07 Marzo 2021

Pubblicato il

Cronaca: quando la follia d’amore è solo follia

di Redazione

“L’amore è quanto c'è di più prossimo alla psicosi. L’amore è pazzia” scriveva un giovane e rampante Carl Gustav Jung

“L’amore è quanto c’è di più prossimo alla psicosi. L’amore è pazzia”. Questo scriveva un giovane e rampante Carl Gustav Jung al suo maestro e mentore Sigmund Freud, in uno scambio epistolare privato in cui l’allievo rifletteva e riprendeva tale idea sulla condizione amorosa citando proprio il pensiero dello stesso padre della psicoanalisi. Ed è proprio partendo da questa frase, da tale concezione originaria freudiana sull’amore, che proveremo qui a comprenderne il significato più estremo, calandola e interpretandola non solo nella realtà della vita quotidiana, ma spingendoci anche oltre, nell’abisso e nei meandri più oscuri della “follia amorosa”.

Cercheremo infatti di capire cosa intendesse dirci concretamente con essa il padre della psicoanalisi, analizzandone il senso più estremo e devastante attraverso un  caso di cronaca emblematico in questo senso, balzato sulle prime pagine di tutti i giornali e telegiornali  di questi ultimi giorni: il caso di Martina e Alexander, gli “amanti diabolici. Stando agli accertamenti ancora in corso, Pietro Barbini, un giovane ventenne Milanese, sarebbe stato vittima dell’agguato con acido muriatico e martello ideato e messo in atto dalla studentessa bocconiana, Martina Levato, e dal suo compagno Alexander Boettcher, gestore del patrimonio immobiliare di famiglia.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Martina Levato e Pietro Barbini si scambiavano messaggi tramite Whatsapp. I due avevano avuto una storia e nelle loro conversazioni c’erano riferimenti a episodi di carattere sessuale. Poi i toni cambiarono e lei cominciò a diventare fredda e offensiva con lui, dicendogli di esserci stata solo per punire il suo compagno Alexander Boettcher che si era baciato con un’altra ragazza. Sembrerebbe poi, che proprio lo stesso Alexander abbia contattato Pietro per proporgli un menage a troi che lui però rifiutò. Infine Martina cominciò a riempire Pietro di insulti, messaggi come “muori”, “ammazzati”, fino ad arrivare all’epilogo tragico del 28 Dicembre scorso, giorno in cui Martina e Alexander, a Milano, attirando in strada Pietro con la scusa di un pacco da ritirare, gli tirano due litri di acido addosso figurandolo gravemente.

Ma perché Martina Levato, 23 anni, ultimo anno di Economia alla Bocconi, ora detenuta nella cella numero 7 di San Vittore, ha tirato un secchiello di acido addosso all’ex compagno di classe al Parini, ex filarino ai tempi del liceo, Pietro Barbini?

La sua risposta lascia sospese troppe domande. «Mi infastidiva con avances nel web», avrebbe dichiarato la ragazza agli inquirenti. In realtà, dalle indagini è emerso che, stando alle chat dei due ragazzi su Whatsapp, Pietro, su avance della stessa Martina, sarebbe finito in un “triangolo perverso” in cui, sia Martina Levato che il suo compagno Alexander Boettcher, lo avrebbero “utilizzato” come una sorta di pedina umana, per farsi vicendevolmente “del male” nei momenti critici e frustranti della loro relazione di coppia.

Da quanto è emerso, infatti, Martina avrebbe avuto con Pietro dei contatti sessuali poi negati dalla stessa e, allo stesso tempo, Pietro avrebbe commentato e giudicato, con la stessa Martina, le perversioni sessuali che la ragazza condivideva con il compagno Boettcher, riferite a Pietro proprio dallo stesso Boettcher, in un gioco sottile tra lui e Martina; un gioco ordito a “trappola” per il povero Pietro che è rimasto certamente vittima di quella che in psicologia clinica viene definita “triangolazione perversa”.

Con il termine “triangolazione perversa” si fa riferimento ad un concetto psicologico apparentemente molto difficile ma clinicamente molto frequente e rilevante; con esso, infatti, nell’ambito della psicologia clinica si definisce l’”utilizzo”, da parte di una diade o coppia, di un individuo terzo (che può essere un figlio/a o una terza persona qualsiasi avente però un legame affettivo/relazionale stretto con entrambi i componenti della diade o della coppia) come “mezzo” per raggiungere un fine o un obiettivo (che può essere cosciente o meno) condiviso dalla diade/coppia.

