Nel Lazio, l’Ambito Territoriale di Caccia Roma1 sta avendo in questi mesi un rilievo che va ben oltre l’immagine convenzionale del cacciatore. L’evento del 10 settembre scorso — durante il quale sono stati premiati i capisquadra delle squadre impegnate nella caccia in braccata (distretti A e B) e nella girata (distretto C) — ha rappresentato un momento simbolico e concreto: un riconoscimento pubblico del ruolo che l’ATC Roma1 rivendica con forza, come struttura che media tra la fauna selvatica, gli interessi agricoli e la sicurezza delle aree abitate.
Attraverso numeri, passione e una sempre maggiore integrazione con le disposizioni regionali, l’ATC Roma1 intende consolidarsi come modello operativo nel Lazio. Ripercorriamo le ragioni e le implicazioni di questa iniziativa, contestualizzando il quadro normativo e operativo che sta dietro alle scelte fin qui compiute.
Una premiazione e un’autoconsapevolezza
La cerimonia presso l’Hotel Imperatori di Roma non è stata un evento di pura forma: è servita per mettere in luce i risultati conseguiti da squadre che operano in territori spesso impervi, con sacrificio e rischio. Presenti al tavolo autorità regionali e provinciali delle associazioni venatorie, l’incontro ha conferito all’azione dei cacciatori un peso istituzionale.
Il Commissario Straordinario Stefano Gaggioli ha sottolineato come “l’ATC Rm1 si posiziona come Ambito Caccia leader regionale”, affermando che gli esiti positivi sono frutto della “sinergia intrapresa con i cacciatori delle squadre”. È un punto importante: non si tratta solo di coordinamento, ma della costruzione di una visione comune tra il livello tecnico-amministrativo (l’ATC) e il personale operativo (i capisquadra).
In particolare è stato ricordato che il ruolo dei cacciatori dell’ATC non è meramente venatorio: è equivalente a un “servizio” nei confronti delle comunità, del mondo agricolo e dell’equilibrio ambientale.
Danni agricoli, insediamenti urbani e richieste di intervento
La presenza dei cinghiali nelle zone periurbane e agricole del Lazio crea problemi reali: distruzione di coltivazioni, pericoli per la circolazione stradale, incursioni nei centri urbani attratti dai rifiuti. L’ATC Roma1 ha posto al centro della sua missione proprio la mitigazione di questi fenomeni.
Per rispondere con efficacia, è attivo un sistema di attivazione del prelievo legato alle segnalazioni di danno: quando un agricoltore o l’ente locale segnala danni riconducibili al cinghiale, l’ATC può intervenire in modo rapido nelle aree interessate. Questo meccanismo consente di calibrare gli sforzi in funzione delle criticità locali, evitando interventi su vasta scala poco mirati.
Le squadre operate nei tre distretti (A, B e C) sono strutturate secondo criteri territoriali che considerano aspetti biogeografici, agricoli, ambientali e la distribuzione della specie stessa.
Distretto, prelievo selettivo e quadro normativo
Il funzionamento dell’ATC e delle sue squadre non nasce da iniziative isolate, ma si inserisce in un complesso apparato normativo regionale, che comprende:
- la Deliberazione della Giunta Regionale n. 1000 del 22 novembre 2024, con cui è stato approvato il “Piano regionale di interventi urgenti per la gestione, il controllo e l’eradicazione della Peste Suina Africana (PRIU) per il quinquennio 2025-2029”.
- la Deliberazione regionale n. 460/2018, che disciplina il prelievo selettivo in conformità con la legge regionale in materia faunistica (L.R. 17/95).
- diverse integrazioni e atti che coordinano le azioni di contenimento della specie cinghiale con le prescrizioni nazionali per la Peste Suina Africana (PSA) e il controllo faunistico.
Grazie a queste norme, ogni ATC della Regione è chiamato a elaborare un “Piano di gestione del cinghiale” che rispetti obiettivi regionali minimi di abbattimento, modalità tecniche e integrità biologica. L’ATC Roma1, nel suo intervento, ha fatto esplicito riferimento all’adozione del sistema di prelievo selettivo autorizzato e all’allineamento alle prescrizioni tecniche.
