatto scattare un campanellino d’allarme avete perfettamente ragione: il 1992 significa gli Accordi di Maastricht, caposaldo dell’asservimento italiano ai dettami europei. Ufficialmente viene chiamata integrazione. Di fatto è subordinazione. In ambito Iva si appellarono alla “armonizzazione” dei diversi regimi nazionali. E guarda caso sparì, definitivamente, proprio l’aliquota sui beni di lusso.

Insomma: una volta si poteva e oggi non si può più. Ma non è un buon motivo per rinunciare a parlarne. Anzi: proprio perché ormai ci è preclusa la possibilità di decidere per conto nostro, dovremmo riflettere sulle logiche alle quali ci siamo consegnati in via pressoché irreversibile.

Spese super, IVA super

Se parliamo in termini assoluti, è proprio l’imposta sui consumi che è un balzello illogico. E quindi complicato da digerire. Una volta che si sia subita la tassazione diretta sul reddito, il dovere di contribuire alla spesa pubblica dovrebbe essere sostanzialmente esaurito. A maggior ragione in un paese come il nostro che ha dei livelli di imposizione tutt’altro che lievi.

Ma questo, ovviamente, vale a tutti i livelli. E visto che il fisco non si ferma a ciò che sarebbe giusto, basandosi invece sulle sue esigenze di rastrellare soldi con ogni mezzo e mezzuccio, un’ipotetica Iva del 44 per cento su, poniamo, una borsa super esclusiva di Vuitton non è affatto più odiosa di quella del 4 per cento sul pane.

La discussione, quindi, andrebbe riaperta in sede europea. E andrebbe posta in termini di scelte politiche. Qualsiasi “armonizzazione” dipende dai criteri che si sono individuati in precedenza. E che all’occorrenza si possono persino rivedere, se nel frattempo ci si è resi conto che le condizioni generali sono cambiate.

Non c’è nessun pregiudizio negativo nei confronti dei ricchi – anche se sarebbe sempre interessante verificare, caso per caso, come quei patrimoni siano stati acquisiti – ma se proprio bisogna tartassare qualcuno non sembra così assurdo che si mettano al primo posto i più abbienti. D’altronde, quantomeno per quei beni e servizi che rientrano senza alcun dubbio nel consumo voluttuario e più costoso, non pare affatto probabile che i potenziali e agiatissimi acquirenti si farebbero scoraggiare da un prezzo ancora più alto di quello attuale.

Purtroppo, invece, questa ipotesi è ormai esclusa a priori. Proprio perché non è prevista dagli accordi in sede UE si rinuncia anche solo a prenderla in esame. Quegli accordi si trasformano in dogmi e si smette di rialzare la testa per vedere degli scenari alternativi.

Una sorta di autocensura. Per non dire di castrazione.   


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