Ovviamente, nel caso di cronaca citato, siamo davanti ad un caso estremo di “triangolazione perversa”, un caso caratterizzato da forti aspetti sadici, narcisistici e perversi condivisi da Martina e Alexander. Tale concetto, tuttavia, risulta forse di più immediata comprensione ai “non addetti ai lavori”, se analizzato e compreso all’interno di contesti quotidiani più comuni. Purtroppo, possiamo frequentemente osservare esempi di “triangolazione perversa”, in forma forse meno altisonante e drammatica, all’interno delle dinamiche relazionali che si instaurano ad esempio tra due ex partners durante  una causa di separazione o di affidamento genitoriale.

In queste situazioni, infatti, non di rado il figlio (o i figli) rischia molto spesso di divenire quel “terzo”, sopracitato, strumentalizzato e “utilizzato” (consciamente o inconsciamente), dalla coppia  in via di separazione, come mezzo per affermare o ristabilire il potere di una delle due parti sull’altra, in una vera e propria  lotta per il controllo. Ma torniamo al nostro punto di partenza. Cosa può significare, in una situazione così estrema come quella del caso di cronaca riportato, l’affermazione di Freud sull’amore assimilato alla psicosi che abbiamo ripreso e citato in apertura?

Sicuramente, a dispetto di quanto possa sembrare e di quanto non si sottolinei all’interno della stessa comunità psicoanalitica, in quel “l’amore è quanto c’è di più prossimo alla psicosi” è rintracciabile anche una visione piuttosto romantica prima che negativa e negativistica dell’amore;  di un romanticismo pulsionale, viscerale, devastante per la mente, molto vicino a quello Sturm und Drang culturale e letterario tedesco della seconda metà del 18° secolo, dove l’amore era raccontato e cantato in termini di “tempesta e impeto”.

In questa frase Freud sottolinea come, nella condizione propria dell’innamoramento, dal punto di vista psichico avvenga tra i due partners un’unione quasi “magica”, resa possibile da un cedimento nei confini del proprio Io che perdono di consistenza e di saldezza. Confini personali che si espandono “per accogliere” l’altro, il nostro oggetto d’amore,  sconfinando in una sorte di unione fusionale (simil-psicotica per l’appunto) con il partner. Quasi proprio come lo psicotico che si sente tutt’uno e “invaso” dall’interno da un albero, da un tavolo, dalle voci esterne a sé , ecc. ecc.

In altri termini, i confini tra noi stessi e il nostro partner vengono annullati, essi non rispondono più alle leggi dello spazio-tempo, della realtà materiale in cui ci sono due corpi e due menti distinte. E questa è una condizione intrinseca legata all’innamoramento e all’amore che in una certa quota (nella norma) tutti noi abbiamo più o meno fortemente sperimentato nel corso della vita. Sul versante patologico, però, come nel caso di Martina e Alexander, questa simbiosi può andarsi ad innestare su un terreno probabilmente già fertile o predisposto dal punto di vista psicopatologico, formando un “incastro fusionale” di coppia basato su aspetti negativi, maligni e perversi.

Si possono così venire a  creare dei veri e propri “mostri” e delle situazioni aberranti in cui, in un “processo psicotico a due”, avviene uno svincolamento totale con la realtà circostante, con le regole sociali e con il rispetto dell’altro e degli altri che si trovano al di fuori di questo “cerchio magico” costituito dalla coppia. Non a caso, infatti, Pietro, una volta cessato di esistere nella sua “funzione” di mezzo/pedina all’interno della coppia Levato-Boettcher, per i due amanti perde di fatto ogni senso di esistenza nella sua valenza di essere umano e di persona, divenendo semplicemente qualcosa di cui sbarazzarsi, un volto e un’identità da “cancellare” con l’acido.

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All’interno delle dinamiche di queste coppie perverse, dunque, le menti e le identità distinte dei due partners si vengono ad incastrare patologicamente in una simbiosi non più d’amore  ma di morte, in cui vi è un dominante e un dominato, e dove una delle due parti cessa di esistere in quanto individuo portatore di una propria identità e volontà. Emblematica, a questo proposito, è la visibile incisione della lettera A di Alexander sulla guancia di Martina, che la ragazza porta come pegno/legame d’amore e che riferisce essa stessa con orgoglio agli inquirenti.

