Alcune vicende familiari appartengono all’interesse di una intera comunità civile e diventano una domanda pubblica. Domanda scomoda e dolorosa ma necessaria. È ciò che emerge dalla lunga lettera inviata al nostro giornale da Giovanni Taraddeo, padre di tre figli minorenni, che torna a rivolgersi a Il Quotidiano del Lazio dopo anni di segnalazioni, atti giudiziari, richieste di intervento e passaggi istituzionali rimasti, nella sua ricostruzione, senza una risposta concreta. Al centro non c’è soltanto una vicenda familiare complessa. C’è il tema più grande dell’ascolto dei minori, del limite degli interventi coercitivi, del collocamento fuori famiglia e del ruolo effettivo delle Autorità chiamate a tutelare l’infanzia.
La lettera al giornale e una domanda diretta alle istituzioni
Giovanni Taraddeo scrive al direttore ricordando che Il Quotidiano del Lazio si era già occupato della sua vicenda familiare e giudiziaria. Lo fa perché, negli ultimi mesi, il quadro sarebbe cambiato in modo rilevante. Nella sua lettera racconta di aver inviato per oltre due anni segnalazioni, PEC, diffide e documentazione al Garante Regionale del Lazio e al Garante Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza. Oggetto di quelle comunicazioni, spiega, erano il prelievo dei figli, il loro collocamento in casa famiglia, il mancato ascolto dei bambini, il disagio psicologico da loro manifestato e il ricorso a impostazioni che il padre riconduce alla cosiddetta PAS, la sindrome di alienazione parentale, più volte oggetto di rilievi critici anche in ambito giudiziario.
La lettera raccoglie la domanda di un padre che prova a mettere in fila date, atti, decisioni, silenzi e contraddizioni. Ed è proprio da questa sequenza che nasce la domanda centrale: come può accadere che principi oggi affermati pubblicamente in materia di tutela dei minori siano rimasti, nel suo caso, senza effetti concreti per così tanto tempo?
Il prelievo, la casa famiglia e il tema dell’ascolto dei figli
Nel racconto del lettore, il punto di partenza è il prelievo dei figli e il successivo collocamento in casa famiglia. Una fase descritta come profondamente traumatica, destinata a lasciare un segno non soltanto nella vita del padre, ma soprattutto in quella dei bambini. È su questo terreno che la vicenda assume un valore pubblico: quando un minore viene allontanato dal proprio contesto familiare, la misura non riguarda mai soltanto un fascicolo. Riguarda la carne viva delle relazioni, la percezione di sicurezza, il rapporto con i genitori, la possibilità di essere ascoltati senza paura e senza pressioni.
Taraddeo sostiene di aver denunciato a lungo il mancato ascolto dei figli e il loro disagio. Nella sua ricostruzione, le richieste rivolte alle Autorità garanti non avrebbero prodotto un intervento reale di tutela né un approfondimento ritenuto adeguato. È questo il passaggio più delicato della lettera: il padre non contesta soltanto singoli provvedimenti, ma chiama in causa il funzionamento di un sistema che dovrebbe intervenire proprio quando la voce dei minori rischia di restare schiacciata dalla complessità delle procedure.
L’interrogazione parlamentare e l’attenzione del Ministero
La vicenda, intanto, ha superato il perimetro familiare ed è arrivata anche in sede parlamentare. Taraddeo richiama l’interrogazione n. 4-01837, presentata dal senatore Gian Marco Centinaio, con la quale è stato chiesto al Ministro della Giustizia di verificare alcuni aspetti fondamentali del caso: le modalità del collocamento extrafamiliare dei minori, l’eventuale utilizzo della forza pubblica nel prelievo, la conformità dei provvedimenti al superiore interesse dei bambini e le modalità di ascolto della volontà da loro espressa.
