Le notizie dei Comuni del Lazio

Crepet lo dice in modo diretto: quando non hai futuro, hai solo presente. E il presente può fare paura

Non solo famiglie difficili. Non è il ceto sociale, né la provenienza. Un’intera generazione di genitori, insegnanti, educatori che non sa più come farsi ascoltare
Di Lina Gelsi
Paolo Crepet
Paolo Crepet

Un padre è morto, un figlio ha ucciso, una madre ha assistito. È successo in Trentino, ma poteva succedere ovunque. Una famiglia normale, come tante, o forse già ferita da tempo. Le notizie arrivano frammentate, ma il punto non è il dettaglio. Il punto è che, anche stavolta, si è rotto tutto. E quello che resta non è solo il sangue sul pavimento, ma la domanda che rimane in sospeso: come si arriva a questo?

LA TUA PUBBLICITÀ QUI

Paolo Crepet, psichiatra, ha provato a dare un nome a quello che sta succedendo in una intervista al Corriere della Sera. Ha parlato di un’onda che attraversa il Paese. Di coltelli che compaiono sempre più spesso tra le mani di chi non dovrebbe averli. Di famiglie che non tengono più, o forse non hanno mai davvero retto. Di un presente diventato troppo pesante da portare, soprattutto per i più giovani.

Ragazzi che non sanno cosa farsene del domani

Chi ha 19 anni dovrebbe pensare alla vita. All’amore, agli errori, alle partenze. Invece, in questa storia, un ragazzo ha pensato che l’unica cosa da fare fosse colpire. Difendere sua madre, forse. O reagire a una scena che si ripeteva da troppo. Non lo sappiamo, e forse non lo sapremo mai davvero. Ma la verità è che, se un ragazzo prende un coltello e lo usa contro suo padre, qualcosa si è spezzato ben prima di quel gesto.

Crepet lo dice in modo diretto: quando non hai futuro, hai solo presente. E il presente, se non c’è nessuno che ti insegna come gestirlo, può fare paura. Se sei cresciuto dentro l’urlo, dentro la rabbia, dentro il silenzio, forse il coltello non ti sembra così assurdo. Forse diventa solo un’estensione di tutto quello che non riesci a dire.

Il fallimento degli adulti

Non si tratta solo di famiglie “difficili”. Il punto non è il ceto sociale, né la provenienza. È qualcosa che riguarda tutti. Un’intera generazione di genitori, insegnanti, educatori che spesso non sa più come farsi ascoltare. E forse neanche come ascoltare.

Crepet parla chiaro: se i giovani reagiscono come nel Seicento, è perché nessuno ha insegnato loro un’alternativa. Nessuno li ha preparati a sentire le emozioni senza esserne travolti. Nessuno ha dato loro strumenti. Non bastano le regole, serve presenza. Serve tempo. Serve qualcuno che ci sia quando le cose si complicano.

LA TUA PUBBLICITÀ QUI

La violenza dentro casa

Quando la violenza diventa parte della quotidianità, qualcosa dentro si anestetizza. Si normalizza ciò che dovrebbe essere inaccettabile. E quando non c’è più distinzione tra paura e normalità, il confine tra difesa e attacco si assottiglia. Non si uccide per caso, ma a volte si uccide senza capire davvero cosa si sta facendo.

LA TUA PUBBLICITÀ QUI

Non serve aver precedenti, non serve essere “cattivi”. Anche questo lo ha detto Crepet. Le persone uccidono spesso per la prima volta. Non perché non sappiano distinguere il bene dal male, ma perché si trovano in situazioni in cui nessuno ha mai insegnato loro come comportarsi in modo diverso. È questo il dramma più profondo: non l’istinto, ma il vuoto attorno.

Viviamo tutti con lo zaino dell’emergenza

È un’immagine amara, ma potente: quella del kit di sopravvivenza. Accumuliamo scorte, ci prepariamo a resistere, non a costruire. Non crediamo più nel futuro, lo temiamo. Non ci fidiamo dell’altro, nemmeno dentro casa. Ognuno per sé, con il proprio dolore tenuto a bada, finché non esplode.

Viviamo da soli anche quando siamo in due, in tre, in famiglia. E la solitudine, quella vera, è quella che non si dice. Che si incrocia a cena senza parlare. Che passa negli sguardi bassi, nei telefoni che sostituiscono le conversazioni, nei weekend che non scaldano più.

Forse non tutto è perduto

Questa storia non ha un lieto fine. E non ci sono frasi che possano chiudere il dolore con ordine. Ma c’è un punto, forse, da cui si può ricominciare: tornare a parlare. Prima che succeda. Quando le cose iniziano a scricchiolare, non quando crollano. Tornare ad abitare le relazioni, a educare, a rallentare.

Perché nessuno dovrebbe arrivare a scegliere tra urlare o colpire. Nessuno dovrebbe crescere con l’idea che non esistono alternative. Nessuno dovrebbe sentirsi così solo da pensare che l’unico modo per cambiare le cose sia distruggerle.

 
CATEGORIA

Interviste

DATA

Condividi l'articolo su

Scorri lateralmente questa lista