Un ordigno artigianale piazzato sotto l’auto, due proiettili di pistola lasciati davanti casa: episodi distinti ma con più di un punto di contatto. È questo il quadro che gli inquirenti stanno analizzando dopo l’attentato a Pomezia contro il giornalista Sigfrido Ranucci, autore e conduttore di Report, che da anni si occupa di inchieste delicate su mafia, politica e affari. Il “bombone”, come è stato definito dagli investigatori, è stato realizzato con circa un chilo di polvere pirica ed è esploso giovedì notte vicino all’abitazione del conduttore, senza provocare feriti ma con un messaggio chiaro: intimidire.
Le indagini, coordinate dal procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi e dal pm Carlo Villani, si muovono lungo piste che intrecciano minacce passate e modalità di azione che sembrano tutt’altro che casuali.
Ordigno e proiettili contro Ranucci: due episodi collegati?
Il punto di partenza degli inquirenti è la coincidenza geografica. Sia i due proiettili di una P38 trovati nel 2023, sia l’ordigno esploso giovedì, sono stati collocati nello stesso punto: una siepe a pochi passi dall’ingresso del villino di Ranucci, in viale Po. Non un dettaglio marginale, perché si tratta di un’area non coperta da telecamere e dunque facilmente accessibile senza essere ripresi.
L’altra analogia riguarda il tempismo: in entrambi i casi, i messaggi intimidatori sono arrivati al ritorno del giornalista dopo un periodo di assenza da casa. Un elemento che fa pensare a un monitoraggio costante dei suoi spostamenti, segnale di un’attenzione mirata e pianificata.
La “firma” di una mente sofisticata
Gli investigatori sottolineano anche la modalità con cui i proiettili erano stati lasciati. Non semplicemente gettati, ma posizionati in modo che potessero essere notati dalla scorta senza risultare immediatamente visibili a chiunque. Un equilibrio sottile tra visibilità e occultamento, che tradisce una certa “cura” e una volontà precisa: far recapitare un messaggio a Ranucci e alle forze dell’ordine.
Lo stesso potrebbe valere per l’ordigno rudimentale. Sebbene costruito artigianalmente, il congegno non appare frutto di improvvisazione totale. Questo porta gli inquirenti a ipotizzare che dietro ci sia la regia di qualcuno con competenze specifiche o comunque in grado di guidare la manovalanza locale.
La pista della minaccia al conduttore di Report su commissione
Ad oggi, l’ipotesi più solida è quella della minaccia su commissione. Non un’organizzazione criminale strutturata, che avrebbe avuto mezzi e modalità più sofisticati, ma piuttosto un soggetto singolo o un gruppo ristretto che si è affidato a esecutori locali.
In questo scenario trovano spazio diversi profili: ambienti dell’estrema destra, frange di ultrà, bande albanesi radicate nel territorio. Ma anche figure borderline, come imprenditori coinvolti in appalti poco trasparenti o faccendieri interessati a frenare inchieste giornalistiche. L’idea è che il mandante abbia preferito non esporsi direttamente, ricorrendo a intermediari per lanciare un avvertimento.
Un attacco alla libertà di informazione
Il gesto ha suscitato immediata condanna da parte del mondo politico e giornalistico. La Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) ha parlato di “attacco gravissimo alla libertà di informazione”, mentre la Rai ha espresso pieno sostegno al conduttore di Report. Anche esponenti del governo e dell’opposizione hanno ribadito la necessità di garantire la massima protezione a Ranucci e a tutti i cronisti che si occupano di inchieste scomode.
Il ministro dell’Interno ha confermato il rafforzamento delle misure di sicurezza già attive per il giornalista, che da tempo vive sotto scorta. Le indagini puntano ora a chiarire se ci sia una regia unica dietro i due episodi e soprattutto chi possa aver avuto interesse a colpire con metodi intimidatori così mirati.
Un’escalation da non sottovalutare
La combinazione tra proiettili e ordigno fa temere un salto di qualità nelle minacce. Non più soltanto simboli di violenza, ma un vero tentativo di attacco che avrebbe potuto causare gravi danni. Senza una rivendicazione, resta aperta l’ipotesi di un’escalation orchestrata da chi intende spaventare Ranucci per metterlo a tacere o per condizionare il lavoro della redazione di Report.
Gli inquirenti non escludono nessuna pista, ma la convinzione condivisa è che si tratti di un avvertimento mirato e non di un gesto casuale. Una conferma della delicatezza del lavoro di chi indaga sui rapporti oscuri tra affari, politica e criminalità, e una nuova prova della vulnerabilità dei giornalisti investigativi in Italia.
Chi è Sigfrido Ranucci e perché è nel mirino
Sigfrido Ranucci, classe 1961, è giornalista e conduttore televisivo, da anni volto e responsabile di Report, il programma di Rai 3 dedicato alle inchieste su corruzione, criminalità organizzata, economia e politica. Nel corso della sua carriera ha firmato servizi che hanno portato alla luce scandali su appalti pubblici, infiltrazioni mafiose, rapporti tra finanza e politica, oltre a delicate indagini sui servizi segreti e sugli intrecci tra potere e malaffare.
Per il suo lavoro Ranucci è già stato oggetto di minacce e pressioni, tanto da vivere sotto scorta da tempo. L’episodio dei proiettili e quello dell’ordigno non sono isolati, ma si inseriscono in una lunga sequenza di intimidazioni subite da giornalisti investigativi in Italia. Secondo i dati dell’Osservatorio Ossigeno per l’informazione, ogni anno decine di cronisti ricevono minacce, spesso con modalità violente, a conferma di quanto la libertà di stampa resti un terreno fragile.