Sempre nella lettera, il padre riferisce che il Ministero della Giustizia avrebbe confermato l’avvio di approfondimenti sulla vicenda, con un’istruttoria ministeriale ancora in corso. È un passaggio che rende ancora più evidente la natura istituzionale del caso. Non si tratta più soltanto di una controversia privata, ma di una vicenda entrata nel circuito delle verifiche pubbliche, con interrogativi che riguardano il modo in cui le decisioni sui minori vengono assunte, eseguite e monitorate.
Il verbale del 26 marzo 2026 e la volontà espressa dai bambini
Il punto di svolta indicato da Taraddeo arriva con il verbale di audizione del 26 marzo 2026. In quella sede, scrive il padre, i suoi due figli più piccoli avrebbero espresso in modo chiaro, spontaneo e determinato il desiderio di vivere stabilmente con lui a Guarcino. Avrebbero descritto il contesto paterno come sereno e avrebbero manifestato un forte disagio rispetto alla permanenza a Fiuggi, con la madre.
Sono parole che, nella ricostruzione contenuta nella lettera, assumono un valore decisivo. Perché riportano il discorso al punto originario: l’ascolto dei minori come momento reale di comprensione della loro volontà, delle loro paure, dei loro legami, del loro bisogno di stabilità. Quando un bambino riesce a dire dove si sente sereno, quando un minore indica con chiarezza il luogo in cui vorrebbe vivere, quella voce non può essere trattata come un dettaglio laterale.
Il decreto del Tribunale di Frosinone del 18 aprile 2026
La lettera richiama poi il decreto del Tribunale di Frosinone del 18 aprile 2026. In quel provvedimento, riferisce Taraddeo, i minori vengono descritti come “sereni e determinati” e si dà atto del fatto che vivano “con serenità e financo gioia” presso il padre. Un passaggio particolarmente significativo riguarda il principio della bigenitorialità, che il Tribunale avrebbe indicato come un diritto non imponibile in modo coattivo.
Il Tribunale ha quindi disposto il collocamento prevalente dei minori presso l’abitazione paterna di Guarcino. Per Taraddeo, questo decreto rappresenta non solo un esito giudiziario importante, ma anche la conferma di ciò che aveva sostenuto per anni: i figli chiedevano di essere ascoltati e quella richiesta, a suo dire, avrebbe dovuto trovare attenzione molto prima.
Il tema, però, non si esaurisce con il nuovo collocamento. Proprio perché una decisione è arrivata, resta aperta la domanda sul tempo trascorso prima di arrivarci. Quanto pesa, nella vita di un bambino, ogni mese vissuto in una condizione percepita come dolorosa? Quanto può incidere un ascolto tardivo? E chi risponde quando una tutela arriva dopo un lungo percorso segnato da sollecitazioni rimaste senza esito?
Il documento del Garante sui prelevamenti dei minori
La vicenda assume un rilievo ancora maggiore alla luce del documento dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza intitolato “Prelevamento dei minori – Facciamo il punto”. Taraddeo sottolinea come in quel documento vengano affermati principi che, a suo giudizio, coincidono con quanto lui denunciava da anni: il prelevamento coercitivo come evento traumatico e potenzialmente dannoso, il collocamento fuori famiglia come misura da considerare soltanto in casi estremi, la necessità di ascoltare il minore, il rilievo della sua volontà e l’assenza di fondamento scientifico delle teorie riconducibili alla PAS.
È qui che la lettera diventa una denuncia civile, prima ancora che personale. Taraddeo non contesta soltanto ciò che sarebbe accaduto alla sua famiglia. Mette a confronto due piani: da una parte i principi oggi dichiarati pubblicamente; dall’altra la sua esperienza concreta, segnata da richieste ripetute e, nella sua ricostruzione, da un’assenza di interventi effettivi. Il cuore del problema è questo scarto: il divario fra ciò che le istituzioni affermano e ciò che i cittadini percepiscono nei procedimenti che riguardano i propri figli.