La suddivisione in distretti di gestione non è arbitraria: ciascun distretto comprende territori con caratteristiche omogenee (ambientali, agricolo-forestali, socio-economiche), e tiene conto della distribuzione del cinghiale, dei danni segnalati e degli incidenti stradali, così come dei vincoli ecologici e infrastrutturali.
Numeri e obiettivi: dalle parole ai dati
Uno degli elementi più delicati in ogni vicenda di gestione faunistico-venatoria è la misurazione dei risultati. In questo senso, l’evento del 10 settembre ha avuto il merito di «presentare dati ufficiali» — anche se il testo oggetto dell’articolo non riporta cifre specifiche — e di ancorare il racconto all’azione concreta.
Per capire le dimensioni del quadro, basti osservare che già altri ATC del Lazio (come ATC FR1) hanno ricevuto obiettivi numerici espliciti: ad esempio per il 2025, nella determinazione regionale G00802 è indicata la ripartizione degli obiettivi minimi di abbattimento nei vari distretti.
Per garantire la trasparenza, l’ATC Roma1 dovrà continuare a pubblicare dati, confrontarli rispetto agli obiettivi regionali e motivare eventuali scostamenti. È una condizione essenziale affinché le comunità, gli agricoltori e le istituzioni percepiscano questa attività come un servizio, non come un privilegio.
Le sfide interne e la visibilità pubblica del ruolo
A conclusione della premiazione, Gaggioli ha richiamato all’unità e alla necessità di dare “maggiore visibilità” all’impegno. Dietro questa frase si annidano due questioni cruciali:
- Internamente: mantenere coesione tra i cacciatori delle squadre, le autorità dell’ATC e gli enti locali comporta uno sforzo di formazione, comunicazione e regolazione. Le differenze di approccio (tra chi è più “operativo” e chi più “burocratico”) rischiano di generare tensioni.
- Esternamente: la percezione del grande pubblico raramente associa alla figura del cacciatore un ruolo positivo; spesso, la narrazione dominante è quella di una contrapposizione tra agricoltori e fauna. Rendere chiaro che le squadre operano per mitigare danni e garantire la convivenza richiede impegno comunicativo, dati trasparenti, casi-studio sul territorio.
Il discorso non è di lana caprina: finché l’azione non è condivisa e spiegata, rischia di restare fra pochi addetti ai lavori.
Limiti e punti critici da vigilare
Il fatto che l’ATC Roma1 ponga al centro dell’azione i danni agricoli e insediativi è lodevole, ma non basta. Ecco alcuni aspetti critici su cui restare vigili:
- Rischi ecologici e genetici: un eccessivo prelievo su popolazioni localizzate può alterare la struttura genetica o spingere i capi a migrare in nuove zone.
- Sovrapposizione con Peste Suina Africana: interpretare male le azioni di contenimento può generare contrasti con le norme sanitarie legate alla PSA — tema che richiede massima stringenza normativa, come richiede la DGR 1000/2024.
- Vincoli normativi e legislativi: i piani operativi non possono discostarsi dalle prescrizioni regionali e nazionali, pena contestazioni giuridiche.
- Efficacia reale vs visibilità: se i dati non mostrano miglioramenti, gli interventi rischiano di essere visti come simbolici o inefficaci.
Un modello locale che vuole diventare riferimento
L’iniziativa di premiazione dell’ATC Roma1 e la sua dichiarazione di intenti non sono meri atti retorici, ma elementi di un disegno più ampio: rafforzare la legittimità dell’“altro volto” del cacciatore, quello che governa, media, corregge. Se il Lazio saprà progressivamente trasformare episodi come questo in prassi condivisa, potremo parlare non di eccellenza isolata, ma di buona pratica regionale replicabile.
Perché un modello funzioni, però, serve che le associazioni agricole, gli enti locali, i cittadini e i mezzi d’informazione partecipino: non come spettatori, ma come interlocutori. E che le cifre continuino a parlare — perché l’efficacia non si misura con le parole, ma con i risultati sul campo.
