Un territorio unico al mondo per varietà e concentrazione di beni culturali, scorci paesaggistici, eccellenze agroalimentari, storia e tradizioni; in questo contesto, anche la geologia ha voluto il suo primato di unicità.
Una Costiera modellata dalla natura e dall’uomo
A fare da trait d’union fra i vari elementi in questa corsa all’eccellenza e all’unicità troviamo il terzo incomodo: l’uomo.
È stato proprio l’uomo, con la sua presenza e azione, a manomettere e modellare tutto quello che lo circondava, a suo piacimento e interesse.
Purtroppo, l’uomo si è mosso con modalità e approcci molto diversi fra loro nel tempo, riuscendo a realizzare unicità ed eccellenze, ma anche disastri e rovine; una sorta di Giano bifronte fra la “pars destruens” e la “pars construens”.
Cercando di mettere ordine agli enunciati, e soprattutto cercando di esplicitarli meglio, partiamo dalla geologia che, sicuramente, con criterio cronologico, è quella che viene prima.
La Costiera Amalfitana ha una struttura geologica di base “calcareo-dolomitica”, che la tettonica ha fratturato abbastanza fortemente lungo linee di “faglia” (fratture della crosta terrestre) con andamento nord-sud ed est-ovest. Il reticolo di fratture non è rimasto immutato nel tempo, ma, con l’aiuto di altre forze naturali, ha determinato la morfologia attuale, caratterizzata da una catena montuosa che si sviluppa da est verso ovest (penisola Sorrentino-Amalfitana) e da una serie di incisioni di corsi d’acqua torrentizi, tutti con direzione nord-sud.
Madre Natura, però, è stata molto generosa con noi; per farci distinguere dalle altrettanto famose “Dolomiti”, anch’esse calcareo-dolomitiche, ci ha spolverato sopra pomici, ceneri e lapilli vulcanici, grazie alla vicinanza della Costiera Amalfitana a un’ampia area vulcanica con il Vesuvio e i Campi Flegrei.
Macere, terrazzamenti e acqua: quando l’uomo proteggeva il territorio
Quando l’uomo è arrivato da queste parti e ha deciso di fermarsi per viverci con una vera organizzazione urbana, ha scoperto le sue capacità costruttive e realizzative, inventandosi capolavori di ingegneria naturalistica che, contemporaneamente, gli permettevano di perseguire due obiettivi: da un lato, ricavare terrazzamenti artificiali per avviare un’agricoltura d’eccellenza; dall’altro, con le stesse opere, realizzare una grandiosa operazione di sistemazione idrogeologica dell’intera area.
I terreni sciolti di origine vulcanica, ricchissimi di sali minerali, grazie alle “macere” – muri a secco oggi dichiarati dall’UNESCO patrimonio dell’Umanità – non scivolavano più a valle, innescando fenomeni di dissesto idrogeologico, ma rimanevano stabilmente in loco, assicurando un apporto straordinario a quella agricoltura che vede nei vitigni autoctoni della “DOC Costa d’Amalfi” e nello “Sfusato Amalfitano del limone IGP della Costiera Amalfitana” le punte di diamante di una produzione riconosciuta a livello mondiale.
Per completare l’opera e dare sfogo a tutta la sua “ars construens”, l’uomo, con la realizzazione di una fitta rete di canali e di “peschiere” (grosse vasche disseminate nei terrazzamenti), fece in modo di raccogliere tutte le acque sorgive e quelle che Giove Pluvio ci mandava per l’irrigazione dei terreni coltivi, ma anche per alimentare una miriade di “Cartiere” (la famosa carta a mano di Amalfi) e i “Frantoi” per la molitura delle olive; intanto, le acque così regimentate non dilavavano i versanti e men che meno generavano dissesto.
I boschi della Costiera e quell’equilibrio costruito nei secoli
Anche nella parte collinare e montana l’uomo è intervenuto massivamente, introducendo piante non proprio autoctone, ma molto utili alla sua vita quotidiana, in particolare il castagno ceduo, oltre a quello da frutto, che garantiva il fabbisogno di pali per le “pergole” a supporto di viti e limoni, frascame per la copertura invernale dei limoni e fogliame per le lettiere dei bovini.
Piccolo dettaglio negativo era rappresentato dall’apparato radicale del castagno, molto sensibile e insofferente al carbonato di calcio, per cui le radici della pianta si limitavano a vegetare negli strati di materiale piroclastico più superficiale, senza arrivare ad ancorarsi nei calcari sottostanti; poco male, perché il turno obbligatorio di taglio delle piante, anticipato e contenuto a un massimo di 13 anni, insieme al continuo e annuale taglio del frascame per usarlo in agricoltura, consentiva di avere boschi di piante leggere e meglio resistenti al vento, nonostante l’apparato radicale molto superficiale.
Ancora una volta, esigenze antropiche e misure di tutela idrogeologica si conciliano e addirittura si complementano.
Dalle “gioie” ai problemi di oggi: cosa è cambiato in Costiera
In uno scenario pressoché idilliaco – tutto “GIOIE” – ecco che l’uomo moderno, quello istruito e digitale, subentra a quello arcaico e ignorante, quasi primitivo.
I canali irrigui vengono dismessi e soppiantati da moderni acquedotti pubblici; le cisterne abbandonate o, meglio ancora, trasformate in monolocali e mini appartamenti; cartiere e mulini diventano reperti da archeologia industriale e/o case, ville, alberghi, B&B; il frascame per coprire i limoni è soppiantato da moderne e comode reti di plastica; i terrazzamenti agricoli vengono abbandonati o trasformati in giardini fioriti per abbellire le vecchie case contadine, diventate villette con buganvillee, prati all’inglese e piscine rigorosamente riempite dagli acquedotti civici e non certo dalle acque pluviali e di dilavamento; le macere vengono sostituite da rigidi e più resistenti muri in calcestruzzo oppure abbandonate a se stesse e ai crolli; le fastidiose acque superficiali vengono riversate nei terreni sottostanti in modo irrazionale e caotico; i castagni cedui, non alleggeriti e abbandonati a crescite smisurate, si sradicano e si ribaltano, innescando fenomeni di frana; il fogliame lasciato a terra, in balia del dilavamento e del vento, si accumula, con ostruzioni pericolose dei canali di scolo.
Nel mentre, l’esercito di contadini e boscaioli che garantivano una micro-manutenzione del paesaggio, continua e quotidiana, alimentando la remunerativa “industria del verde”, ha preso altre “strade più scic”, lasciando sul territorio solo un residuo minimo, ma degradato e altamente pericoloso e delinquente, che si preoccupa di alimentare l’“industria del fuoco”.
Signori, il dissesto idrogeologico è servito e, con esso, i “DOLORI”!
La Costiera Amalfitana davanti a un passaggio delicato della sua storia
Oggi la Costiera Amalfitana si trova in un punto molto critico della sua storia: i punti di forza (le GIOIE) sono ancora evidenti e sufficientemente visibili quasi per tutti; i punti di debolezza sono altrettanto evidenti e visibilissimi, ma, purtroppo e sfortunatamente, solo per pochi che, ironia delle ironie, spesso sono etichettati come retrogradi, pessimisti e anche iettatori.
Il tempo, come sempre, farà chiarezza su tutto; il dramma è che gli argomenti e le argomentazioni trattate sono quasi tutti irreversibili, quindi il tempo potrà forse rendere giustizia a qualcuno, ma non potrà mai restituire il territorio perduto e le sue gioie.
Secondo Amalfitano, geologo