Il confronto con i casi mediatici e il silenzio denunciato dal padre
Nella lettera, Taraddeo richiama anche l’attenzione pubblica riservata ad altri casi recenti, come il prelievo forzoso della bimba di Monteverde e la vicenda della cosiddetta famiglia nel bosco. Il suo ragionamento è che se oggi il Garante interviene pubblicamente sui temi della traumaticità dei prelevamenti, dell’ascolto dei minori, della residualità del collocamento in casa famiglia e delle criticità delle prassi collegate alla PAS, perché nel caso dei suoi figli non sarebbe stata adottata alcuna iniziativa concreta di tutela?
È una domanda che non può essere liquidata come lo sfogo di un padre. Perché riguarda il rapporto fra visibilità mediatica e protezione effettiva. I casi che arrivano all’attenzione nazionale sembrano spesso muovere reazioni più rapide, dichiarazioni più forti, prese di posizione più visibili. Ma le famiglie che scrivono, documentano, sollecitano, attendono risposte nel silenzio degli uffici, che cosa devono fare per essere ascoltate?
La lettera di Taraddeo pone proprio questo nodo: la tutela dell’infanzia non può dipendere dal rumore pubblico generato da un caso. Deve funzionare anche quando non ci sono telecamere, quando una vicenda si consuma nei corridoi dei tribunali, nelle stanze degli assistenti sociali, nelle relazioni tecniche, nelle audizioni, nelle PEC inviate e rimaste senza un riscontro percepito come adeguato.
Una vicenda familiare che interroga il sistema di tutela
Il caso raccontato da Giovanni Taraddeo non consente semplificazioni. Le vicende familiari che arrivano davanti ai giudici sono quasi sempre complesse, dolorose, attraversate da versioni diverse, tensioni profonde e valutazioni tecniche. Proprio per questo, il dovere dell’informazione è tenere insieme umanità e prudenza, ascolto e rigore, attenzione ai minori e rispetto dei procedimenti.
Ma una cosa appare chiara dalla lettera inviata al nostro giornale: al centro ci sono bambini che, per molto tempo, avrebbero chiesto di essere ascoltati. E oggi, dopo un decreto che dispone il collocamento prevalente presso il padre, quella richiesta assume un significato ancora più forte. Non è soltanto il passato di una famiglia. È un interrogativo sul presente delle istituzioni.
Taraddeo lo scrive con parole che vanno oltre il suo caso personale: questa vicenda riguarda il funzionamento concreto del sistema di tutela dell’infanzia, il diritto dei minori all’ascolto e il rapporto fra principi proclamati pubblicamente e realtà vissuta nelle aule giudiziarie. È una frase che merita attenzione, perché tocca un punto sensibile: la protezione dei minori non può essere soltanto un principio scritto nei documenti. Deve diventare pratica, tempestività, responsabilità, capacità di riconoscere il dolore quando ancora è possibile evitarne una parte.
Chi risponde quando un bambino non viene ascoltato?
La lettera di Giovanni Taraddeo lascia aperta una domanda semplice e durissima: come è possibile che principi oggi sostenuti dall’Autorità Garante siano rimasti inascoltati proprio nel caso concreto di minori che chiedevano ascolto?
È una domanda rivolta alle istituzioni, ma anche alla coscienza pubblica. Perché ogni volta che un bambino viene prelevato, collocato fuori casa, ascoltato tardi o non ascoltato affatto, non si muove soltanto un procedimento. Si attraversa una vita e si incide su una memoria e si decide, nel modo più concreto possibile, quale peso abbia davvero la voce di un minore davanti agli adulti che dovrebbero proteggerlo.
Oggi il caso Taraddeo torna all’attenzione pubblica con un nuovo provvedimento giudiziario, con un’interrogazione parlamentare, con un’istruttoria ministeriale richiamata nella lettera e con un documento del Garante che afferma principi molto vicini alle denunce avanzate dal padre. Resta da capire se questa storia sarà considerata soltanto una vicenda familiare arrivata a una nuova fase, o se diventerà l’occasione per interrogarsi seriamente su come vengono ascoltati i bambini quando chiedono aiuto prima che il tempo renda tutto più doloroso.
