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21 Settembre 2021

Pubblicato il

Delitto d'onore

Cronache di un onore sbagliato, il femminicidio prima del femminicidio, di Benedetta Intelisano

di Redazione
C'è un rapporto tra il linguaggio dei giornalisti che raccontano il femminicidio e quello che usavano quando la parola ancora non esisteva?
Benedetta Intelisano autrice di
Benedetta Intelisano autrice di "Cronache di un onore sbagliato"

Esiste una correlazione tra il linguaggio poco rispettoso che i giornalisti oggi talvolta utilizzano per raccontare i femminicidi e quello che usavano i giornalisti per raccontare lo stesso tipo di delitti quando la parola femminicidio ancora non esisteva? Stiamo parlando degli anni che precedono il 1981, il 5 agosto 1981 per essere precisi, quando ancora, cioè, erano in vigore le disposizioni su quello che conosciamo con il nome di delitto d’onore. Benedetta Intelisano nel suo saggio d’esordio dal titolo “Cronache di un onore sbagliato – Il femminicidio prima del femminicidio” edito Villaggio Maori Edizioni tenta di rispondere proprio a questa domanda.

“Mi hanno sempre detto che dietro quelle frasi infelici che si trovano ogni tanto sui giornali ci sia un modo ‘antico’ di fare informazione che si trascina ancora oggi. Dai classici se l’è cercata, raptus e troppo amore, ai più sottili ed elaborati modi di descrivere la vittima come una poco di buono e il violento come un buon padre di famiglia. Mi sono chiesta cosa ci fosse di vero in queste affermazioni ed è per questo che ho iniziato a indagare: volevo vedere con i miei occhi come venivano raccontati questi omicidi in quegli anni”.

La ricerca parte dagli anni ’60

Lo studio di Benedetta Intelisano si sviluppa su più livelli: il primo è quello di individuazione di alcuni casi avvenuti nel pieno della validità dell’articolo 587 del Codice Penale, quello del delitto d’onore appunto. Ha selezionato due uxoricidi avvenuti nella Sicilia degli anni ’60: il delitto di Niscemi (1965) e il delitto di Piazza Armerina (1968). La seconda fase è quella di ricostruzione delle vicende, unica fonte: gli articoli di giornale. Attraverso l’archivio storico de La Sicilia, il giornale più importante della parte orientale e centrale dell’isola, Intelisano risale a tutti i pezzi scritti sui due casi e ne ricostruisce dinamiche, personaggi, profili e risvolti a partire dalla data degli omicidi e fino alla definitiva risoluzione. Raccolto il materiale, il passo successivo è l’analisi del linguaggio usato per la narrazione: come gli autori hanno raccontato questi femminicidi? La conclusione non è per nulla scontata.

Il focus, a questo punto, si sposta sul presente. L’autrice si rivolge a tre esperti per avere un quadro chiaro sul possibile collegamento tra quel modo di fare giornalismo e quello che ci coinvolge direttamente, sia come fruitori che come produttori d’informazione. Con il Prof. Ernesto De Cristofaro, docente di Storia del diritto medievale e moderno presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Catania, viene sviscerato il tema del delitto d’onore. Insieme a lui l’analisi si completa di un nuovo inaspettato elemento: il linguaggio utilizzato dagli avvocati durante i processi.

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Perché la donna è considerata un oggetto?

Con il Dott. Massimo Vittorio, ricercatore di Filosofia morale e docente di Etica della comunicazione presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania, l’autrice affronta la questione da un punto di vista etico e filosofico: da cosa deriva una certa percezione della donna? Davvero alcuni considerano la donna come un oggetto di cui disporre? Con la giornalista e scrittrice Patrizia Maltese, infine, tracciano il profilo del giornalista contemporaneo per capire come chi comunica per mestiere avverte la figura della donna e come dovrebbe, o potrebbe, essere raccontata.

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Ad aprire l’opera, la prefazione del Professore ordinario di Filosofia teoretica presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania e saggista Alberto Giovanni Biuso: “Benedetta Intelisano è una giornalista ben consapevole del contesto nel quale il suo lavoro si svolge – scrive di lei – e, proprio per questo, non si rassegna a diventare una funzionaria del nulla”.

 
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