Dissesto idrogeologico, l’Italia fragile e il monito di Mario Tozzi: “Serve arretrare dalle aree a rischio”

ISPRA: quasi tutti i Comuni hanno aree esposte a frane e alluvioni. Tozzi richiama istituzioni e territori: stop al cemento in zone pericolose
Di Luigi Sette
Mario Tozzi
Mario Tozzi

L’immagine della frana di Niscemi, diventata notizia nazionale, non è solo il racconto di un costone che cede: è la fotografia di un Paese dove l’emergenza idrogeologica è ormai un dato strutturale. A ricordarlo, con toni netti, è il geologo e divulgatore televisivo Mario Tozzi, che su La Stampa lega l’episodio siciliano a una questione più ampia: il rapporto irrisolto con il territorio, il consumo di suolo, l’edificazione in aree vulnerabili.

Un Paese esposto: i dati ISPRA su frane e alluvioni

Le cifre ufficiali confermano che non si parla di casi isolati. Il Rapporto ISPRA sul dissesto idrogeologico aggiorna la mappa nazionale della pericolosità e descrive un’Italia dove una quota altissima dei Comuni presenta porzioni di territorio soggette a frane e alluvioni, con milioni di persone che vivono in aree esposte a diversi livelli di rischio. In questo quadro, la frana di Niscemi assume un valore simbolico: non perché “eccezionale”, bensì perché coerente con una vulnerabilità diffusa.

Il “passo indietro” invocato da Tozzi e il nodo delle scelte pubbliche

Il punto, nel ragionamento di Tozzi, non è soltanto la geologia: è la scelta collettiva di continuare a collocare case, attività e infrastrutture dove la dinamica naturale rende più probabile l’impatto di piogge intense, erosione e instabilità dei versanti. L’idea del “passo indietro” richiama una strategia nota agli addetti ai lavori: delocalizzare dove necessario, liberare aree golenali, rinunciare a nuove volumetrie in punti che, storicamente, mostrano criticità ricorrenti. È una prospettiva che chiama in causa amministrazioni locali, Regioni e Stato, perché significa pianificazione, vincoli, controlli e – soprattutto – risorse.

Cemento e impermeabilizzazione: quando il suolo non assorbe più

A rendere più vulnerabili vaste porzioni del Paese è anche la trasformazione del suolo: asfalto e cemento aumentano il ruscellamento, riducono la capacità di assorbimento, accelerano l’effetto delle bombe d’acqua. L’ISPRA, anche sul fronte del consumo di suolo, segnala un ritmo di trasformazione ancora elevato e un saldo annuo che resta pesante, con effetti ambientali ed economici che ricadono su servizi ecosistemici e sicurezza idraulica. È il contesto che rende più credibile l’allarme: piogge concentrate in poche ore, su superfici impermeabili, possono generare allagamenti repentini, con danni a edifici, strade, reti.

Lazio e Roma, il rischio vicino: fiumi, pendii, periferie in espansione

Nel Lazio il tema non è astratto. Roma convive con il sistema del Tevere e dei suoi affluenti, con aree urbane cresciute lungo assi infrastrutturali e quartieri che, nel tempo, hanno spinto l’edificazione verso margini sensibili: pendii, valloni, zone soggette a ristagni, tratti prossimi ad alvei e fossi tombati. Anche fuori dal perimetro della Capitale, la regione alterna rilievi, versanti, aree collinari e pianure costiere dove l’equilibrio idrogeologico richiede manutenzione costante e regole chiare su dove costruire e dove no. L’approccio istituzionale, qui, si misura su due piani: prevenzione tecnica (monitoraggi, opere mirate, cura del reticolo idrografico minore) e prevenzione amministrativa (piani, vincoli, controlli).

Reazioni e responsabilità: dalle ordinanze ai controlli, cosa manca ancora

Ogni emergenza produce ordinanze, evacuazioni, verifiche. Ma la domanda politica resta: quanto si investe davvero prima che accada il danno? La prevenzione richiede continuità e una filiera che funzioni: Comuni capaci di aggiornare i piani, strutture regionali in grado di coordinare, Stato pronto a finanziare interventi e a sostenere i territori nella delocalizzazione quando serve. Nel ragionamento di Tozzi rientra anche un’altra questione: l’abusivismo e la tolleranza di fatto verso edifici nati in punti pericolosi, che poi diventano “problemi sociali” quando la natura presenta il conto.

Dalla cronaca alla pianificazione: la scelta che decide i prossimi anni

Il messaggio è semplice e scomodo: non si può chiedere al territorio di adattarsi ai nostri errori. La sicurezza idrogeologica passa da scelte urbanistiche meno permissive, dal recupero dell’esistente, dalla rinuncia a nuove espansioni in aree note per instabilità e pericolosità. La frana di Niscemi, letta come campanello d’allarme nazionale, riporta al centro una responsabilità pubblica: governare il suolo come bene finito, non come spazio vuoto da riempire.

 
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Cronaca

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