Lunedì 22 Luglio 2019 ore 21:41
RUBRICHE VITERBO
L'apparizione del Risorto
Pentecoste: il dono dello Spirito
Il capocordata

Fin dall’antichità si pone la questione del rapporto tra il racconto di Gv. 20 (l’apparizione del Risorto e il dono dello Spirito la sera dello stesso giorno) e quello di Luca nel c. 2 degli Atti (la Pentecoste). Il dono dello Spirito Santo ai discepoli nella sera di Pasqua deve essere identificato con quello della Pentecoste? In caso contrario in che cosa si distinguono i due avvenimenti? Numerosi studiosi del Vangelo stimano che l’evangelista Giovanni abbia anticipato il fatto della Pentecoste. Collegando il dono dello Spirito santo all’apparizione di Cristo risorto, egli avrebbe voluto esprimere in una sola scena “la totalità del mistero pasquale”. E si è parlato a questo proposito di “Pentecoste giovannea”.

Circa il dono dello Spirito va detto che non lo si deve identificare né con la venuta dello Spirito annunciata nei discorsi di addio nell’ultima cena, né con l’avvenimento della Pentecoste, che suppone Gesù assunto in cielo e assiso alla destra di Dio. Ciò non vuol dire che il Cristo risorto che appare ai discepoli sia ancora legato alla durata temporale e che gli occorra del tempo per salire al Padre e prendere posto alla sua destra. Con la morte, Cristo è passato al di là del tempo, ma di questo “al di là” del tempo noi non possiamo dire niente. Sappiamo soltanto che la Scrittura distingue delle tappe nella rivelazione del mistero della glorificazione di Cristo.

La scena del giorno di Pasqua rappresenta nel Vangelo di Giovanni l’ultima tappa di questa rivelazione progressiva. Si tratta dell’ultima manifestazione visibile del Cristo che sale al Padre, in unione col quale manderà lo Spirito Paraclito promesso nell’ultima cena. Propriamente parlando, questa scena non anticipa dunque né rappresenta un duplicato della Pentecoste; ma nella prospettiva dell’evangelista Giovanni, questa scena costituisce un preludio della Pentecoste e anche di tutta la vita della Chiesa, che collega come al suo principio, a Gesù morto e risuscitato. Il tempo delle apparizioni pasquali prefigura, prepara e fonda questo avvenimento, che sarà il tempo propriamente detto della chiesa e dello Spirito Santo.

Questa distinzione tra la scena della sera di Pasqua e la Pentecoste non è priva di importanza. Infatti, essa mette in luce un fatto fondamentale: lo sconvolgimento spirituale da cui è sorta la comunità cristiana risale a Gesù risorto in persona. La comunità primitiva non lo attribuiva puramente e semplicemente all’effusione pentecostale dello Spirito Santo, ma si riconosceva come opera personale di Gesù risorto, apparso ai discepoli per trasmettere loro la sua missione e alitare su di essi il proprio Spirito. La comunità cristiana aveva coscienza di essere in primo luogo la comunità pasquale, condizione necessaria per diventare la comunità della Pentecoste. Nel pensiero di Giovanni il dono dello Spirito nella sera di Pasqua trova spiegazione soltanto nel prolungamento della scena del Calvario, con la quale forma una cosa sola. Lo indica con evidenza il gesto di Gesù risuscitato che mostra ai suoi discepoli la piaga del costato.  Nell’ultimo sospiro di Gesù in croce, come pure nell’acqua e nel sangue usciti dal suo costato dopo la morte, Giovanni aveva ravvisato un segno: l’umanità del Cristo, il suo sacrificio cruento, la sua carne crocifissa gli venivano rivelati come la sorgente della salvezza, donde sarebbe nata la chiesa per svilupparsi nella grazia dello Spirito santo. L’apparizione della sera di Pasqua riprende questa rivelazione, illuminandola con una luce nuova e decisiva. Rappresenta, infatti, al di là della morte, l’altra faccia di una medesima verità: la verità dell’ ”ora” di Gesù.

"Come il Padre ha mandato me, così io mando voi”: bisogna rimarcare lo stretto legame esistente tra il dono dello Spirito santo e la missione. Essa suppone in effetti che nei discepoli si sia operata una trasformazione radicale che li eleva all’altezza dell’opera sovrumana di cui Gesù li incarica. Solo lo Spirito santo è capace di operare tale nuova creazione. Ricreati e mossi dal medesimo Spirito, i discepoli di Cristo sono resi capaci di trasmettere a loro volta le parole che conducono gli uomini alla vita, perché esse pure sono spirito e vita. La narrazione termina con il dono fatto ai discepoli del potere di rimettere i peccati. I discepoli il potere di perdonare le colpe al peccatore che si pente.

La narrazione di Giovanni viene caratterizzata anche da un aspetto liturgico, pasquale ed eucaristico. I discepoli si trovano raccolti insieme di sera, il primo giorno della settimana, a porte chiuse. Viene Gesù ed appare con le cicatrici della passione. Rivolge il saluto di pace ai discepoli; la gioia riempie i loro cuori. Gesù compie su di essi il gesto rituale dell’alitazione, che comunica loro, con lo Spirito santo, il potere di perdonare i peccati ai fratelli. Molti di questi elementi non hanno corrispondenza nel vangelo di Luca e potrebbero spiegarsi con un’origine liturgica e pasquale. Il primo giorno della settimana, la Domenica, è divenuto molto presto il giorno dell’assemblea cristiana per la celebrazione eucaristica. Inoltre, si sa quale posto occupava nella celebrazione eucaristica cristiana il tema della “venuta” del Signore, che la preghiera “Marana tha!” proclamava realizzata nella celebrazione e nel contempo ardentemente attesa. Presentando l’apparizione di Gesù risorto come una “venuta”, i racconti giovannei potrebbero riflettere questa concezione liturgica.

La piaga del costato, visibile sul corpo del Risorto, richiama l’agnello, vittima del sacrificio pasquale, a cui non fu spezzato alcun osso. Le “porte chiuse” potrebbero anche ricordare la Pasqua celebrata dai Giudei dietro le porte segnate di sangue. Non manca nei discepoli la paura dei giudei, che conferisce alla scena la nota drammatica che caratterizza anche la notte pasquale come una notte di liberazione, come pure l’augurio di pace, la gioia, la nuova creazione nella potenza dello Spirito santo.

Tutto ciò suggerisce la presenza della celebrazione eucaristica cristiana, come pure il racconto di Luca dei due discepoli di Emmaus. In ogni celebrazione si rinnova l’avvenimento pasquale. Il Cristo risorto “viene”, portando ai suoi fedeli i medesimi doni della sera della risurrezione: la gioia della sua presenza, la pace, il perdono dei peccati e la potenza del suo Spirito per continuare nel mondo la sua missione. Così Gesù proclama la beatitudine dei fedeli che, senza aver visto i segni dei chiodi nelle sue mani e la piaga del suo costato, credono nella sua risurrezione, fidandosi dei testimoni della sua venuta la sera di Pasqua, e riconoscendolo con Tommaso e con tutti i loro fratelli come il loro “Signore” e il loro “Dio”.

Bibliografia consultata: Mollat, 1970


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