Venerdì 03 Aprile 2020 ore 02:52
IL PORTAVOCE DELLE STRUTTURE PSICHIATRICHE S.R.S.R
Degenti psichiatrici costretti a pagare ricoveri, illecito ancora in atto
Marco Mampieri: "le malattie psichiatriche ancora ghettizzate, ma la cura è la reintegrazione e il lavoro sull'unicità dell'individuo"

Marco Mampieri, portavoce del coordinamento S.R.S.R. acronimo di Strutture Residenziali Socio Riabilitative, gestisce il lavoro di comunicazione di due strutture nel Lazio, impegnate nel recupero di persone affette da disturbi psicologici di una certa gravità. Ci ha parlato di quali opportunità offrono queste strutture alle persone affette da disturbi psichici e di come però, certi provvedimenti, adottati in modo autoritario e illegittimo rischino di minare la loro esistenza e la loro riuscita.

“Quelle di cui parliamo sono strutture che si occupano di persone che richiedono assistenza per 12 o 24 ore al giorno. Anni fa venivano chiamate 'comunità di convivenza' perché sono strutture a carattere familiare, che ospitano pochi individui, a differenza di grandi strutture impersonali che tendono a medicalizzare senza tenere conto della soggettività e del bisogno di calore, di normalità, di casa del paziente. Si tratta di contesti che mirano a ridare un senso di serenità al paziente dopo un ricovero in clinica, dopo una fase intensa o un picco della malattia”.

 

Però queste strutture, così importanti per queste persone ma anche per la collettività, sono state messe a rischio da una serie di normative regionali, che per fortuna poi il Consiglio di Stato ha dichiarato illegittime...

“Il Consiglio di Stato ha annullato una serie di normativa regionali collegate tra loro, entrate in vigore nel 2017, che disciplinano la compartecipazione socio sanitaria per gli utenti ricoverati in strutture psichiatriche chiamate S.RS.R. Strutture Residenziali Socio Riabilitative. In particolare per quelle che danno ospitalità h24 e h12 non doveva esserci il contributo economico dei pazienti e dei loro comuni di residenza, in quanto è una competenza di cui si devono occupare le Regioni, in questo caso la Regione Lazio. Questi pazienti non devono partecipare alle spese di ricovero, così come non devono i comuni di provenienza. La spesa di ricovero con tale compartecipazione ha invece stabilito dal 2017 che la retta giornaliera di queste degenze spettino per il 40% al sistema sanitario regionale, il restante 60% diviso invece tra l'utente in base all'Isee e il suo comune di provenienza in proporzione variabile. Il Consiglio di Stato ha affermato che questa norma è illegittima e ha quindi imposto alla Regione di far tornare tutte le spese a carico del sistema sanitario regionale e non più dell'utente e del comune. Questa scelta ha creato grandi difficoltà agli utenti e alle loro famiglie e ai comuni, si considerino anche gli impegni burocratici e logistici legati a fornire ogni anno i dati per il pagamento, per famiglie già cariche di impegni e preoccupazioni per la loro situazione. Le strutture di cui sono portavoce non hanno più potuto percepire in tempi certi i soldi per le spese del ricovero, e questo ha ritardato e creato problemi concreti, anche per gli stipendi dei lavoratori”.

 

Quali sono le risposte che avete ricevuto?

“Non abbiamo ricevuto risposte dalle istituzioni, non abbiamo ricevuto spiegazioni, perciò denuncio che non vi è trasparenza. Le decisioni vanno prese in modo collettivo, ascoltando le esigenze delle voci in gioco. Non ci si può improvvisare con decisioni esclusivamente contabili, ma bisogna comprendere la complessità e la delicatezza di queste situazioni. Ha prevalso la logica ragionieristica sulla salute e sulle opportunità sociali dei pazienti. Hanno pensato di sanare i bilanci anche usando famiglie e comuni che non erano destinati a compartecipare ”.

Questo provvedimento di compartecipazione vi ha sottratto fondi indispensabili per lavorare in modo mirato, soggettivo sulla singolarità di ogni paziente. La dignità di queste persone ritorna alla società, in termini di competenze, in termini economici, in termini di testimonianza di un recupero che può essere una speranza e una guida per altri.

“Sì, si è trattato di una mera ripartizione dei costi che non hanno tenuto conto delle esigenze di queste persone, causando effetti dirimenti anche sulla loro vita oltre che sulle strutture che li aiutano. Quando queste persone tornano a casa devono essere reinserite nel mondo del lavoro e invece si trovano penalizzate dalle spese fatte dalla famiglia, vengono così private del denaro che serve in un percorso di reinserimento in società. Come si fa a dare a queste persone una seconda opportunità se si ragiona solo in base al tornaconto economico?”.

 

Il tenore etico di un paese, del nostro paese, si comprende anche osservando questi casi, che non riguardano in realtà solo la persona affetta dalla malattia psichica, ma tutti noi, la concezione dell'uomo, della persona, che si ha in uno Stato.

“Vorrei dare risalto all'emarginazione che subisce il disturbo psichico, allo stigma che marchia ancora oggi le malattie psichiatriche, la paura che suscitano e che porta alla ghettizzazione. Noi teniamo a lavorare sull'unicità della persona, sulle abilità della persona, per aumentare la sua autostima, per aiutarla a reinserirsi, perché possa avere un nuovo ruolo attivo nella società. E questo non si può fare se si ragiona solo in termini economici. Vorrei perciò portare all'attenzione dell'opinione pubblica il fatto che l'unica vera cura è l'accudimento e lo stimolo di quelle capacità non logorate dalla malattia e mai di certo l'isolamento”.

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