Martedì 20 Agosto 2019 ore 06:15
Il più antico gruppo teatrale penitenziario italiano
Al Teatro Golden di Roma è andata in scena "La fine all'alba" della compagnia stabile Assai fatta da detenuti
Compagnia stabile Assai

Al  Teatro Golden di Roma si è tenuta ieri sera l'ultima rappresentazione in anteprima nazionale dello spettacolo "La Fine all'alba" della Compagnia Stabile Assai della Casa di Reclusione di Rebibbia di Roma. Si tratta de più antico gruppo teatrale formatosi all'interno del contesto penitenziario italiano operante già dal 1982, il cui organico è costituito dagli stessi detenuti che stanno ancora scontando le loro pene e  che mettono in scena testi inediti tratti dalle loro stesse esperienze di vita.

"La Fine all'alba" - scritto da Antonio Turco, fondatore della Compagnia e formatore dei detenuti - racconta la storia di cinque uomini appartenenti ad organizzazioni criminali diverse che decidono di rapinare una banca; mentre sono asserragliati all'interno di essa con tre ostaggi, la Polizia li assedia all'esterno. In una lunga notte raccontano se stessi, il rifiuto della normalità, una vita sempre al bivio tra la morte e l'ergastolo.

Come afferma l'autore "lo spettacolo è ispirato alle Iene di Quentin Tarantino, e tratta di una rapina fallita. Ma vuole rendere anche un'immagine umana dei criminali nel loro rapporto tra la vita e la morte. Sono uomini che hanno perso la propria scommessa con la vita e hanno iniziato a morire scontando lunghissime pene, ma sono anche uomini che hanno vinto in qualche modo la loro battaglia con la morte assoluta attraverso il lavoro teatrale, che in questo ambito non è un'arte di persuasione o apparizione, ma un vero e proprio strumento di ricostruzione personale".   

I protagonisti dello spettacolo detenuti al Carcere di Rebibbia sono Cosimo Rega, già interprete di Cassio, nel premiato film dei fratelli Taviani "Cesare deve morire" e che sta scontando la sua pena per reati legati alla camorra; Giovanni Arcuri, anch'egli  interprete di Cesare in "Cesare deve morire", che sta espiando la sua pena per coinvolgimento al narcotraffico di Pablo Escobar; Renzo Danesi, condannato per reati legati alla Banda della Magliana; Salvo Buscafusca, che ha commesso reati legati all'appartenenza alla mafia; Aniello Falanga, condannato all'ergastolo per reati legati alla Camorra. Tra gli attori professionisti partecipano Deborah Bertagna e Mario Zamma. Recitano inoltre accanto ai detenuti la psicoterapeuta Sandra Vitolo, la didattico terapeuta Patrizia Spagnoli, Patrizia Patrizi, ordinaria di Psicologia sociale dell'Università di Sassari, Rocco Duca esponente della polizia penitenziaria.  

La regia è stata condotta da Francesco Cinquemani, alla sua prima esperienza teatrale, che ha recentemente girato con i detenuti  un film documentario, 'Offstage', in programmazione nelle sale italiane a settembre 2014, in cui si narra la storia di cinque di loto condannati all'ergastolo o a lunghe pene che hanno trovato nel teatro la possibilità di riscattare se stessi e dare nuovo senso alla loro vita.

La rappresentazione è accompagnato da un complesso musicale che si esibisce dal vivo, costituito dallo stesso autore Antonio Turco (chitarra e voce), Roberto Turco (chitarra classica, basso e voce), Lucio Turco (batteria), Paolo Tomasini (sax baritono) e Barbara Santoni (voce).

Lo spettacolo mette in scena una umanità che non siamo soliti vedere, l'umanità di chi si è macchiato di crimini anche feroci che vive la sua condanna e il suo esilio dal mondo, ma non per questo smette di essere un uomo, non per questo smette di cercare risposte alle domande esistenziali che a volte proprio la pseudo normalità  tende a sottacere, non per questo smette di cercare ancora di dare un senso alla propria esperienza terrena quando gli errori sono stati tali da pregiudicarne una "normale" realizzazione.

C'è coraggio e un sincero impegno in tutta la rappresentazione e un profondo tentativo degli attori/detenuti di elevarsi oltre quel dramma messo in scena che nella vita li ha socialmente condannati per riscattare almeno davanti a se stessi, prima ancora che al mondo, la loro dignità umana. Un dialogo con la morte di fronte al quale ogni uomo torna ad essere semplicemente un uomo, senza più giudizi, nella totale pienezza o nella disperata solitudine di sè stesso. 


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