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02 Luglio 2020

Pubblicato il

Il j’accuse del Capo dello Stato

Caos Procure, Mattarella durissimo contro la “modestia etica” delle toghe

Il Presidente della Repubblica attacca ancora il correntismo e invoca la riforma del Csm: che predica bene e razzola meno bene, come dimostrano i casi di Bergamo e Perugia

sergio mattarella
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

C’è un caso, quello del caos Procure, che la maggior parte dei media mainstream sta deliberatamente cercando di occultare con tutte le proprie forze. Ogni tanto, però, capita qualche imprevisto che li costringe ad affrontare di nuovo lo spinoso argomento. Tipo il pesantissimo j’accuse lanciato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Mattarella e il caos Procure

«La Magistratura deve necessariamente impegnarsi a recuperare la credibilità e la fiducia dei cittadini, così gravemente messe in dubbio da recenti fatti di cronaca». Così il Capo dello Stato, durante la cerimonia di commemorazione di sei magistrati assassinati da terrorismo rosso e mafia tra il 1980 e il 1991.

Il riferimento, per nulla velato, era all’inchiesta di Perugia ormai nota come Magistratopoli o caso Palamara, dal nome dell’ex Pm al centro dell’indagine. La quale «sembra presentare l’immagine di una Magistratura china su stessa, preoccupata di costruire consensi a uso interno, finalizzati all’attribuzione di incarichi». Mentre «l’unica fedeltà richiesta ai servitori dello Stato alla quale attenersi è quella alla Costituzione».

Nessuno sconto, quindi. Anzi, il Quirinale è tornato ad attaccare la «degenerazione del sistema delle correnti» e le «gravi e vaste distorsioni» svelate dalle intercettazioni della Procura umbra. Le quali hanno portato alla luce un sistema traviato «in amaro contrasto con l’alto livello morale delle figure che oggi ricordiamo».

Tale sistema era contraddistinto da quella che il giurista Vladimiro Zagrebelsky ha eufemisticamente definito «modestia etica», nel senso di carenza morale. Una caratteristica «oggetto di ampio dibattito nella pubblica opinione», come ha sottolineato l’inquilino del Colle. O che, perlomeno, lo sarebbe se i mezzi di comunicazione si degnassero di farne cenno.

I limiti costituzionali del Capo dello Stato

Mattarella ha precisato «di avere il dovere di non pretendere di ampliare» le funzioni e i poteri attribuiti dalla Carta al Presidente della Repubblica. Per questo motivo non scioglierà il Consiglio Superiore della Magistratura – lui che ne è costituzionalmente il numero uno.

«Non esistono motivazioni contingenti che possano giustificare l’alterazione della attribuzione dei compiti operata dalla Costituzione» ha spiegato. «Qualunque arbitrio compiuto in nome di presunte buone ragioni aprirebbe la strada ad altri arbitrî, per cattive ragioni», come in una reazione a catena.

Questo però non significa che si debba mantenere lo status quo. Anzi, il Capo dello Stato ha nuovamente sollecitato una riforma dell’organo di autogoverno della magistratura. Sottolineando però che l’onere e l’onore spettano al Parlamento.

Il caos Procure e la reazione del Csm

«L’abbrutimento etico dell’ordine giudiziario ha nell’attuale Csm l’avversario più tenace e inflessibile» ha pomposamente dichiarato il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura David Ermini. Il quale ha anche stigmatizzato l’atteggiamento di quanti tradiscono «la funzione, i colleghi, l’istituzione», inseguendo il potere e la carriera attraverso «pratiche da faccendiere».

Parole del tutto condivisibili, che però rischiano di non andare oltre la vuota magniloquenza. Due casi, in particolare, meritano particolare attenzione – quelli relativi alle nomine, recentissime, dei nuovi Procuratori di Bergamo e Perugia. Nomine operate dalla V commissione del Csm, che ha la competenza per il conferimento degli incarichi direttivi.

Gli uffici orobici si stanno tuttora occupando dell’inchiesta sulla mancata istituzione della zona rossa nei Comuni di Alzano e Nembro, ad opera del Governo rosso-giallo. Inchiesta nell’ambito della quale la Procuratrice facente funzioni Maria Cristina Rota ha ascoltato anche il bi-Premier Giuseppe Conte.

Ora, però, la Pm dovrà lasciare l’incarico in favore del nuovo Procuratore Angelo Antonio Chiappani, designato lo scorso maggio. Un magistrato che non solo compare nelle chat di Luca Palamara ma, allo scoppio dello scandalo, espresse all’ex presidente dell’Anm la propria solidarietà. Laddove – e non è un particolare da poco – la Rota non godeva affatto del gradimento del grande tessitore giudiziario. Il quale si diede molto da fare perché le fosse preferito un esponente della propria corrente, Unicost – per una volta, senza successo. Fino ad ora, almeno.

Al capoluogo umbro, invece, è stato destinato pochi giorni fa l’ex presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone. Una nomina sofferta, che ha praticamente spaccato l’organo di autogoverno dei giudici e suscitato le pesanti critiche dell’icona antimafia Nino di Matteo.

Di Matteo vs. Palamara

L’ex Pm palermitano ha sottolineato che la Procura di Perugia è titolare dei procedimenti a carico dei magistrati capitolini – tipo quello che riguarda Palamara. E insieme a lui, tra gli altri, i deputati Cosimo Ferri, di Iv, e Luca Lotti, del Pd – ma molto legato a Matteo Renzi. Cioè colui che, da Presidente del Consiglio, aveva indicato alla guida dell’Anac lo stesso Cantone. Il quale ora si troverà a dover gestire procedimenti che vedono coinvolti «esponenti politici della stessa area» che lo aveva nominato.

«Io non dubito dell’autonomia e imparzialità di Cantone, ma noi dobbiamo salvaguardare anche le apparenze», ha argomentato Di Matteo. Il quale, nello scrutinio incriminato, ha votato per l’attuale aggiunto di Salerno Luca Masini, come tutta la corrente Autonomia e Indipendenza, guidata da Piercamillo Davigo. Cioè il suo capo.

Qui la vicenda si fa ancora più intricata, dal momento che non corre buon sangue tra Di Matteo e Palamara. Quest’ultimo, per esempio, «fu molto soddisfatto» dell’estromissione del collega dal pool che indagava sulla stagione stragista dei primi anni Novanta. E non è finita qui.

Il caos Procure e Il Gattopardo

Intercettato dal trojan installato nel suo cellulare, l’ex leader dell’Anm esprimeva la sua contrarietà alla proposta di innalzare l’età pensionabile dei magistrati a 72 anni. «Se fosse vero saltano Procure Roma e Perugia», scriveva allarmato a Ferri.

Ora, si dà il caso che questo progetto interessi molto – e molto da vicino – un consigliere del Csm che a ottobre compirà settant’anni. E pertanto dovrà lasciare l’incarico, perdendo così la poltrona, l’emolumento e il potere che ne derivano. Non a caso, a livello giornalistico c’è chi parla di norma salva-Davigo. Sì, quel Davigo, il capo di Di Matteo, avversario di quel Palamara che si oppone(va) alla modifica anagrafica.

Se dunque non è il caos Procure vero e proprio, si tratta comunque di interessi personali di bassa lega. Quelli per cui, secondo Ermini, bisogna solo «vergognarsi e chiedere scusa».

Di nuovo, ha ragione. Il problema è che si ha l’impressione che si voglia gattopardescamente cambiare tutto affinché tutto rimanga com’è. Ci auguriamo vivamente di sbagliarci.

 
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