Canoni demaniali a Ostia, Consiglio di Stato condanna il Comune di Roma: rimborsi ai lidi

Consiglio di Stato: Roma deve restituire canoni demaniali chiesti in eccesso a due lidi di Ostia. Conti incerti, nessun abuso
Di Alessandra Monti
Spiaggia, Lido di Ostia (Dal sito del Comune di Roma)
Spiaggia, Lido di Ostia (Dal sito del Comune di Roma)

Il mare di Roma torna al centro di una decisione destinata a pesare nei rapporti, già tesi, fra Campidoglio e concessionari. Il Consiglio di Stato ha confermato le ragioni di due stabilimenti di Ostia, La Bonaccia e il Salus, imponendo a Roma Capitale la restituzione delle somme richieste in eccesso: canoni e “indennizzi” calcolati con passaggi giudicati contraddittori, poco chiari e non sorretti da elementi sufficienti. Il contenzioso nasce dagli avvisi di pagamento legati al 2020, stagione segnata anche dall’emergenza Covid, ed era già stato affrontato dal Tar nel 2024, che aveva dato ragione alle imprese.

La sentenza su La Bonaccia: “nessun uso difforme”, quindi niente indennizzo

Nel caso dello stabilimento La Bonaccia, la vicenda prende forma dopo una ispezione del 2016. Da quella verifica nasce, anni dopo, l’atto con cui il Comune chiede oltre 42 mila euro: una parte come canone demaniale, una parte come “indennizzo per occupazione e uso di aree demaniali in difformità del titolo concessorio”, formula che, in sostanza, richiama presunti abusi o utilizzi non autorizzati. Il Tar Lazio nel 2024 smonta l’impianto e il Campidoglio prova a ribaltare tutto con l’appello. Palazzo Spada, però, chiude la porta: per i giudici non risulta “alcun utilizzo difforme del bene” rispetto alla concessione e, quindi, manca l’illecito che dovrebbe giustificare l’extra richiesta.

I conti che cambiano e le metrature ballerine: il nodo amministrativo

La parte più pesante, sul piano istituzionale, riguarda il metodo. Nelle motivazioni viene evidenziato un operato segnato da incertezze e incoerenze nella determinazione degli importi, con riferimenti a calcoli e metrature non stabili nei documenti. Il punto non è solo “quanto” si chieda, ma “come” lo si chieda: un’amministrazione che pretende somme deve poter dimostrare basi tecniche e istruttorie lineari, soprattutto quando il rapporto è regolato da concessioni e atti che incidono su imprese, lavoro stagionale, servizi e accesso al litorale.

Il caso Salus: canone da perizia e calcoli incomprensibili

Percorso simile per il Salus. Qui la richiesta è arrivata con una cifra vicina ai 50 mila euro: circa 46 mila come canone marittimo “da perizia tecnica” e circa 3 mila come indennizzo legato a difformità discusse in un tavolo tecnico. Anche su questo fascicolo i giudici contestano la leggibilità dei conteggi: viene censurata l’incomprensibilità dei calcoli e, in sostanza, la difficoltà di capire su quali basi il Comune sia arrivato alle somme richieste. Nel ragionamento entra anche il contesto del 2020, con un impatto evidente su presenze turistiche e fatturati: proprio per questo, l’adeguamento dei canoni pretende criteri solidi e verificabili, non formule opache.

Effetto sul “mare di Roma”: precedenti, altri ricorsi, rischio valanga

La decisione arriva mentre il litorale vive una fase complicata: concessioni, contenziosi, controlli e un dibattito pubblico che alterna due narrazioni opposte, da un lato l’accusa storica di canoni troppo bassi, dall’altro l’obiezione di aumenti costruiti su riclassificazioni e criteri discutibili. Il quadro è già stato attraversato da altre sentenze negli ultimi anni, incluse vicende in cui i canoni richiesti sono stati ritenuti illegittimi con condanne al risarcimento. Se il principio che emerge è quello della necessità di istruttorie rigorose e conteggi trasparenti, l’impatto può estendersi: altri concessionari che hanno impugnato avvisi simili potrebbero trovare un precedente utile, aprendo un capitolo di rimborsi e rideterminazioni.

Le reazioni attese: Campidoglio, Municipio X e categoria balneare

Sul piano politico-amministrativo, la partita adesso è doppia. Roma Capitale dovrà tradurre la decisione in atti: ricalcolo, restituzioni, procedure interne, oltre al tema di responsabilità e controllo della filiera che produce avvisi e perizie. Dall’altra parte la categoria balneare leggerà la sentenza come un riconoscimento: non un “liberi tutti”, ma l’affermazione che, senza prova dell’uso difforme e senza conteggi intellegibili, la pretesa economica non regge. Nel mezzo resta il diritto dei cittadini a un litorale gestito con regole chiare: canoni congrui, controlli efficaci, rispetto delle concessioni e trasparenza sulle superfici e sulle opere autorizzate.

 
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