Lo stesso Boettcher, tra l’altro, a seguito di una perquisizione in casa sua, dove sono stati repertati oltre alle bottiglie di acido anche dei bisturi da incisione, avrebbe riferito agli inquirenti che quei “bisturi” gli servivano per “marchiare” con la propria iniziale le donne che “lo desideravano” e che volevano questo da lui. A contrasto con quanto appena detto, uno degli aspetti che colpisce di più dalle dichiarazioni fatte da Boettcher, sedicente broker dal profilo facebook che gronda muscoli anabolizzati, tatuaggi tipo ferite sulle spalle e un tentativo in politica, è che egli  si autodefinisce “succube” di Martina; dice di subirne la personalità, affermando che è lei che lo rende «ulteriormente insicuro».

Tuttavia, la ricostruzione per ora fatta dalle indagini e l’ analisi dello scambio di messaggi e in chat lo vedrebbe più manipolatore che manipolato. Secondo gli inquirenti, infatti, potrebbe essere stato invece proprio lui l’ideatore dell’agguato a Pietro, mentre  lei, Martina, potrebbe esserne stata l’eseguitrice materiale in fede ad un pegno d’amore (simile all’incisione portata sulla guancia) al suo Alexander.

Solitamente, come detto sopra, in queste “coppie perverse”, così come si definiscono in termini clinici, vi è una parte dominante e una dominata, anche se in personalità come quelle di Martina e Alexander, verosimilmente intrise di un narcisismo patologico e maligno, nonché di massivi elementi sadomasochistici, può essere estremamente difficoltoso individuare chi è il manipolatore e chi il manipolato.

Quella tra Martina Levato e Alexander Boettcher, insomma, sembrerebbe calzare perfettamente la definizione psichiatrica classica di “Folie à deux”, descritta per la prima volta da Lasegue e Farlet nel 1873, e che consiste in una sindrome clinica caratterizzata da sintomi psicotici, principalmente da deliri condivisi da due o più persone che hanno una relazione vicina ed intima. Nella maggioranza dei casi riportati dalla letteratura clinica, i soggetti coinvolti nella Folie à deux sono membri della stessa famiglia o della stessa coppia (marito e moglie) e c’è generalmente una relazione dominante-sottomesso, carnefice-vittima.

Nel 1942 Gralnick sostenne che il processo fondamentale della Folie a deaux sia un’identificazione della parte sottomessa, che può essere inconscia, come tentativo di mantenere una relazione intima con la parte dominante che si sforza di mantenere un legame con la realtà, mentre l’altro adempie alla necessità di dipendenza.

Tra i serial killer che preferiscono uccidere in coppia, ad esempio, si instaura una folie à deux (follia in due). Anche se quasi mai gli assassini seriali sono soggetti affetti da sindromi psicotiche, l’espressione “follia in due” risulta particolarmente efficace, in quando dà l’esatta idea di ciò che accade: due persone percorrono assieme, per un certo periodo che può essere più o meno prolungato, una strada costellata di atti scellerati, perversi e al di fuori del comune concetto di normalità, in una strada che può portare, per esempio, all’omicidio seriale.

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Tra le “coppie romantiche” di serial killer storici possiamo annoverare il caso di Gerald Gallego e di sua moglie Charlene Williams, sadici assassini di minorenni (compresa la sorellina tredicenne di lei), quello di Martha Beck e Raymond Fernandez, conosciuti come “gli assassini dei cuori solitari”,  quello dei coniugi Birnie, senza dimenticare i nostrani Olindo Romano e Rosa Bazzi e Omar ed Erika.

Probabilmente, salvo nuovi sviluppi e modificazioni di scenari provenienti dalle indagini ancora in corso, quella di Marta Levato e Alexander Boettcher sembra essere l’ennesima replica agghiacciante della “banalità del male”, a cui calza a pennello una citazione di Ruben De Luca, uno dei massimi esperti europei di omicidio seriale, che definisce l’omicidio seriale di coppia come “un’azione mostruosa messa in atto da due persone, due individui distinti che la trovano piacevole e gratificante come se si trattasse di andare insieme al cinema o a mangiare la pizza” (Cit.).

*Dott.ssa Annalisa Frappetta, Psicologa e Psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica.

 
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